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Guerra

Mussolini-Churchill, il carteggio segreto: le indagini dopo la guerra (parte seconda)

Riprendiamo da dove ci eravamo interrotti, e vediamo cosa dicono coloro che escludono l’esistenza del carteggio. Innanzitutto, fanno leva sul fatto che di tali incartamenti non vi è traccia negli archivi diplomatici e/o nei canali di collegamento tra i vari...

Riprendiamo da dove ci eravamo interrotti, e vediamo cosa dicono coloro che escludono l’esistenza del carteggio. Innanzitutto, fanno leva sul fatto che di tali incartamenti non vi è traccia negli archivi diplomatici e/o nei canali di collegamento tra i vari governi; inoltre, diversi biografi di Churchill non hanno mai dedicato una parola alla questione. Richard Lamb, ricercatore britannico, nel suo “Mussolini e gli inglesi” (1998) riconosce che la politica inglese degli anni Trenta, specie la posizione assunta in occasione della guerra d’Abissinia, contribuì a gettare Mussolini tra la braccia di Hitler, pur negando in radice l’esistenza del famoso carteggio, come fa un altro studioso, Nicholas Farrell[5], che insiste sull’assenza negli archivi britannici di qualunque traccia della presunta corrispondenza segreta.

Per la verità nessuna delle due obiezioni, a nostro avviso, coglie nel segno. La diplomazia segreta non necessariamente trova spazio negli archivi ufficiali – a non voler parlare dei presunti tentativi di “mettere tutto a tacere”, di cui vi parleremo più avanti – e occorre tener conto che molti studiosi non hanno mai approfondito, anche per un problema di lingua, le testimonianze esaminate dai colleghi italiani, senza contare che quando l’andamento della guerra prese un’altra direzione (più o meno dalla disfatta in Africa in poi) con ogni probabilità l’interesse per l’Italia scemò [6].

Ma occorre contestualizzare, e insistendo sul fatto che la nostra attenzione si rivolge alla primavera-estate del 1940, occorre avere presente che si viveva una fase storica nella quale la media potenza italiana era ancora attenzionata dalla diplomazia britannica. Agli inizi del ’39 il premier Chamberlain, accompagnato dal ministro degli Esteri Eden, si era recato in visita ufficiale a Roma[7], e il prestigio di Mussolini per il suo ruolo di mediatore (concordato coi tedeschi) a Monaco del 1938 era ancora sostanzialmente intatto. E aggiungiamo che pure all’interno dei circoli britannici non mancavano i fautori dell’intesa con l’Asse, perfino dopo che il conflitto era deflagrato e quando Churchill era già divenuto primo ministro[8].

In Italia, come dicevamo, sulla questione del carteggio è nato un acceso dibattito. Indro Montanelli, pur riconoscendo l’iniziale ammirazione del futuro premier britannico per il dittatore italiano, non riteneva attendibile questa ipotesi; lo stesso giornalista ricorda[9] come nel settembre del 1939, dopo l’aggressione alla Polonia, Mussolini avrebbe voluto tentare nuovamente la carta della mediazione, ma sembra che la determinazione delle due parti (specie di Hitler) lo spinse ad accantonare questo disegno.

Renzo De Felice, considerato tra i massimi esperti di storia del fascismo, sembrò aderire alla tesi della sua esistenza nel suo “Rosso e Nero” (1995)[10], mentre su posizioni decisamente negative troviamo Mimmo Franzinelli, autore nel 2015 de “L’arma segreta del Duce”. Arrigo Petacco in “Dear Benito, caro Winston. Verità e misteri del carteggio Churchill” (1985) pare possibilista, mentre Fabio Andriola nel suo “Carteggio segreto Churchill Mussolini” (2007) espone una tesi decisamente favorevole, portando una serie di prove e testimonianze.

In generale, e con tutti gli opportuni distinguo, chi avversa la tesi dell’esistenza del carteggio, parla per lo più di un’operazione propagandistica voluta da alcuni fedelissimi di Mussolini per accreditare dinanzi ai posteri la figura del Duce e gettare ombre sugli inglesi, e specialmente su Churchill, che in vita avrebbe sempre respinto con sdegno e ironia qualunque illazione a tale riguardo. Ma questa ricostruzione non è condivisa da tutti, visto che perfino chi riconosce al libro di Franzinelli di aver messo la parola fine alla querelle del carteggio, deve ammettere che “negli archivi di Londra, sono conservati, sotto il titolo Suggested Approach to Signor Mussolini, i verbali della riunione del War Cabinet del 26 maggio 1940 […] chiedevano al Duce di offrire la sua collaborazione nelle future trattative con la Germania per assicurare una soluzione di tutte le questioni europee, da cui dipendeva «la sicurezza e l’indipendenza degli Alleati» e la possibilità di garantire «una pace giusta e duratura all’Europa”, riconoscendo implicitamente che dei contatti, magari non ufficiali, vi furono[11] [12]. In ultima analisi, si sarebbe potuto trattare di un’applicazione pratica di quel principio che viene usualmente indicato come “realpolitik”.

