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Guerra

Il muro di Erdogan al confine con Iraq, Iran e Armenia

La politica estera della Turchia è complessa e difficilmente catalogabile. In questi ultimi anni, la traiettoria di Ankara nella geopolitica mediorientale è cambiata moltissimo: il più delle volte grazie all’immedesimazione stessa della Turchia nella figura carismatica di Recep Erdogan. Il...

La politica estera della Turchia è complessa e difficilmente catalogabile. In questi ultimi anni, la traiettoria di Ankara nella geopolitica mediorientale è cambiata moltissimo: il più delle volte grazie all’immedesimazione stessa della Turchia nella figura carismatica di Recep Erdogan. Il presidente turco, dalla sua ascesa nei primi anni del Duemila a oggi, ha subito un profondo cambiamento, passando dall’essere un potenziale leader laico di una Turchia alle soglie dell’Unione Europea e che proclamava la dottrina del “zero problem with neighbors”, a un autocrate con visioni neo-ottomane da sultano. Oggi, Erdogan ha inaugurato una terza fase della sua politica estera, che potremmo dire essere passata dal “zero problema” a “zero friends”. Questa fase, che nasce all’incirca dall’inizio della guerra in Siria ma che è esplosa con il fallito golpe dell’estate del 2016, è segnata da una chiusura della Turchia nei confronti del proprio vicinato.

Se la guerra in Siria doveva rappresentare il palcoscenico perfetto per l’ingresso trionfale di Erdogan nello scacchiere mediorientale quale leader credibile per tutto il Vicino Oriente, in realtà il conflitto si è tramutato in una catastrofe sia politica sia strategica del governo Erdogan. Erdogan, forse più per un’eccessiva fiducia nei suoi mezzi, aveva scommesso tutto sulla caduta di Bashar Al-Assad e sulla fine del potere di Damasco. Per questo motivo, aveva anche allestito campi profughi per tutti i siriani che scappavano verso la Turchia, consapevole che, al loro ritorno, sarebbero sempre stati grati al governo di Ankara. Ma l’eccesso di ottimismo ha giocato un brutto scherzo al sultano. La questione siriana è diventata molto complessa, troppo, e il problema curdo è riaffiorato con estrema violenza. Erdogan ha compreso che l’assenza di un forte potere in Siria poteva giocare a suo favore soltanto con una Siria territorialmente unita, ma l’espansione militare dei curdi, foraggiati dai presunti alleati della Turchia nella NATO, ha fatto cambiare opinione al sultano.





Con l’evoluzione in senso negativo, per la Turchia, della guerra civile siriana, Erdogan ha cambiato totalmente politica, passando dal neo-ottomanesimo a una sorta di gioco ambiguo su tutto in cui, oltre a farsi nemici un po’ ovunque, si è anche costantemente isolato. Nel tempo, la Turchia, dal desiderio di espansione è passato al desiderio di protezione e, quasi mutando insieme al suo leader, ha cercato costantemente di trincerarsi. Un esempio chiaro di questa nuova politica di Erdogan è la costruzione di muri su tutti i confini meridionali e orientali turchi. Negli ultimi mesi, il governo turco ha varato un piano di fortificazione dei confini fra Turchia, Siria, Iraq, Iran ed anche Armenia, con lo scopo di escludere ogni possibilità d’infiltrazione di agenti nemici sul territorio turco. Questo mese, il governo ha annunciato il completamento di una linea di fortificazione di 650 chilometri su tutto il confine tra Siria e Turchia. In contemporanea, Erdogan e il ministro della difesa, Fikri Işık, hanno annunciato il piano per la costruzione di un muro di protezione fra il territorio turco e i confinanti Iraq, Iran ed Armenia.

Lo scopo essenziale di queste fortificazioni è essenzialmente quello di rendere inattaccabile la Turchia da tre avversari differenti: Isis, curdi e migrazioni. La barriera prevede muri di cemento armato altri all’incirca tre metri e sormontati di filo spinato, e vedrà anche il volo di droni per il controllo delle aree di passaggio. Se però il controllo dei migranti e dell’Isis non sembra essere un problema per il confine turco-iraniano e neanche per quello turco-iracheno, il vero tema centrale di questa scelta di costruire la “fortezza Turchia” è in realtà racchiuso nella guerra ai curdi del PKK. Obiettivo tra l’altro mai nascosto dal governo di Ankara, che da anni ormai considera i curdi quali il nemico numero uno della tenuta del Paese, anche e soprattutto più pericoloso dello Stato Islamico. Non a caso, le centinaia di chilometri di confine che il governo sta costruendo, passano inevitabilmente nel famigerato Kurdistan, realtà territoriale che la Turchia non vuole assolutamente che diventi realtà giuridica. Costruire i muri di fortificazione ai confini significa creare barriere fisiche tra curdi iracheni, siriani e turchi, ed anche iraniani, rendendo di fatto impossibile gestire le comunicazioni tra i quattro centri del Kurdistan.

Secondo fonti del governo turco, i soldati dell’esercito di Ankara hanno disinnescato migliaia di mine che sarebbero state posizionate dai militanti del PKK per ostacolare la costruzione del muro. Di contro, l’aviazione e l’esercito turco stanno intensificando i raid e le operazioni contro i curdi per evitare ogni possibilità che si crei una congiunzione fisica e politica tra le realtà curde dei vari Paesi. In particolare, in questo momento, a destare preoccupazione per i turchi sono i curdi iracheni, che hanno intrapreso la via per il referendum indipendentista. Avere n Kurdistan autonomo al proprio confine, significherebbe una bomba a orologeria per la stabilità della Turchia, la Siria, a rischio frammentazione e con i curdi armati dagli Stati Uniti, non rende certamente migliore il controllo della regione da parte di Erdogan.

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