Il recente incidente al sottomarino russo Losharik in cui 14 membri dell’equipaggio hanno perso la vita, probabilmente restando asfissiati dall’impianto antincendio a gas di bordo, apre nuovi interrogativi sul tipo di missioni che svolge questa unità navale speciale della Marina Russa.

Il sottomarino, ma che per le sue caratteristiche, come vedremo, sarebbe più corretto chiamare batiscafo, al momento dell’incidente mortale era impegnato, secondo quanto riferito da Mosca, in rilievi batimetrici nel Mare di Barents in acque territoriali russe. Il Losharik, che fortunatamente è riuscito ad emergere, è stato rimorchiato nella base di Severomorsk, non lontano dalla città militare di Murmansk.

Il Losharik: il sottomarino spia di Mosca

Il Losharik è un sottomarino dalle caratteristiche molto particolari che non ha eguali in occidente. Varato nel 2003, per soluzioni costruttive ricorda molto più un batiscafo che un classico sottomarino: internamente, oltre lo scafo esterno che ricorda un classico vascello di tipo sovietico, il Losharik è costituto da 7 sfere che ne formano lo scafo resistente, al contrario di quanto accade nei classici sottomarini.

La forma sferica garantisce, infatti, la massima resistenza alla pressione che si incontra a grande e grandissima profondità: si stima che il Losharik sia in grado di raggiungere i 6mila metri di profondità massima, come i moderni batiscafi.

Propulso da un reattore nucleare accoppiato ad un generatore elettrico che fornisce il moto all’albero dell’elica situati nelle due sfere poppiere interconnesse e separate dalle altre, il Losharik ha un equipaggio composto da circa 25 ufficiali di alto livello ed esperti, e vedremo il perché. Lungo circa 70 metri e dal dislocamento di 2mila tonnellate in immersione, il sottomarino si stima possa raggiungere la velocità massima di 10 nodi.

Il sottomarino è dotato di bracci meccanici estraibili e di “pattini” coi quali può appoggiarsi al fondo e avanzare come una slitta: il Losharik infatti è un vascello pensato per effettuare missioni di spionaggio. Insieme ad un vascello simile, ma dalle dimensioni più piccole (730 tonnellate di stazza) il Paltus, ha il compito di raggiungere le elevate profondità a cui giacciono i cavi sottomarini e disattivare i dispositivi di ascolto posti dalle marine avversarie oltre che, ovviamente, porre in atto lo stesso tipo di minaccia sui cablaggi “occidentali”, che, in caso di conflitto, verrebbero tagliati per troncare le comunicazioni transcontinentali e gettare i comandi Nato nel caos più totale.

Una missione molto delicata e coperta dai massimi livelli di segretezza che fa capire il perché di un equipaggio composto da pochi ufficiali di alto rango.

La Russia, sulla scorta dell’esperienza maturata durante la Guerra Fredda con il sottomarino K-411 Orenburg, ha modificato nel 1999 un vascello classe Delfin (Delta IV in codice Nato) per “operazioni speciali”. Il Podmoskovye – questo è il nome dell’unità – ha subito profonde modifiche strutturali che ne hanno radicalmente modificato la sagoma: la lunghezza è infatti passata a 175 metri rispetto ai 166 originali ma soprattutto è stata eliminata la “gobba” sede dei pozzi di lancio dei missili balistici – ormai inutili ai fini del nuovo spettro di missioni a cui il sottomarino è dedicato. Al posto del compartimento missili è stata montata una sezione in grado di poter alloggiare e far operare il Losharik ed il Paltus. Oltre a questa unità recentemente se n’è aggiunta un’altra, il sottomarino K-139 Belgorod della classe Oscar II (Project 949A) ampiamente modificata ed in grado, anche, di trasportare e lanciare quattro supersiluri atomici Poseidon, già noto come Status-6 o Kanyon per la Nato.

Tutte queste unità navali sono inquadrate nella 29° Brigata Autonoma della Flotta del Nord ma sono a tutti gli effetti dipendenti dal GRU (Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie) ovvero il servizio informazioni militari russo.

La missione del Losharik

Il sottomarino, come già detto, sarebbe stato impegnato in rilievi del fondale marino in una parte non meglio precisata del Mare di Barents. Del resto è pur sempre vero che questo tipo di unità, insieme al Paltus, è stata impegnata negli scorsi anni in attività di questo tipo nella piattaforma continentale russa al di sotto del Mar Glaciale Artico per poter mappare il fondale e così mettere Mosca in grado di avere un importante strumento per la rivendicazione della sovranità in quell’area.

Come abbiamo avuto modo di dire più volte, tutta la zona dell’Artico, anche grazie ai cambiamenti del clima, è diventata frontiera per lo sfruttamento minerario delle immense risorse che vi si trovano e nuovo punto strategico per le rotte commerciali tra i due oceani.

Questa attività però potrebbe essere solo una facciata. Tra il Mare di Barents e quello di Norvegia corrono infatti dei cavi sottomarini che collegano la Norvegia alle Svalbard, recentemente giunte alla ribalta delle cronache per essere al centro dell’attenzione della Nato in chiave del contenimento della Russia e del controllo di quella importante parte dell’Artico.

Poco più oltre, spostandoci verso l’Atlantico, altri cavi sottomarini collegano l’Islanda e la Groenlandia alla Scozia e al continente europeo. Non sarebbe per nulla azzardato ipotizzare che il Losharik fosse impegnato a curiosare anche da quelle parti, a poche ore di navigazione – soprattutto se effettuata coi sommergibili “madre” visti prima – dalla base di Severomorsk.

Le ipotesi sull’incidente

Non sappiamo ancora, nel momento in cui scriviamo, quali possano essere le cause dell’incendio divampato a bordo del Losharik che ha causato indirettamente l’asfissia dei 14 membri dell’equipaggio. L’unità navale è abbastanza recente e non appartiene a quei relitti dell’Unione Sovietica che ancora solcano i mari – come appunto i sottomarini classe Delta – e che Mosca mantiene con difficoltà in servizio.

Sicuramente il Losharik rappresenta una delle prime costruzioni navali russe post Guerra Fredda, e pertanto potrebbe aver incorporato tutti quei problemi della cantieristica navale che Mosca ha dovuto affrontare negli anni immediatamente successivi al crollo dell’Unione Sovietica: la lunghissima gestazione – circa 15 anni – è lì a dimostrarlo.

Però, a differenza di quanto sta accadendo ora, la Russia di quegli anni era una potenza che si stava sollevando dal declino – anche e soprattutto grazie agli aiuti economici occidentali – e ci risulta difficile pensare ad una cattiva progettazione/costruzione per un vascello adibito a compiti così delicati e segreti, destinato ad essere manovrato dalla crème degli ufficiali della Flotta. Se pur il vero impulso al rinnovamento delle Forze Armate – azzoppato dalle recenti sanzioni – sia abbastanza recente, chi scrive tenderebbe ad escludere una causa strutturale alla base dell’incidente.

Piuttosto è ragionevole pensare che il Losharik abbia incontrato, durante la sua missione, un qualche tipo di imprevisto – un sovraccarico dovuto a una collisione con un oggetto sul fondo ad esempio – che ha causato il principio di incendio divenuto mortale per l’attivazione automatica dell’impianto di spegnimento a gas.