Sembra passato un secolo da quando il mondo, e non solo la Siria, nel maggio del 2015 guarda quasi impotente alla distruzione di alcune delle più famose antichità classiche del sito archeologico di Palmira. La furia iconoclasta dell’Isis, che da pochi giorni ha possesso della città, si abbatte sulle rovine romane e, con esse, su una parte importante dell’eredità culturale del popolo siriano e del medio oriente. Sembra passato tanto tempo appunto, in realtà si parla di appena tre anni. Oggi, nel paese, si respira un’aria diversa: a Damasco infatti, riapre il museo nazionale. Al suo interno è adesso possibile ammirare buona parte della storia ereditata da questo territorio che, seppur in guerra, prova comunque già oggi a recuperare una certa normalità.

Cosa vuol dire l’apertura di un museo 

Non si tratta soltanto della sistemazione di un luogo chiuso da sei anni perchè, tra il pericolo dei mortai sparati dai quartieri in mano ai terroristi e tra le priorità di una guerra che dal 2012 prendono il sopravvento, non considerato al sicuro. A rivivere è un pezzo importante che compone l’identità stessa della Siria, da oggi non più soltanto paese martoriato ed in guerra, ma anche nazione che può prendere possesso nuovamente della sua storia. Quando i quartieri confinanti con la regione della Ghouta appaiono liberati dalle sigle islamiste, tra il marzo e l’aprile del 2018, subito le autorità della capitale siriana decidono di mettere mano al museo non più minacciato. Si ripuliscono i locali, si sistemano le stanze, si adibiscono i saloni per le visite di cittadini e turisti. Ci si prepara quindi alla possibilità di richiamare, nella mente dei i siriani e dei visitatori, gli elementi più importanti della storia e dell’identità della Siria. 

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Ma non solo: si raggiunge l’apice di un lavoro iniziato con l’avvio della guerra da parte della comunità archeologica siriana. Quando tra il 2012 ed il 2014 alcune delle più importanti, sotto il profilo archeologico, zone della Siria iniziano ad essere minacciate dagli islamisti, gli archeologi corrono per mettere in salvo quante più opere possibili. Ad Homs come a Deir Ezzor, a Palmira come a Raqqa ed Aleppo, lì dove si prevede la forte pressione di jihadisti e terroristi si lavora per porre sotto custodia i reperti più importanti. Si calcola che trecentomila opere archeologiche, specie durante i primi anni del conflitto, vengono prelevate dai vari siti provinciali e dei territori assediati. Trasferite a Damasco ed in luoghi al sicuro, con la guerra che soffia sempre meno sulla capitale oggi è possibile vederle esposti e fruibili. E così la Siria, e non solo Damasco, non si riappropria soltanto di un museo e di un luogo d’arte ma, per l’appunto, di pezzi importanti della sua storia. 

Un lento ma costante ritorno alla normalità 

La riapertura del museo di Damasco indica anche un cammino oramai intrapreso verso il ripristino di una vita quanto più quotidiana possibile. Come già raccontato dai suoi reportage da Fulvio Scaglione, per il semplice fatto che si può uscire per strada ed incontrare un amico i siriani cominciano nuovamente a sorridere. A Damasco, Homs, Aleppo ed in altre località liberate da Isis ed Al Qaeda, non ci sono più sacchi di sabbia per le strade ed i checkpoint sono sempre di meno. Si circola con meno apprensione, si può tornare a ricominciare la mattinata chiacchierando al bar con amici o leggendo i giornali che adesso non parlano più solo di guerra. Piccoli gesti, piccole cose, che però fanno la differenza e segnano la discontinuità rispetto ai primi anni di guerra.

Non tutto è facile, non tutto è semplice e, soprattutto, non in tutta la Siria si respira questo clima di ritorno lento alla normalità. La guerra c’è ancora, anche se non la si combatte più nelle città più importanti. Ad Idlib la tregua ogni giorno appare appesa ad un filo, nel deserto tra Palmira e Deir Ezzor l’Isis controlla ancora un piccolo ma significativo fazzoletto di terra, nell’est della Siria non è ancora risolta la questione della presenza di forze filocurde in aree a maggioranza araba. La Siria quindi è ancora nel pieno del conflitto, ma lì dove l’onda distruttiva della guerra non fa risuonare più gli echi di bombardamenti e sparatorie si riprende la vita. E questo è già un buon segno, in vista di un dopoguerra forse più vicino ma non per questo meno ricco di insidie ed incognite. Quelle stesse incognite dalle quali i siriani possono per un po’ distrarsi approfittando anche di una fugace visita al museo nazionale riaperto. 

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