La guerra tra Arabia Saudita e Yemen ha, tra le sue tante disgrazie, anche quella di essere poco mediatica: se in Siria, pur tra una giungla di informazioni spesso artefatte ed affidate alla propaganda dell’una o dell’altra metà del campo, i riflettori sono accesi praticamente dall’inizio del conflitto, quanto sta accadendo nell’estremo sud della penisola arabica appare invece molto più celato sia al pubblico occidentale che a quello mediorientale. In Europa ad esempio in tanti conoscono ciò che è accaduto presso le rovine dell’antica Palmyra e quale destino è stato riservato alla storica Moschea di Mosul, in pochi sanno dei danni provocati dai raid sauditi sugli storici palazzi di Sana’a e sui monumenti beni UNESCO dello Yemen i quali testimoniano (ed in molti casi testimoniavano) la culla delle civiltà che si sono succedute presso la penisola arabica; allo stesso modo, in pochi conoscono la situazione derivante dall’epidemia di colore la quale, in pochi mesi, ha mietuto tante vittime molte delle quali impossibilitare ad accedere alle cure per via del conflitto. La guerra, che i Saud hanno voluto scatenare per contrastare gli Houti sciiti, si sta rivelando un disastro anche per Riyadh: molti uomini persi, tanti mezzi distrutti, ma da qualche mese è a rischio anche la sua stessa integrità territoriale.

I missili yemeniti capaci di colpire obiettivi sensibili dell’Arabia Saudita

Lo Yemen, già prima del conflitto era lo Stato più povero della regione e questo, oltre che sulla disastrata economia, ha avuto ripercussioni anche nello sviluppo del suo armamento: l’esercito yemenita non può disporre di mezzi e uomini in grado di contrastare la tecnologia degli armamenti in dotazione ai Saud, derivanti soprattutto dalla vendita di armi da parte di USA e paesi occidentali; inoltre, non tutti i reparti di Sana’a nel 2015, anno dell’inizio delle ostilità, si sono schierati al fianco dell’ex presidente Saleh coalizzato con la milizia sciita degli Houti e questo sulla carta ha ulteriormente indebolito la capacità difensiva del paese arabo. Tanto gli sciiti quanto i sostenitori dell’ex Capo di Stato, per rispondere ai raid sauditi, hanno quindi puntato su due elementi: la guerriglia e la preparazione derivate dalla conoscenza del territorio delle milizie popolari, da un lato, e lo sfruttamento dell’arsenale missilistico che, in mancanza di un’aviazione efficiente, appare l’unica reale carta da poter opporre ai jet dell’Arabia Saudita.

Dopo due anni di conflitto, gli Houti e gli alleati fedeli all’ex presidente hanno perso poco territorio ed hanno ancora il controllo di Sana’a, mentre dall’altro lato Riyadh non è riuscita a venire a capo della situazione nonostante la superiorità di mezzi: mancanza di addestramento e scarsa capacità di reazione alla guerriglia messa in atto dagli sciiti, sono tra gli elementi responsabili di una disfatta ancora non ufficialmente ammessa dall’Arabia Saudita, la cui azione tiene sotto scacco milioni di yemeniti alle prese con città distrutte ed una profonda e preoccupante crisi umanitaria. Ma adesso, per i Saud, le grane arrivano anche in termini di sicurezza del territorio: i missili yemeniti, anche se non in grado di ostacolare i mezzi sauditi e degli altri paesi della coalizione del Golfo, sono stati capaci in questi due anni di guerra di creare preoccupazione circa l’integrità del territorio controllato da Riyadh.

Ne sanno qualcosa gli abitanti di Najran, la più importante città saudita a ridosso del confine con lo Yemen: da quando è scoppiato il conflitto, i cittadini hanno iniziato a convivere con le esplosioni di numerosi missili partiti dall’altra parte della frontiera e, per diversi periodi, lo stesso aeroporto della città è stato costretto alla chiusura per via di una situazione sempre più incandescente. Nel dicembre 2015, gli Houti hanno anche posto in essere alcuni timidi avanzamenti all’interno del territorio saudita, creando anche in questo caso apprensione tra la popolazione civile: a tutto questo, bisogna aggiungere i circa 500 morti tra i soldati dei Saud, così come i molti obiettivi militari distrutti dalla reazione delle milizie sciite ai raid compiuti dalla coalizione sunnita; una somma di elementi, tra perdite militari e province meridionali sotto attacco, che fornisce un quadro della situazione fortemente negativo per l’Arabia Saudita e che indebolisce ulteriormente l’immagine della dinastia fondatrice del paese.

L’attacco missilistico alla raffineria saudita di Yanbu

L’efficacia della strategia derivante dall’uso dei missili, i quali comunque al momento non hanno mai causato vittime civili, per gli Houti e per gli yemeniti rimasti al fianco di Saleh ha costituito un importante sprono per sviluppare l’arsenale missilistico; Sana’a, prima del conflitto, poteva disporre delle armi donate dall’Iraq di Saddam Hussein allo stesso Saleh negli anni 90: tali armi comprendevano anche i missili ‘Al Hussein’, ossia gli ordigni balistici sviluppati da Baghdad durante la guerra contro l’Iran che hanno dato vita di fatto ad un aggiornamento degli SCUD di fabbricazione sovietica e che sono stati utilizzati nel corso della prima guerra del golfo. Smantellati dall’ex rais iracheno all’indomani della sconfitta della guerra in Kuwait, diversi esemplari erano però stati già donati al governo yemenita di Saleh e, una volta scoppiato il conflitto contro i sauditi, da Sana’a è stata presa la decisione di utilizzarli contro Riyadh.

Dapprima i missili yemeniti hanno colpito i dintorni di Najran e poi, via via, anche altri territori ben oltre la frontiera; negli ultimi mesi poi, la coalizione opposta ai Saud ha annunciato l’evoluzione dei suoi SCUD che ha portato alla fabbricazione del ‘Borkan 1’ prima e del ‘Borkan 2’ subito dopo: dal piano di sviluppo missilistico i militari yemeniti al fianco degli Houti sono riusciti a sviluppare delle armi balistiche che adesso possono raggiungere anche un raggio di 1000 km. Se n’è avuta conferma nella giornata di sabato quando, presso la raffineria di Yanbu, un missile lanciato dallo Yemen ha rischiato di distruggere una delle strutture petrolifere più importanti gestite dall’Aramco, l’azienda statale che si occupa del vitale mercato degli idrocarburi saudita; secondo quanto dichiarato dagli ufficiali yemeniti, la base di lancio del Borkan 2 caduto su Yanbu era distante 1000 km dall’obiettivo con la contraerea di Riyadh che si è ritrovata impreparata da un simile episodio.

La raffineria, che si trova in effetti in una località del Mar Rosso a circa 900 km dal confine yemenita, non è stata centrata in pieno e l’attività lavorativa al suo interno è potuta proseguire regolarmente e senza grossi intoppi; il missile infatti, sarebbe caduto nelle vicinanze del sito petrolifero causando panico tra la popolazione civile e tra gli addetti ai lavori presenti a Yanbu, pur tuttavia l’elemento più importante legato al lancio del Borkan 2 dallo Yemen riguarda la conferma dello sviluppo del piano missilistico di Sana’a e dell’aumento quindi dei pericoli per l’integrità del territorio saudita. La strategia inerente i lanci dei missili verso l’Arabia potrebbe proseguire anche nei prossimi giorni, con l’intento dichiarato di mettere pressione ai sauditi e rendere ancora più impopolare il conflitto all’interno della stessa famiglia Saud.

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