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La transizione del mondo verso un assetto multipolare, in fase di consolidamento, ha portato con sé un’instabilità diffusa, pervasiva e in aumento. La globalizzazione, diventata un processo irreversibile, ha creato centri di potere economico al di fuori di quelli classicamente conosciuti, e ha portato con sé problematiche relative allo sfruttamento di nuove risorse (ad esempio i minerali per la green economy) e alla sicurezza della catena di approvvigionamento di beni e materie prime.

I recenti progressi tecnologici, diventati più accessibili come conseguenza della diffusione di nuovi centri economici e per la stessa natura di alcune nuove tecnologie, hanno permesso ad alcuni Paesi di cambiare la propria postura di politica internazionale diventando più assertivi, proprio per assicurarsi maggiore benessere e sicurezza.

Questo quadro si completa con la proliferazione di attori violenti non statuali (in inglese Violent Non State Actors – Vnsa) di matrice non solo religiosa, che perseguono e sono funzionali, talvolta, all’agenda politica di Paesi emergenti dalle velleità espansionistiche a livello regionale.

Il mondo multipolare, al contrario di quanto preconizzato da alcuni, si sta dimostrando un mondo sempre più conflittuale, in una sorta di riedizione della storia ottocentesca che ha determinato direttamente il Primo Conflitto Mondiale.

L’impianto delle diritto internazionale, così come nato dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, oltre che diventare sempre meno efficace, si sta sgretolando davanti ai colpi di potenze globali e regionali che perseguono i loro obiettivi espansionistici utilizzando tutti gli strumenti in loro possesso: dai metodi coercitivi ai conflitti aperti, passando per quell’enorme zona grigia dell’Hybrid Warfare.

Oggi, al termine del 2023, abbiamo sotto i nostri occhi le immagini della guerra in Ucraina e del conflitto in Medio Oriente, allargatosi quasi immediatamente ad altri attori se pur senza l’escalation che una guerra classica prevede.

Ucraina e Israele

L’Ucraina si avvia al secondo inverno bellico, colpita duramente nelle sue infrastrutture (energetiche e portuali) dai missili russi, che sono tornati a venire usati in modo massiccio dopo mesi di uso saltuario e limitato, a indicare che l’industria della Federazione ha saputo in qualche modo ovviare alle sanzioni internazionali per poter rimpinguare i suoi depositi di munizioni di questo tipo, messi alla prova dai primi mesi di guerra.

Per farlo ha dovuto pagare uno scotto: sacrificare l’alta tecnologia, e quindi la precisione dei vettori, per via della difficoltà di reperimento di microprocessori ad elevate prestazioni (tutti fabbricati in Occidente o a Taiwan e in Corea del Sud), messi sotto embargo. Mosca, come sappiamo, si è affidata anche ai suoi alleati e partner per sostenere lo sforzo bellico, così se i proiettili di artiglieria ora arrivano dalla Corea del Nord, già da tempo utilizza droni kamikaze di lungo raggio di fabbricazione iraniana e costruiti su licenza a sempre maggiori ritmi, appunto per non esaurire i più preziosi vettori da crociera e balistici. Anche in questo caso Mosca ha dovuto scendere a compromessi: sacrificare il carico bellico (gli Shahaed-136/Geran 2 hanno una testata di 40 chilogrammi a fronte dei 450 di un missile Kh-101) e la resistenza alle contromisure elettroniche, per poter avere uno strumento spendibile in gran numero.

Un soldato delle forze speciali ucraine lungo il fiume Dnipro (AP Photo/Felipe Dana)

L’attacco sull’Ucraina della notte tra il 28 e il 29 dicembre, effettuato con un elevato numero di droni e missili ed effettuato come ritorsione per l’affondamento della nave da sbarco anfibio classe Ropucha “Novocherkassk” nel porto di Feodosia, in Crimea, dimostra che la Russia non è affatto un Paese sull’orlo del collasso, ma proprio per via della capacità di adattamento alle sanzioni potrà sostenere la guerra ancora a lungo, e il tempo gioca dalla parte di Mosca.

Del resto le sanzioni internazionali, se mantenute per lungo tempo come nel caso russo, danno modo al Paese che le subisce di adattarsi e di poter sostituire il sostituibile rimodulando la propria industria, oppure di approvvigionarsi in altro modo (mercato nero, intermediazione di Paesi terzi) di quei beni che non riesce a produrre. Ma il conflitto israelo-palestinese e quello in Ucraina non sono gli unici che costellano questo mondo instabile.

Dal Caucaso alla Libia, passando per il Medio Oriente

Restando nell’intorno europeo, il Nagorno-Karabakh, nonostante la disfatta armena, resta un’area di crisi che può facilmente peggiorare qualora l’Azerbaigian dovesse decidere di proseguire nell’invasione dell’Armenia, di cui ha occupato i territori a settembre di quest’anno con un’importante operazione militare che ha portato alla conquista dell’Artsakh.

Gli scontri tra i curdi e la Turchia sono proseguiti dopo la fine del cessate il fuoco di giugno ad opera del Pkk. Le forze turche pertanto hanno ripreso a effettuare una serie di operazioni nel nord dell’Iraq, colpendo principalmente lungo il confine ma anche nel profondo del Kurdistan iracheno.

Mezzo militare americano nei pressi di Qamishli, in Siria (AP Photo/Baderkhan Ahmad, File)

L’instabilità mediorientale è ben nota, col conflitto in Siria che prosegue, esacerbato dai recenti fatti a Gaza, e con le milizie filo-sciite attive in Iraq per colpire obiettivi statunitensi e della coalizione.