Prendiamo le mosse da due lettere sulla cui veridicità nessuno esprime riserve, visto che una copia è conservata negli archivi diplomatici dei due paesi e che lo scambio avvenne per il tramite dei canali ufficiali.

Il 16 e 18 maggio del 1940 il premier britannico (fresco di nomina) e il capo del governo italiano si scrissero: mancava meno di un mese alla dichiarazione di guerra. Il 16 Churchill – autorizzato dal Gabinetto di guerra – rivolgeva un accorato appello a Mussolini affinché non prendesse la fatale decisione; a stretto giro – due giorni più tardi – giunse la risposta del Duce, che richiamando la fedeltà al patto con l’alleato tedesco e le vicende legate alla guerra d’Abissinia, lasciava pochi dubbi circa le intenzioni del dittatore[13].

Per i sostenitori della tesi del carteggio non sarebbe stata questa la prima, né l’ultima delle interlocuzioni tra i due uomini politici, che sarebbe proseguita anche dopo il 10 giugno, mentre per coloro che criticano questa ricostruzione lo scambio delle missive avrebbe segnato la fine di ogni rapporto epistolare (e di stima) tra i due. Parliamo di contatti o interlocuzioni, giova ribadirlo, che si collocano temporalmente nella fase immediatamente precedente e seguente l’inizio delle ostilità, perché su tutto quello che è venuto dopo non possiamo esprimerci, a prescindere dai falsi riconosciuti come tali da alcune pronunce giudiziarie degli anni ’50[14]. Dobbiamo, però, ricordare che pure l’operazione di falsificazione ricostruita con molti dettagli e documentazione da Franzinelli potrebbe essere incrociata con l’ammissione, resa a posteriori dai protagonisti, i quali sostennero che molte di quelle adulterazioni si basassero pur sempre su atti o documenti autentici (in originale o in copia) da loro riprodotti.[15]

Molti dei personaggi coinvolti, a vario titolo, in questa operazione di falsificazione – Tommaso David, Enrico De Toma e Ubaldo (Aldo) Camnasio, personaggi le cui vicende si intrecciarono con la RSI e gli ultimi anni della guerra – possono essere ovviamente tacciati di parzialità per via delle loro posizioni politiche e per la malcelata volontà di lucro che stava dietro la loro condotta, ma resta il fatto che molti dei documenti “incriminati” non afferiscono solo il famoso carteggio, ma a tutta una serie di altre questioni o personaggi che potrebbero pur sempre accendere un certo interesse. Parliamo pur sempre di una mole di documenti sequestrati all’ex dittatore al momento della sua cattura alla fine di aprile del ’45, che potrebbe fornire molti elementi utili per la ricostruzione della politica interna ed estera del ventennio fascista.

Si tratta degli incartamenti che Mussolini aveva raccolto e custodito gelosamente negli anni, decidendo di portarli con sé nell’ultima fuga, magari per preparare una sua eventuale difesa dinnanzi al tribunale della storia (e forse degli alleati, se mai ci fosse stata una Norimberga italiana[16]). Sembra che l’ex Duce, al momento della cattura, avesse con sé tre borse ricolme di carte, che furono prese in consegna dalle bande partigiane e portate al municipio di Dongo, nei cui pressi, quel fatidico 27 aprile, era avvenuto l’arresto dell’ex dittatore. Alcuni testimoni riferirono che l’ex Duce, rivolgendosi ai presenti, li invitò a prestare molta attenzione a quelle carte, che avrebbero potuto avere un’importanza decisiva per il futuro dell’Italia, e pare che qualcosa di simile l’avesse detta ad alcuni stretti collaboratori prima della cattura.

Alcuni partigiani che presenziarono all’apertura delle famose borse pare avessero il tempo di leggere i titoli di alcuni dossier, intestati a personalità di primo piano, come il principe di Piemonte Umberto di Savoia, e tra i quali ricordano almeno una cartella dedicata alla corrispondenza con Winston Churchill. Coloro che avversano la tesi del carteggio dubitano dell’autenticità – ammesso che ci fossero – degli incartamenti, sostenendo che potrebbero benissimo rientrare tra quelli prodotti dal Nucleo di propaganda costituito presso il ministero della Cultura popolare della repubblica fascista; giova, però, ricordare che in un’intervista del 1954 Puccio Pucci, ex dirigente del Partito fascista repubblicano, negò l’operatività di un ufficio simile presso la RSI.

Ad ogni modo, pure ammettendo – cosa plausibilissima in un contesto bellico – che i falsi ci fossero, magari predisposti con intenti propagandistici e/o di difesa nella prospettiva della sconfitta, questo non escluderebbe l’esistenza di dossier autentici, in originale o in copia (ricordiamo che all’epoca non esistevano le fotocopie, al massimo si poteva ricorrere a microfilm o fotografie), magari sparsi qua e là per impedirne la distruzione. Coloro che avversano questa ricostruzione fanno leva proprio sul discorso che se qualcosa ci fosse stato, prima o poi sarebbe pur saltato fuori.

Di sicuro Mussolini non poté parlare a lungo, perché il giorno dopo venne fucilato assieme alla sua amante storica, Claretta Petacci, col tragico epilogo di piazzale Loreto. Ogni circostanza o illazione circa il presunto rapporto tra la rapida esecuzione e quelle carte rientra tra le tante ipotesi avanzate circa la morte del dittatore, sulle quali però oggi non intendiamo soffermarci, come sulla vicenda del famoso “oro di Dongo”.

Eppure, qualcosa è rimasto. Fabio Andriola ha reperito due distinti documenti all’interno del Public Record Office di Londra, il più importante archivio inglese corrispondente al nostro di Stato, il primo attestante una serie di missioni segrete condotte in Italia da alcuni agenti britannici e un altro che parla dell’esistenza di alcune carte di Mussolini compromettenti sulle quali veniva espressa l’opportunità di mettere le mani, perché giudicate compromettenti per importanti personalità. La datazione dei due incartamenti risale al 1944, con la guerra ancora in corso. Il libro di Andriola è ricco di riferimenti in quella che si presenta una vera e propria “caccia” al documento, al quale non possiamo che fare rinvio per ragioni di tempo e di spazio.

Non mancano una serie di dubbi che hanno sempre circondato le ragioni della fuga di Mussolini: non tanto l’abbandono di Milano oramai persa, quanto la destinazione e la certezza che fosse proprio la Svizzera. Una scelta che avrebbe avuto poco senso, tenuto conto che l’ex Duce sapeva perfettamente che non gli sarebbe stato concesso di passare la frontiera, così come non era stato permesso alla moglie e ai due figli più piccoli solo poche ore prima. Un’altra ipotesi che è stata formulata vedrebbe Mussolini in fuga, portando con sé importanti documenti, in direzione del confine elvetico, ma non per attraversarlo, quanto per incontrarsi con qualche rappresentante dell’Office of Strategic Services (OSS) statunitense, l’antenato della CIA, il cui ufficio europeo, allora guidato da Allen Dulles (il futuro capo del servizio segreto USA) aveva sede a Berna; per la cronaca, sarebbe stato sempre Dulles a incontrarsi nel gennaio 1945 con Edda Mussolini, che già si trovava in Svizzera, per prendere accordi circa i diari del marito, Galeazzo Ciano, fucilato dodici mesi prima. E sempre in Svizzera c’era sir Clifford Norton, ambasciatore di Sua Maestà britannica presso il governo elvetico, che pare avesse rapporti con la famiglia Petacci.

Citeremo ora alcune delle testimonianze riprese da Andriola, come quella di Luigi Carissimi Priori[17], già commissario politico della Questura di Como nei giorni della cattura dell’ex Duce, che dichiarò di aver rifiutato un generoso compenso offerto da alcuni agenti britannici, preferendo consegnare gli incartamenti sequestrati al dittatore ad Alcide De Gasperi (allora ministro degli Esteri del Regno d’Italia), che a sua volta li avrebbe depositati – sempre stando alla testimonianza di Carissimi Priori – presso una banca svizzera; Franzinelli nel suo libro ritiene la testimonianza non decisiva, riferendosi a un altro libro, Ombre sul lago, di Giorgio Cavalleri. Incidentalmente, ricordiamo che nel dopoguerra Giulio Andreotti, allora sottosegretario alla Presidenza del consiglio sempre con De Gasperi, in una nota riguardante la documentazione prodotta da alcuni dei personaggi coinvolti nell’operazione di falsificazione (riferita al famoso Carteggio o altro), per autentica o meno che fosse, riteneva che l’Italia non avesse alcun interesse a seminare “zizzania” (parole testuali) con America e Inghilterra[18].

Andriola ricorda anche le parole del futuro presidente della Repubblica, all’epoca partigiano, Sandro Pertini[19], che non era presente a Dongo al momento dell’arresto di Mussolini, il quale riferì di alcune domande rivoltegli da emissari inglesi circa i contenuti degli incartamenti sequestrati al Duce, tra i quali, sempre a suo dire, ci sarebbero state alcune lettere scambiate con Churchill, alcune scritte dopo l’ingresso in guerra dell’Italia[20]. Ancora, l’ex presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, il questore partigiano (socialista) di Como Virginio Bertinelli e Massimo Caprara, già segretario di Palmito Togliatti, tutte testimonianze che, nella loro diversità, hanno un interessante punto in comune: parlano degli incartamenti e si collocano temporalmente prima dell’inizio dell’operazione di falso ripresa da Franzinelli, che si colloca nei primi anni Cinquanta, quando i presunti carteggi furono pubblicati in serie in alcuni numeri del settimanale “Oggi”.

Esiste anche un’altra testimonianza, che però potrebbe essere ritenuta parziale. Parliamo di Vittorio Mussolini, uno dei figli del Duce e responsabile della sua segreteria particolare negli anni della RSI. Vittorio raccontò che durante la fuga verso Como, il padre, appreso che il camioncino su cui viaggiavano certi documenti riservati era stato bloccato dai partigiani, parlò di carte decisive per intavolare un confronto con gli alleati; per la cronaca, se ne persero le tracce e furono molte le ipotesi circolate sulla loro possibile destinazione[21].

Fabio Andriola descrive anche alcuni incontri, avvenuti negli anni della RSI sulle rive del lago di Garda e/o nei pressi del confine elvetico, tra Mussolini e agenti segreti inglesi e/o altri emissari anglo americani che, scoperti dai tedeschi – che tenevano sotto stretta sorveglianza il Duce – avrebbero causato il biasimo dell’ambasciatore di Hitler a Salò, Rudolf Rahn. Uno scenario che evoca la trama del primo romanzo di William J. Cornwall, intitolato Dear Mussolini, uscito pochi anni fa e nel quale si parla di un giovane agente segreto usato da Churchill per intrattenere rapporti col Duce. Chiaramente è impensabile entrare nel merito dei fatti descritti in un’opera di narrativa, ma è singolare il raffronto tra i due episodi.

Ricordiamo infine, sempre ripresa dal libro di Andriola, la testimonianza di Aristide Tabasso, citata dal figlio Franco in quell’introvabile (e a suo tempo sequestrato) libro intitolato “Su onda 31 Roma non risponde”[22], uscito nel lontano 1957. Ex ufficiale dei servizi segreti italiani, Aristide, a quanto pare, riuscì a mettere le mani su un certo quantitativo di documenti sottratti a Mussolini, ma non poté raccontarlo perché morì in circostanze mai chiarite nel 1951 (il figlio parlò di un avvelenamento). L’uomo con un passato da 007 in terra d’Africa rimase sempre un monarchico convinto, tanto da essere spinto a consegnare quelle carte a Umberto di Savoia, delle quali da quel momento si persero le tracce, come del resto del prezioso archivio della ex dinastia regnante (salvo la parte custodita a Torino[23]).

Un altro particolare assai curioso della lunga vicenda del carteggio riguarda le vacanze sul lago di Como di Churchill, negli anni dell’immediato dopoguerra (la prima ad agosto ’45), quando non era più primo ministro (tornerà in carica nel 1951, per poi lasciare definitivamente nel ’55). Lo statista scelse come meta il lato sinistro del lago – quello tra Dongo, Moltrasio e Gravedona – proprio la zona dove si consumarono gli ultimi giorni di Mussolini; per coloro che ritengono che le vacanze lacustri dell’ex premier non avessero nulla a che vedere col recupero di presunte carte scomode, si trattava di un soggiorno di piacere, per consentire a Churchill di avere il tempo di dedicarsi agli amati acquerelli e alla scrittura di quella monumentale storia della Seconda guerra mondiale, che gli varrà nel 1953 il Nobel per la letteratura; va detto, che in occasione dei suoi soggiorni al lago lo statista ebbe molte occasioni per parlare con gli abitanti del luogo e cercare riscontri sugli ultimi giorni dell’aprile del 1945.

Chiaramente non siamo in grado di dirvi, venendo alle conclusioni, se il famoso carteggio sia realmente esistito o meno, ci limiteremo a osservare che liquidare il tutto come operazione di propaganda e/o come un falso storico forse non è l’approccio migliore per una questione tanto delicata, all’interno della quale potrebbero venire in luce molti altri e importanti incartamenti (pensiamo a quelli del camioncino), finiti chissà dove, che se o qualora emergessero potrebbero contribuire a gettare nuova luce su molti fatti, anche anteriori allo scoppio del conflitto, e che potrebbero aver influito su vicende occorse dopo la conclusione della più sanguinosa e devastante guerra mai combattuta.

Avranno forse ragione coloro che ritengono che in Italia il cospirazionismo abbia alimentato molte false teorie e/o ricostruzioni, ma è pur vero che questo è avvenuto per mancanza di trasparenza e/o collaborazione.

E come insegnavano i nonni, gettare via il bambino con l’acqua sporca non si rivela mai una buona idea!

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