La guerra dei generali birmani colpisce anche i media. Dall’inizio delle proteste sono stati arrestati una quarantina di giornalisti. Tra questi troviamo reporter e fotografi di Myanmar Now, 7Day News, Myanmar Pressphoto Agency, Mcn Tv News, The Voice, Dvb, Bbc e Associated Press. Di alcuni di loro non si hanno più notizie dal giorno dell’arresto. Altri sono rinchiusi nella famigerata prigione Insein a Yangon, che è stata usata in passato per i dissidenti politici. A nessuno dei detenuti è stato permesso di vedere i loro avvocati e le loro famiglie. “Non c’è solo la paura di uscire per seguire gli eventi. Ora puoi essere arrestato anche solo per il fatto di lavorare nel mondo dell’informazione”, ha detto a Myanmar Now un giornalista che vuol rimanere anonimo.

A metà febbraio il Tatmadaw – l’esercito del Myanmar – ha avvertito tutti i mezzi d’informazione di “pensare bene prima di scrivere” e di “non usare il temine giunta militare” per parlare dello State Administrative Council, l’organo esecutivo dei militari emanato subito dopo il golpe. Poi sono iniziati gli arresti dei giornalisti. Alcuni di loro sono stati denunciati per “istigazione” – grazie alla legge 505 del codice penale – e rischiano fino a tre anni di reclusione. Con l’accusa di “diffondere notizie false” e “causare paura tra la popolazione”, è stata anche revocata la licenza a diversi media non allineati ai diktat dei generali.

La testimonianza di un giornalista arrestato

“Le persone stanno rischiando la loro vita per protestare contro la giunta militare. Noi abbiamo il dovere di raccontarlo”, ha spiegato a Frontier Myanmar Ya Lalawmpuia, direttore del The Hakha Times, che il 27 febbraio è stato arrestato nella capitale dello Stato Chin, mentre trasmetteva in diretta una manifestazione. “Non dobbiamo avere paura dell’esercito e della polizia, bisogna continuare a documentare quello che sta accadendo nel nostro Paese”. L’uomo è stato rilasciato il giorno successivo e ha raccontato di aver subito violenze da parte delle forze di sicurezza.

Lo stesso giorno è stato aggredito e arrestato U Kyaw Kyaw Win, reporter del Monywa Gazette. In un video si vede il giornalista in mezzo a due uomini in borghese mentre lo trascinano all’interno di un mezzo della polizia. Prima di farlo salire, viene ripetutamente picchiato. “Più i militari avranno potere e più la libertà di stampa si deteriorerà”, ha detto U Kyaw Min Swe, direttore esecutivo del Myanmar Journalism Institute. “Durante le proteste l’esercito potrebbe iniziare a sparare anche ai giornalisti e gli arrestati potrebbero essere torturati. Il diritto dei cittadini ad avere una giusta informazione è in serio pericolo”, ha aggiunto.

Scomparso giornalista birmano della Bbc

Due giorni fa il reporter Aung Thura della Bbc è stato portato via da agenti di sicurezza in borghese mentre stava realizzando un servizio davanti al tribunale nella capitale Naypyitaw. Insieme a lui c’era Than Htike Aung, un giornalista che lavora per Mizzima, emittente locale a cui i militari hanno revocato la licenza all’inizio del mese. Secondo le testimonianze, gli uomini che hanno preso i due sarebbero arrivati nelle prime ore della mattinata, chiedendo di poter parlare con loro. Thura è riuscito ad avvisare la redazione, poi non c’è stato più nessun contatto. In un comunicato la Bbc ha espresso “forte preoccupazione” e ha chiesto alle autorità di “contribuire a localizzarlo”.

Il 27 febbraio a Yangon è stato arrestato, poi rilasciato anche il giornalista giapponese Yuki Kitazumi, che gestisce una società di produzione media e che in passato ha collaborato da freelance con il quotidiano economico Nikkei. Il suo fermo ha riacceso i ricordi di un altro reporter nipponico: Kenji Nagai, colpito a morte da un proiettile sparato dai militari il 27 settembre 2007 mentre documentava le proteste. La sua uccisione è stata immortalata da Adrees Latif, che ha fotografato Nagai mentre, già disteso per terra dopo essere stato colpito, tentava di scattare l’ultima immagine della sua vita.

Ferme tutte le pubblicazioni dei giornali liberi

In Myanmar non esiste più un giornale indipendente. Mercoledì anche il The Standard Time (San Taw Chain) ha chiuso i battenti. “Fino a nuove comunicazioni”, si legge sulla loro pagina Facebook. La stessa sorte ha colpito nei giorni scorsi tutte le altre pubblicazioni che non erano sotto il controllo diretto della giunta. Per i media liberi l’unica possibilità di far vedere al Mondo le atrocità dei militari birmani rimane internet, almeno fino a quando i generali non lo oscureranno del tutto.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE