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A partire dal 7 ottobre, è sempre più frequente imbattersi sui social in canzoni israeliane che incitano all’odio, alla violenza e persino al genocidio dei palestinesi. La nuova corrente musicale ha preso il nome di “hip-hop genocida” e riflette ciò che la società israeliana pensa della Palestina e dei suoi abitanti. Non si tratta di una novità assoluta, ma indubbiamente dopo l’attacco di Hamas e dall’inizio dei bombardamenti a Gaza, il movimento ha preso sempre più piede. Tutte le canzoni appartenenti a questo genere presentano gli stessi elementi: demonizzazione dei palestinesi, riferimenti culturali e religiosi che incitano alla violenza, messaggi diretti al genocidio.

Una delle canzoni di maggiore successo appartenente a questa corrente è Harbu Darbu del duo rap Ness e Stilla. “So we’ll make sure that Gaza will becoming a happy amusement park. We will blow up your house for free” (“Così faremo in modo che Gaza diventi un parco divertimenti felice. Faremo saltare in aria la vostra casa”) recita il brano. I palestinesi vengono chiamati “ratti” o “figli di Amlek”.

Quest’ultimo è un riferimento all’eterno nemico degli israeliti citato nella Torah, utilizzato spesso anche dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu, di cui le canzoni sembrano riflettere le intenzioni, per giustificare l’uccisione di massa dei palestinesi. Il brano nomina poi i leader di Hamas insieme ad alcune celebrità “nemiche” che in passato hanno espresso solidarietà per la Palestina, come Bella Hadid, Dua Lipa e Mia Khalifa. La canzone restituisce l’immagine di una società alla ricerca di vendetta con un ritmo, quello della musica trap, che ne accentua la violenza. I cantanti nel video “sputano” su chi chiede una Palestina libera, mentre ne chiedono la sua cancellazione.

Nonostante i palesi messaggi di odio e violenza, il video della canzone è visualizzabile su YouTube. Tuttavia, in passato ci sono stati casi di rimozione di canzoni palestinesi, come quella di Mohammed Assaf del 2015, Ana Dammi Falastini (il mio sangue è palestinese), rimossa temporaneamente lo scorso anno da Spotify e da altre piattaforme per “incitamento contro Israele”, quanto piuttosto è una celebrazione dell’identità palestinese.

Sono numerose le canzoni pubblicate dal 7 ottobre che hanno seguito la moda. Anche nella canzone Shager si possono trovare versi come “Who do you think you are screaming for a free Palestine?” (Chi vi credete di essere per chiedere una Palestina libera?”). Un altro esempio è la “The Friendship Song 2023”, cantata dai bambini israeliani. Il brano è stato scritto da Shulamit Stolero e Ofer Rosenbaum, presidente del Fronte Civile, nonché un gruppo israeliano “non politico” formato allo scopo di mobilitare la società israeliana a sostegno della guerra a Gaza. Si tratta di un riadattamento di una poesia e canzone del 1949 che commemora gli ebrei uccisi durante la Nakba. Il titolo è stato modificato in “We are the children of the Victory Generation”.

Tra i versi del testo si possono trovare affermazioni come “Sulla spiaggia di Gaza sta scendendo la notte d’autunno, gli aerei bombardano, la rovina segue la rovina. Guarda l’IDF attraversare il confine per annientare i portatori della svastica. Tra un altro anno non rimarrà più nulla e torneremo sani e salvi a casa nostra. Tra un anno ancora, li elimineremo tutti e torneremo ad arare i nostri campi”. In questo caso il video è stato rimosso da YouTube per aver violato i suoi termini di servizio. Il fatto che a cantarla siano stati dei bambini ci dice molto più sulla società israeliana di quanto possa fare qualsiasi analisi. I bambini vengono educati sin dalla nascita ad odiare i palestinesi, perciò banalizzare le sofferenze dell’intero popolo rappresenta per loro la normalità, se non la giustizia.

Un articolo del Times of Israel parla di canzoni di “rabbia e resilienza” diventate colonne sonore per gli israeliani dopo l’attacco di Hamas. Uno di questi è la canzone dei Subliminal, “Zeh Aleinu” (It’s On Us), descritta dal quotidiano come “un inno arrabbiato su un paese che cerca la vittoria in una guerra per la sopravvivenza e allo stesso tempo guarda al futuro”. Nei primi versi della canzone i palestinesi sono “nazisti”, nemici da combattere per poi esclamare “il tuo tempo è finito!”.

Non chiamatela resistenza, è solo ideologia

Qualcuno potrebbe erroneamente confondere tutto questo con la resistenza, ma di fatto è l’espressione di un’ideologia inculcata nelle menti dell’intera popolazione israeliana, la stessa che ha permesso l’ascesa di Netanyahu. Perciò, mentre il resto del mondo continua a maturare un certo dissenso nei confronti della violenza con cui Israele sta continuando ad attaccare la Striscia di Gaza, i giovani in Israele inneggiano al genocidio, anche attraverso la musica.

Non può neanche essere definito un vezzo di coloni estremisti, laddove la violenza è ben più radicata nella società israeliana e si può fiutare in qualsiasi espressione del pensiero, persino nei libri scolastici, come parte della loro stessa educazione. Le canzoni non sono solo un mezzo per legittimare l’eliminazione del nemico, ma plasmano anche sentimenti nazionalisti deformando la realtà storica. Nella narrativa israeliana la narrativa palestinese non esiste, viene negata e cancellata, come se la vita palestinese dopo la Nakba non fosse mai esistita o non abbia importanza.

Quindi, la disumanizzazione dei palestinesi nei media è una realtà presente sin dalla nascita dello Stato di Israele. Ciò che hanno di diverso le canzoni pubblicate in risposta all’attacco di Hamas è la loro possibilità di accrescere ulteriormente l’identità nazionalista estrema e diventare quasi un inno per la popolazione israeliana. Ma soprattutto, ad essere diversa è la loro condivisione in tutto il mondo e l’indignazione che ne consegue.

Il ruolo della musica nei conflitti

La musica, in contesti di guerra, diventa un’attività comunitaria, costruisce un’esperienza condivisa all’interno di un gruppo contro un “nemico comune”. Ed è così che gruppi di israeliani di ogni età si riuniscono al valico per fermare gli aiuti umanitari ballando musica elettronica.

La musica è stata spesso utilizzata per incitare i combattenti in battaglia, quando i canti glorificavano i crimini di guerra e demonizzavano i nemici per alimentare violenza e fervore. Già i greci avevano compreso l’importanza della musica durante le guerre, ritmando con gli strumenti il passo dei soldati. La glorificazione della guerra attraverso la musica è stata maggiormente comune in periodi storici in cui la guerra era vista con accezione positiva, attraverso cui gli uomini mostravano la loro forza.

La Seconda Guerra Mondiale è stata la prima guerra ad aver vissuto la diffusione di massa della musica, coincidendo anche con la nascita della musica popolare. Fu anche il periodo storico in cui si diffuse la radio, favorendo la condivisione con il popolo in una nuova modalità. La radio permise anche agli Stati di controllare e determinare quali canzoni far ascoltare, perciò la musica popolare divenne un mezzo per attrarre ascoltatori e fornire messaggi di propaganda.

Si pensi anche alle canzoni del periodo fascista, dove i testi venivano scritti con il solo scopo di celebrare il regime e Mussolini, ma anche di attrarre il popolo. In questo caso il controllo da parte del regime era totale, tanto da censurare e ostacolare la diffusione di canzoni straniere. Il soggetto qui era la patria, la nazione e il valore dell’italiano. Quando non si trattava di canzoni patriottiche, venivano trasmesse canzonette allegre per distrarre il popolo.

Persino durante il conflitto tra Russia e Ucraina la musica ha avuto un ruolo, ad esempio quando il notiziario di una stazione radiofonica russa fu interrotta da un attacco hacker facendo risuonare l’inno ucraino e altre canzoni contro la guerra.

La musica che incentiva il genocidio

Quello di Israele non è il primo esempio di musica utilizzata specificamente per incentivare il genocidio. Le stazioni radio e la musica hanno alimentato anche le tensioni durante il genocidio in Ruanda nel 1994. La Radio Television Libre del Mille Collines (RTML) faceva riferimento ai Tutsi chiamandoli “scarafaggi” o “serpenti”, diffondevano i nomi di bersagli e informazioni riguardo la loro posizione. Il proprietario della RTML fu incriminato nel 1997 dal Tribunale Criminale Internazionale.

Il cantante pop Ruandese Simon Bikindi registrò una canzone dal titolo I hate the Hutus, in cui attaccava gli Hutu che si rifiutavano di uccidere i Tutsi. Bikindi fu dichiarato colpevole di incitamento al genocidio. Secondo questo precedente, la musica e i media possono di fatto essere considerati veicolo di odio e violenza nel contesto di una guerra e possono essere incriminati.

Oltre a rafforzare l’identità collettiva, i messaggi delle canzoni israeliane normalizzano la violenza e assumono un ruolo significativo nel plasmare l’opinione pubblica. Di solito contengono una retorica provocatoria che trascina chi l’ascolta verso patriottismo, estremismo e aggressività, con l’unico scopo di annientare il nemico.

Diventano anche strumenti propagandistici, soprattutto quando contengono lodi nei confronti dei militari, che si sentono celebrati. In tal senso, la musica può essere utilizzata per controllare la narrativa e attrarre quante più persone alla causa.

La musica è stata usata da Israele anche come arma di tortura per i prigionieri palestinesi. Ci sono diversi video su TikTok di soldati che hanno costretto i detenuti palestinesi, bendati e immobilizzati, ad ascoltare ripetutamente per ore canzoni con contenuti anti-palestinesi o a cantare “lunga vita a Israele”. I media israeliani l’hanno ironicamente descritta come “l’arma segreta di Israele”. Ai testi, in cui vengono deumanizzati, si aggiunge la loro posizione di prigionieri, incapaci di vedere e parlare, privati della loro umanità, meri corpi senza sentimenti e diritti politici, per cui la loro sofferenza diventa insignificante e derisa. L’utilizzo della musica qui non fa alto che desensibilizzare l’ascoltatore alla sofferenza dei prigionieri.

In tempi di guerra, quando la società è politicamente instabile, le canzoni possono veicolare più facilmente messaggi nazionalisti e ri-influenzare la società in modi nuovi e differenti andando a rafforzare ciò che già rappresenta la narrativa storica. L’esistenza di queste canzoni e la loro diffusione dimostra quanto ogni discorso sui diritti umani diventi fragile e solleva numerosi interrogativi sulla capacità di prevenire e fermare definitivamente crimini di guerra e genocidio.

Le canzoni chiedono anche la pace

Nella storia la musica ha svolto in diverse occasioni un ruolo pacificatore. A partire dagli anni ’60 la musica è stata ampiamente usata per contrastare la politica ed esprimere dissenso, agendo come strumento del cambiamento. Dai Beatles ai System of a Down, da Jimi Hendrix ai Rage Against The Machine, la lista è lunga e dimostra che la musica non ha mai smesso di avere un ruolo politico positivo.

Se la musica non fosse stata considerata uno strumento potente, gli USA non avrebbero temuto John Lennon quando protestava contro la guerra in Vietnam e cantava War is over o Imagine, in particolare tra il 1966 al 1976. Né avrebbe ricevuto continue pressioni da parte dell’amministrazione Nixon, che premeva affinché lasciasse gli USA. Si dice persino che la guerra in Vietnam sia finita proprio grazie alla sua musica.

A seguire questa scia oggi è stato Macklemore, che ha pubblicato sui propri canali ufficiali la nuova canzone Hind’s Hall, dal nome con cui è stata ribattezzata la Hamilton Hall della Columbia University di Manhattan dagli studenti in onore di Hind Rajab, la bambina di sei anni uccisa a Gaza a gennaio.

Il brano difende gli studenti statunitensi pro Palestina che stanno manifestando in questi giorni, critica il Governo Biden, denuncia le azioni della polizia nei confronti dei protestanti e chiede espressamente il cessate il fuoco. Tra i temi trattati ci sono anche gli interessi economici dietro gli investimenti pro Israele e il fatto che la polizia difende un sistema progettato dai suprematisti bianchi, ma anche la differenza tra antisionismo e antisemitismo. Macklemore si rivolge poi a tutti quegli artisti che non hanno avuto il coraggio di esprimere la loro posizione. I ricavati della canzone verranno devoluti all’UNRWA e ai rifugiati palestinesi.

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