La Libia continua a essere tormentata da lotte intestine che contrappongono non solamente Tripoli a Tobruch, ma anche le milizie che rientrano nel più grande Governo di Unità Nazionale: la scorsa estate scontri a fuoco hanno riacceso i riflettori su Tripoli, in un refrain già visto a ogni prospettiva di elezioni.

Africa senza pace

Il Sahel, come sappiamo, è tormentato da colpi di Stato e dalla violenza di matrice islamica, con pericolosi travasi nei Paesi confinanti e ripercussioni dirette sulla sicurezza europea e italiana non solo di ordine migratorio, mentre il Gabon, nell’Africa equatoriale, è stato teatro di un golpe che a differenza di altri non ha distaccato il Paese dalla sua ex potenza coloniale.

Spostandoci verso il Corno d’Africa, anche qui il contrasto alle milizie del radicalismo islamico (Somalia) e alle forze indipendentiste di matrice etnica (Etiopia) è fattore di instabilità pervasiva.

Proteste e manifestazione a Niamey, in Niger, durante il colpo di Stato nel luglio del 2023. (AP Photo/Fatahoulaye Hassane Midou, File)

Attraversando quel braccio di mare racchiuso nello Stretto di Bab el-Mandeb, giungiamo in Yemen, attanagliato da un conflitto intestino che perdura da anni e che vede la presenza della longa manus di Teheran a sostegno dei ribelli Houthi, che hanno preso parte attiva nel conflitto mediorientale in atto cercando dapprima di colpire Israele con droni e missili a lungo raggio, poi bersagliando il traffico navale nel Mar Rosso per cercare di mettere pressione sugli Stati Uniti e l’Occidente, in un gioco molto pericoloso che potrebbe rivoltarsi loro contro.

L’Asia centrale ribolle

Questo ci porta direttamente al confronto tra l’Iran e gli Stati Uniti che si gioca non solo nel Levante, ma in un altro choke points fondamentale: lo Stretto di Hormuz, che ha visto diversi attacchi e sequestri di naviglio commerciale da parte dei pasdaran.

Non si può né si deve dimenticare l’Afghanistan, dove il ritorno dei talebani al potere non ha diminuito le violenze per via della rivalità tra i gruppi estremisti islamici attivi nel Paese, e questo ci porta direttamente al suo vicino, il Pakistan, che continua ad avere in essere un contenzioso territoriale con l’India per il Kashmir che facilmente potrebbe rapidamente degenerare in un conflitto aperto.

Soldato talebano nella provincia in Panjshir, in Afghanistan. (AP Photo/Mohammad Asif Khan, File)

Sempre restando sul tetto del mondo, l’India e la Cina hanno contenziosi di confine che interessano sempre il Kashmir ma anche una regione più orientale, l’Arunachal Pradesh. I due giganti asiatici sono arrivati “ai ferri corti” (anzi cortissimi, letteralmente) nel 2020 e da allora la tensione non è mai diminuita se pur si sia giunti a un congelamento dello status quo. Pechino però sta armando il suo confine meridionale, costruendo basi e infrastrutture di uso duale che allarmano Nuova Delhi, che ha risposto spostando alcuni reparti del suo esercito nel nord del Paese.

La cintura di fuoco estremo-orientale

Proseguendo nel nostro viaggio dell’instabilità, ai nostri lettori sono note le dinamiche del Mar Cinese Meridionale, teatro di scontro tra la Cina, che ne rivendica la sovranità nella sua interessa, gli altri Stati rivieraschi e gli Usa, alfieri della libertà di navigazione.

Taiwan si sente sempre più accerchiata dalla spire del dragone cinese, che viola sempre più costantemente e in forze la sua Adiz (Air Defence Indentification Zone) nel tentativo di intimidire la popolazione con l’approssimarsi delle elezioni, ma non ha fatto i conti con una nuova generazione di taiwanesi che non si sente più cinese – proprio per via della maggiore aggressività di Pechino – e che ha ancora negli occhi quanto accaduto a Hong Kong dove la politica “un Paese due sistemi” è morta nella repressione, per cui è conscia che la parola del Politburo non vale granché.

Taiwan aeronautica Usa (La Presse)

Restando nello scacchiere del Pacifico Orientale, la Corea del Nord ha definitivamente rotto la sua moratoria autoindotta relativo al lancio di prova di missili balistici, e ha recentemente inasprito i toni della sua retorica quando il leader Kim Jong-un ha ordinato alle sue forze armate di essere pronte per una guerra. Questo gioco, ormai, è noto: Pyongyang alza i toni dello scontro diplomatico per cercare di strappare concessioni riguardanti le sanzioni internazionali che la strangolano.

Nazionalismo sudamericano in salsa rossa

Terminiamo il nostro giro del mondo instabile col Venezuela: il presidente Nicolas Maduro ha infatti aperto un nuovo fronte di crisi quando ha soffiato sul vento del nazionalismo rivendicando la sovranità su una regione della Guyana, l’Essequibo. Il Brasile, pertanto, ha elevato lo stato di allerta e ha spostato alcune truppe – poche invero – al confine, per dare un segnale a Caracas forte ma non irrimediabile: del resto il presidente Luiz Inacio Lula da Silva è stato sponsor di Maduro per far riammettere il Venezuela nella comunità di Stati sudamericani.

Abbiamo fatto una carrellata delle aree di crisi mondiali, aree che difficilmente troveranno pace in questo 2024 e che pertanto dovranno essere tenute sotto osservazione per le motivazioni affermate in apertura.