È da poco passata la mezzanotte quando un aereo partito dalla Siria atterra a Baghdad, la capitale dell’Iraq che, da alcuni giorni, è sconquassata dalle proteste. A bordo del velivolo ci sono due personaggi chiave della politica estera iraniana: il generale Qassem Soleimani, comandante delle Forze Quds, e Abu Mahdi al Muhandis, leader della milizia sciita Hashed. Il generale è da tempo nel mirino di Stati Uniti e Israele. Solamente pochi mesi fa, ad agosto, Tel Aviv aveva provato ad eliminarlo, senza però alcun successo. Occhi furbi e barba brizzolata ben curata, Soleimani sa muoversi con attenzione. A volte si sposta senza lasciare alcuna traccia; altre ancora, invece, si mostra in prima linea per inviare un messaggio ai suoi nemici, come quando si fa immortalare per le strade di Aleppo mentre, non molto lontano, infuria la battaglia contro le milizie jihadiste di Al Nusra. Il generale iraniano sa usare luci e ombre. Conosce il potere delle immagini. E della propaganda.

Quando atterra a Baghdad è tranquillo: conosce bene l’Iraq e non lo teme. “Probabilmente” – scrive Guido Olimpio sull’edizione cartacea del Corriere di oggi – “Soleimani si considerava coperto dall’immunità, aveva tante volte incrociato gli americani in Iraq e non lo avevano toccato”. La scorsa notte, però, qualcosa è cambiato e Soleimani è diventato un obiettivo da eliminare. Subito. La presunta immunità che lo proteggeva è saltata. Come mai?

La morte del generale è ancora avvolta in alcuni misteri. Il primo: non è ancora chiaro quale fosse il suo vero compito a Baghdad, ma è lecito supporre che c’entrasse con le proteste che, nei giorni precedenti al suo arrivo, avevano messo nel mirino l’ambasciata americana e avevano fatto precipitare la Casa Bianca nell’incubo di una nuova Bengasi, ovvero l’assalto alla sede diplomatica Usa in Libia del 2011, culminato nella morte dell’ambasciatore Chris Stevens. Soleimani era davvero lì per aizzare la folla e attuare un piano per eliminare i diplomatici americani, come ha affermato il presidente Donald Trump, oppure stava cercando un modo, grazie al suo ascendente, di portare gli iracheni a più miti consigli?

E poi: come è stato possibile individuare Soleimani? Con l’intelligence, certamente. “Ricostruzioni ipotizzano una sorveglianza molto stretta da parte degli Stati Uniti, con intercettazioni e ricorso ai molti velivoli spia che pattugliano costantemente lo scacchiere. Lo hanno tracciato per essere sicuri che fosse davvero lui l’uomo a bordo del Suv. Probabile che abbiano avuto conferme dirette da informatori e ‘occhi’ nelle vicinanze dello scalo per evitare errori”, scrive Il Corriere. Ma a chi appartenevano gli occhi che hanno visto atterrare il generale e che hanno avvisato gli americani? Ai (tanti) doppiogiochisti sul campo? Oppure, come è stato ipotizzato anche su InsideOver, c’è stata una fuga di notizie interna, “da parte irachena legata alle milizie filo Hezbollah, o addirittura da parte iraniana”?

Infine, il primo tweet di Trump dopo l’omicidio mirato di Soleimani: una semplice bandiera americana senza alcun commento. Un comportamento insolito da parte del presidente Usa, abituato a toni più roboanti e, talvolta, perfino eccessivi. Il tycoon ha detto di aver “agito per fermare una guerra, non per iniziarla”. Ciò che accadrà nelle prossime ore confermerà o smentirà le parole di Trump. E, forse, ci aiuterà a capire come – e soprattutto perché – è stato ucciso Soleimani.

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