Si è dissipata l’aria di golpe in Russia. Le brigate Wagner in marcia verso Mosca dopo l’annuncio del comandante Prigozhin, incriminato e poi prosciolto per rivolta armata, si sono fermate a circa 200 km dalla capitale, forti di un accordo mediato dal dittatore bielorusso Alexander Lukashenko. Che la situazione fosse grave lo si era intuito già ieri, ma dopo il discorso del presidente Vladimir Putin il conflitto che si è consumato nelle scorse ore ha assunto connotati allarmanti e fornito una lezione per il gruppo di potere al vertice dello Stato russo.
Il discorso di Putin e quel parallelismo col 1917
Putin, da grande amante della storia, non si è lasciato sfuggire neanche questa volta l’opportunità di proporre riferimenti storici precisi per spiegare ciò che si è verificato nel Paese. “Questa è una pugnalata alle spalle del nostro Paese e della nostra gente. Un colpo simile fu inferto alla Russia nel 1917, quando il paese stava conducendo la Prima guerra mondiale: la vittoria le venne rubata”, rivela il boss del Cremlino. “Intrighi, litigi, politica dietro le spalle dell’esercito e del popolo si sono trasformati nel più grande choc, la distruzione dell’esercito e il crollo dello stato, la perdita di vasti territori. E, come conseguenza, la tragedia della guerra civile. I russi hanno ucciso russi, fratelli: e ogni sorta di avventurieri politici e forze straniere, che hanno diviso il paese, lo hanno fatto a pezzi, hanno ottenuto guadagni egoistici”, ha proseguito.
Una predica a non commettere gli stessi errori dei suoi predecessori. Come quando ha annunciato in diretta televisiva l’avvio della famigerata “operazione militare speciale” nel 2022: un anno fa il 70enne pietroburghese ha preso di mira le origini dell’Unione sovietica e l’invenzione – così definita – dello Stato ucraino. Putin non ha mai apprezzato il fondatore dell’Urss, Lenin, e con quelle parole ha implicitamente riconosciuto le colpe dei sovietici nel collasso del grande impero zarista. Ma c’è un’altra allusione parimenti rilevante e intrisa di significati prima di tutto storici ed è quella alla guerra civile esplosa nel 1917.
All’epoca la Russia era in tumulto, una nazione lacerata e divisa tra bolscevichi e le armate bianche, quest’ultime sconfitte tra il 1922 e il 1923. Si trattò di un confronto fratricida deflagrato durante la Prima guerra mondiale, che già aveva sfiancato l’esercito russo. Oggi le truppe di Putin sono dispiegate in Ucraina per un’altra guerra totale che non sta producendo i risultati auspicati dalla leadership politica e una ribellione improvvisa dei più importanti miliziani privati al servizio di Mosca ha rischiato di condurre direttamente al medesimo epilogo di oltre cento anni fa.
I potenziali punti caldi all’estero
Quello che però il Cremlino teme veramente adesso che l’avanzata di Prigozhin si è arrestata è l’apertura di nuovi fronti in altri punti caldi del continente dove i russi hanno costruito degli avamposti che conservano con le unghie dalla fine della Guerra fredda: la Transnistria in Moldavia, l’Ossezia del Sud in Georgia, la Bielorussia del claudicante Lukashenko e tutti gli altri territori controllati dall’esterno da Mosca potrebbero trasformarsi da un momento all’altro in dei focolai impossibili da spegnere. Le mosse del capo della Wagner hanno manifestato tutta la debolezza e la confusione nella catena di comando militare russa. Dunque il pericolo di un effetto domino scaturito dai disordini interni non può essere sottovalutato.
La rivoluzione russa nel 1918 portò alla nascita di nuovi e “vecchi” Stati indipendenti in Polonia, Finlandia e nelle Repubbliche Baltiche. Putin ha accettato di fare delle notevoli concessioni per soffocare questo tentativo di sedizione da parte di un suo ex alleato, ma la reiterazione di tale instabilità domestica potrebbe in futuro limitare la capacità di proiezione dell’esercito russo fuori dai suoi confini.
Infine, non va dimenticato che in Ucraina sono tuttora schierati gli uomini fedeli al Cremlino: lì i soldati russi stanno combattendo per compromettere la controffensiva di Kiev, ma un colpo di Stato o qualsiasi altra emergenza scoppiata in patria potrebbe un giorno condurre al crollo dell’esercito. È questa la speranza dei generali e del presidente ucraino, osservatori attentissimi nelle ore più delicate e tribolate della rivolta della Wagner. Insomma, se crolla la Russia, crollano anche le sue sfere d’influenza. Per il momento, lo Zar rimane ancora in piedi.