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Guerra

Myanmar: Avanzate e raid, il piano della giunta militare in vista delle elezioni

Le elezioni generali in Myanmar si terranno in tre fasi, a partire dal 28 dicembre, nel contesto di una guerra civile in corso dal 2021.

Manca ormai poco all’inizio delle elezioni generali del Myanmar. Si svolgeranno in tre fasi, nel bel mezzo della guerra civile in corso nel Paese dal 2021, con votazioni previste il 28 dicembre ma anche l’11 e il 25 gennaio.

Il motivo di spalmare un simile appuntamento su tre step distinti coincide con l’incapacità della giunta militare di controllare l’intero territorio nazionale e, soprattutto, con l’esigenza da parte del Tatmadaw – le forze armate del Paese – di evitare attacchi da parte dei numerosi gruppi ribelli e anti governativi che hanno promesso di sabotare quello che hanno definito un “voto farsa”.

In vista dell’appuntamento fatidico, e dunque di una parvenza di legittimità istituzionale che arriverà dalle urne, il generalissimo Min Aung Hlaing sta completando una decisa avanzata militare per riconquistare quanto più territorio possibile.

Le ong denunciano i raid dei militari, parlano di almeno tre scuole e sei chiese prese di mira dagli attacchi aerei, nello Stato di Chin, dalla metà di settembre a oggi. Il governo sostiene invece, appunto, di star liberando territori occupati da forze ribelli. In mezzo a questo braccio di ferro, migliaia di civili hanno recentemente abbandonato le proprie abitazioni.

Min Aung Hlaing

Sessanta partiti, un favorito

Il portavoce della giunta militare al potere, il maggiore generale Zaw Min Tun, ha dichiarato durante una conferenza stampa che “non importa se la comunità internazionale è soddisfatta o meno”, perché le elezioni “sono per il Myanmar, non per la comunità internazionale”. L’alto funzionario ha quindi aggiunto che l’obiettivo dichiarato resta il ritorno a un sistema multipartitico.

In ogni caso, il partito della Lega nazionale per la democrazia, in passato guidato da Aung San Suu Kyi, lo stesso che ha ottenuto una valanga di voti nelle due tornate elettorali precedenti al colpo di Stato, non si candiderà perché la maggior parte dei suoi leader principali – tra cui Suu Kyi – si trova in carcere.

Sulle schede figureranno una sessantina di partiti ma uno, il Partito dell’Unione per la Solidarietà e lo Sviluppo, sostenuto dai militari, è fortemente favorito. Non solo: pare che solo sei partiti siano registrati a livello di Unione, mentre i restanti 51 possono candidarsi solo in un singolo Stato o regione. Ogni partito registrato è stato esaminato e approvato dalla Commissione elettorale dell’Unione, nominato dalla giunta, e la quasi totalità dei candidati è considerata filo militare, cooptata o dipendente dal governo.

La strategia del Tatmadaw

La giunta smentisce simili indiscrezioni, critica a sua volta chi getta fango sul voto e arresta chiunque tenti di sabotare il processo elettorale. Ricordiamo, infatti, che la nuova legge elettorale, entrata in vigore lo scorso luglio, prevede pene che vanno da tre a dieci anni di carcere e multe per chi parla, organizza, incita, protesta o diffonde materiali per ostacolare le elezioni. Altri reati possono comportare pene fino alla condanna a morte.

Il ministro dell’Interno, il tenente generale Tun Tun Naung, ha incriminato 229 persone. Tra queste, spiegano i media locali, figurerebbero attivisti noti come Tayzar San, Nan Lin e Htet Myat Aung, protagonisti di una protesta il 3 dicembre a Mandalay contro le elezioni e contro la legge sulla coscrizione militare, insieme ad altri registi, attori, comici, membri delle Forze di difesa popolare e di gruppi armati etnici.

La giunta, come detto, è intenzionata a conseguire due obiettivi: riprendersi i territori controllati dai ribelli e ottenere legittimità dall’esito delle votazioni. “Queste elezioni si tengono solo per prolungare la dittatura militare. Non si tratta della scelta del popolo. E nello Stato Chin, non controllano molto territorio, quindi come possono indire delle elezioni?”, ha intanto spiegato alla Bbc Sui Khar, il vicepresidente del Fronte Nazionale Chin in Myanmar, uno dei più importanti gruppi anti governativi del Paese.

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