Il fatidico 17 luglio è ormai trascorso e di spiragli per un rinnovo dell’accordo sul grano fra Russia e Ucraina, mediato da Onu e Turchia nemmeno l’ombra. Anzi, negli ultimi giorni, probabilmente a causa del west shift compiuto da Recep Erdogan, i rapporti tra Ankara e Mosca sono più tesi che mai. Alcuni giorni fa, avevamo già sottolineato, a proposito dei corridoi del grano, come la compartecipazione di Putin fosse importante ma non imprescindibile: Erdogan non ha necessariamente bisogno dell’omologo russo per garantire le esportazioni del grano dall’Ucraina: sia perché qualora Mosca non rinnovi l’accordo, non è detto che imponga il blocco o impedisca la formazione di altri trattati a proposito, ma soprattutto, Ankara potrebbe scegliere di farsi unica garante sul Mar Nero del “corridoio verde”.
La prima di queste due ipotesi sembra saltata del tutto: nel tardo pomeriggio del 19 luglio, infatti, il ministero della Difesa russo ha dichiarato in un comunicato che “A partire dalle ore 00:00 di Mosca del 20 luglio 2023 (le 23.00 italiane), tutte le navi nel Mar Nero dirette verso i porti ucraini saranno considerate come potenziali vettori di carichi militari”.
La dose viene poi rincarata dall’ulteriore annuncio: “Gli Stati di bandiera di queste navi saranno considerati parte del conflitto ucraino al fianco del regime di Kiev”. Inoltre, “alcune aree nelle parti nord-occidentali e sud-orientali delle acque internazionali del Mar Nero sono state dichiarate temporaneamente pericolose per il passaggio”. Da Mosca, dunque, non solo non giunge alcuno sblocco sull’accordo, ma si vuole portare scientemente la situazione sull’orlo del baratro. Ad aggravare il clima di tensione la notizia di un””esercitazione” militare nell’area nord-occidentale del Mar Nero, secondo quanto annunciato nelle scorse ore il ministero della Difesa di Mosca, spiegando che sono stati lanciati missili antinave per abbattere un bersaglio in mare.
L’ora della verità per i rapporti Ankara-Kiev
Ma è soprattutto la volontà di spostare la guerra sul Mar Nero che ora sembra animare le intenzioni del Cremlino. Erdogan, dal canto suo, potrebbe avere il coraggio di farsi scorta dei convogli del grano? Un’opzione, o meglio una prova di fedeltà, che potrebbe presto giungere da Volodymyr Zelensky: Kiev si è detta pronta a continuare le esportazioni di grano attraverso i suoi porti meridionali e l’assistente presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak ha dichiarato che Kiev sta prendendo in seria considerazione un pattugliamento militare congiunto tra i Paesi del Mar Nero. Se questo avvenisse, Putin, alla luce di quando dichiarato dalla sua Difesa, dovrebbe attaccare le navi turche, e dunque scatenare un’aggressione diretta a un Paese Nato.
Ha il Cremlino la levatura politica per poterselo permettere? O è proprio il calo di consenso presso il partito della guerra che potrebbe indurre a un atto di forza dimostrativo di tale proporzioni? Per prevenire l’imponderabile, l’unica altra soluzione sarebbe quella di cedere alle richieste reiterate dalla Russia, un passo indietro che mette a rischio la reputazione occidentale, ma che può evitare l’escalation. I punti che la Russia continua a rivendicare restano il reintegro delle banche e delle istituzioni finanziarie russe all’interno del sistema internazionale Swift, lo sblocco delle consegne di grano russo ostacolate dalle sanzioni (stessa cosa dicasi per i ricambi dei mezzi agricoli), nonché lo sblocco del cosiddetto “oleodotto dell’ammoniaca”. Tutte condizioni del precedente accordo del grano che, secondo il Cremlino, non sono state soddisfatte.
Nuovo raid su Odessa, tonnellate di grano in fumo
Mentre l’offensiva sul campo sembra non sortire alcuna svolta per le forze russe, Odessa ha vissuto una nuova notte di raid: “I razzi russi hanno colpito un terminal del grano e del petrolio ed è scoppiato un incendio”, ha accusato Vladyslav Nazarov, portavoce del comando militare ucraino Sud. Secondo Kiev, 60 mila tonnellate di grano sono andate in fumo nella località di Chornomorsk. Il ministero della Difesa russo ha respinto le accuse di puntare ai depositi di grano, parlando di raid solo su strutture militari, mentre Kiev, attraverso il messaggio serale del presidente Zelensky, rivela che lo stock sarebbe stato destinato proprio alla Cina: questo metterebbe Pechino sulla difensiva, se in ballo ci fosse parte del suo destino alimentare. Ma è proprio sulla catena del grano che Putin sembra insistere, annunciando di esser pronto a sostituire l’Ucraina nel mercato mondiale.
Nel frattempo, sia l’intelligence Usa che quella britannica alzano il livellodi allerta sul mar Nero: secondo il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, Adam Hodge, lo spostamento del conflitto sul Mar Nero potrebbe indurre Mosca ad attaccare indiscriminatamente navi civili, imputando gli attacchi all’Ucraina. Da Londra, invece, il ministero della Difesa sottolinea che qualsiasi operazione di blocco compiuta dalla Flotta russa nel Mar Nero sarà a rischio per via dei droni e dei missili da crociera per la difesa costiera ucraini.
Spostare a sud la linea del fronte
Alla luce dell’aumentata virulenza degli attacchi e dalla geografia degli stessi sembra che il Cremlino possa spostare più a sud la linea del fonte: del resto la lingua batte dove il dente duole. Spostare il conflitto sul Mar Nero, che comunque è parte integrante dell’aggressione di un anno fa, permette al Cremlino di seguire tre direttrici specifiche: seguitare l’assedio di Odessa, con tutto il corollario geopolitico che la città porta con sè; spostare l’attenzione sulla Crimea: se fino a qualche settimana fa il possesso russo della penisola sembrava affatto in discussione, il nuovo attacco ucraino al ponte di Kerch tradisce la volontà di Kiev di riprendersi ciò le appartiene. Anche per la Russia la Crimea è un obiettivo vitale poichè costituisce, assieme al Donbass, il fulcro esistenziale del conflitto da quasi dieci anni.
L’ultimo obiettivo è quello di rendere il mar Nero quanto più insicuro possibile, facendo leva sui timori degli Stati rivieraschi e agitando lo spauracchio dello scontro navale: e il seme della discordia sembra già aver attecchito, considerando che, in attesa di un segnale occidentale, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania e Bulgaria si sono appellate alla Commissione Ue affinché lo stop alle importazioni di grano ucraino (oltre a mais, colza e semi di girasole) sia prolungato almeno fino al 15 settembre. Ad annunciarlo, il ministro dell’Agricoltura polacco Robert Telus, sostenuto dagli omologhi degli altri Paesi pronti a mantenere le frontiere chiuse. E questo punto, per Putin, è già una battaglia vinta.

