Gli esperti in difesa di Mosca mettono in guardia i sauditi dopo il raid aereo che ha colpito gli stabilimenti petroliferi della Aramco la scorsa settimana. Secondo gli analisti del Cremlino la difesa antiaerea saudita risulterebbe “inadatta” a proteggere obiettivi strategici da minacce di “piccolo” calibro – alludendo proprio ai droni lanciati dai ribelli houthi (o ai missili a corto raggio lanciati dai pasdaran iraniani) che hanno colpito il sito petrolifero a poca distanza dalla capitale Ryiad.

Il monito – che presume un minuzioso studio della “bolla di difesa” che protegge lo spazio aereo e il suolo Arabia Saudita quasi a limite dello spionaggio – sembra essere confezionato più per screditare i sistemi di difesa fabbricati dagli Stati Uniti che per fare una cortesia ad un vecchio “amico”. Dal momento che l’Arabia Saudita, come molte altre potenze del Golfo, affida la sua difesa aeree al sistema Patriot, forse gli strateghi di Putin hanno trovato un modo per titillare gli sceicchi e avere l’occasione di ampliare i loro orizzonti e proporre qualche nuovo sistema anti-aereo “made in Russia” come quelli che hanno già convinto il sultano Erdogan. Sempre a discapito dei Patriot.

A rilasciare questa “scabrosa” insinuazione è stata una fonte interna al ministero della Difesa russo, che ritiene i sistemi di difesa aerea fabbricati negli Stati Uniti in dotazione all’Arabia Saudita inefficaci nel respingere un attacco sferrato mediante bersagli di piccola dimensione contro le infrastrutture petrolifere dalla compagnia Aramco. La “causa” è dettata dalle “incoerenze con delle caratteristiche dichiarate”. La notizia, riportata dall’agenzia d’informazione russa Tass, illustra anche il numero preciso (si presume) delle batterie di missili Patriot schierate lungo i confini dell’Arabia Saudita (dunque Yemen, Oman, Emirati Arabi Uniti e Qatar). Attualmente il confine sarebbe protetto da 88 lanciatori armati con missili Patriot, dei quali 36 della versione Pac-2 e 52 della versione più avanzata Pac-3. A questa rete di sistemi di difesa, si aggiungono poi i lanciatori di ben tre cacciatorpediniere dell’ Us Navy che proteggono il territorio che presta il fianco al Golfo Persico. Tutte e tre le navi da guerra sono armate con con sistemi di difesa antimissile “Aegis”, armati con 100 missili Sm-2.

Il report pubblicato da Tass trae la conclusione che né i sistemi missilistici antiaerei Patriot né i sistemi anti-missile Aegis sono si sono dimostrati abbastanza efficaci nello sventare la minaccia e nel consentire abbattimento dei droni lanciati dai ribelli yementi – o secondo il Pentagono, che ha valutato gli obiettivi petroliferi colpiti sul suolo saudita “fuori dalla portata” degli Houthi, da un altro “avversario”. Per questo i droni di ridotte dimensioni continueranno a rappresentare una grave minaccia per il rifornimento di petrolio mondiale.

Che sia un consiglio spassionato, o un’offerta velata che ambisca a ricevere una richiesta di qualche “sistema anti-aereo” più efficace, sembra che la Russia stia tentando di impiegare una nuova, quanto singolare strategia di “soft-power”.

Il sistema Patriot

Le batterie Patriot sono sistemi mobili di difesa aerea e missilistica progettati per la proteggere obiettivi focali – quali basi militari o siti sensibili – innalzando una griglia di difesa che copre un’area relativamente piccola. La versione più recente del Patriot, il Pac-3 (Patriot Advanced Capability-3 Missile Segment Enhancement), è un intercettore hit-to-kill che elimina i bersagli attraverso una collisione cinetica, mentre le varianti precedenti facevano affidamento su testate a frammentazione esplosiva – che diffondevano una “rosa” di shrapnel come la cartuccia di un fucile a pompa.