Rendere impopolare la guerra lì dove il conflitto viene promosso, è a volte l’unica arma che rimane a chi è consapevole di non avere i mezzi necessari per venire a capo della situazione; per circa un ventennio, ad esempio, negli USA si è avuta la convinzione che a far perdere la guerra in Vietnam è stato l’atteggiamento della stampa prima ancora che la conoscenza del territorio da parte dei Vietcong: le immagini dei bombardamenti americani, della devastazione causata dalle azioni poste in essere sul campo vietnamita, hanno destato forte impressione nell’opinione pubblica statunitense tanto da creare diversi movimenti pacifisti i quali, secondo la narrativa in voga fino alla prima guerra del golfo, sarebbero stati tra i principali artefici della disfatta in quel di Saigon. E’ anche per questo che Saddam Hussein, quando nel febbraio del 1991 le ‘bombe intelligenti’ americane hanno raggiunto il mercato di Baghdad, ha invitato Peter Arnett della CNN sul luogo per mostrare il disastro: il leader iracheno ha sperato, fino all’ultimo, di ridare impopolarità a quel conflitto e di creare quindi maggiore pressione all’amministrazione Bush.

La storia, con i dovuti distinguo e le altrettanto dovute proporzioni, si ripete nella penisola arabica: gli Houti in Yemen, dopo la fine dell’alleanza con Saleh, puntano adesso sull’arma della paura e dell’impopolarità che può essere raggiunta dal conflitto in Arabia Saudita. E’ per questo che, dalle rampe di lancio nascoste tra le montagne e le colline attorno Sana’a, la milizia sciita continua a lanciare i missili Borkan – 2 verso obiettivi sauditi sensibili.

Il lancio del Borkan verso la capitale saudita

Martedì mattina il centro di Riyadh è stato scosso da un’importante esplosione: i cittadini sono stati sorpresi dal frastuono mentre si apprestavano ad iniziare la giornata e, inizialmente, si è pensato ad un attentato terroristico; dopo poche ore invece, si è intuito che l’esplosione nitidamente avvertita nella capitale saudita era dovuta all’entrata in azione dei missili Patriot i quali, ad un’altezza non tanto elevata dal suolo, hanno intercettato e distrutto un missile proveniente dallo Yemen. Non solo il frastuono dell’esplosione, ma anche la paura innescata tra i cittadini ed i danni provocati dalla caduta di frammenti nel centro di Riyadh: per il cuore politico dell’Arabia Saudita si è trattato di vero e proprio shock, anche se non è la prima volta che gli Houti riescono a raggiungere la città con i loro missili; in quel sabato in cui proprio a Riyadh il premier libanese Hariri ha annunciato le dimissioni, ad esempio, i Patriot soltanto all’ultimo momento utile sono riusciti a distruggere il Borkan – 2 proveniente dallo Yemen.

I missili che vengono utilizzati dal gruppo sciita, che dal 2015 controlla Sana’a e contro cui i sauditi hanno scatenato il conflitto, sono frutto di un programma missilistico iniziato poco dopo il via dei raid voluti dai Saud nel paese; lo Yemen, grazie ai buoni rapporti che l’allora presidente Saleh aveva con Saddam Hussein, negli anni 90 ha acquistato dall’Iraq i missili a loro volta figli dei progetti studiati a Baghdad per rinnovare gli armamenti più pesanti: diversi Al Hussein, Scud sovietici modificati e rielaborati durante il conflitto tra Iraq ed Iran, sono finiti proprio nello Yemen sotto la cura della Guardia Repubblicana. Quando i Saud hanno attaccato nel 2015, sono stati proprio gli Al Hussein ad essere tirati fuori dai luoghi in cui erano conservati, avviando quindi alcune modifiche ed alcuni piccoli sviluppi in grado di portare al varo dei Borkan; non si tratta di missili dall’elevata tecnologia, specie se rapportati agli standard odierni, né dotati di grande precisione ma, forse proprio per questo, risultano funzionali per creare scompiglio nelle difese avversarie e paura nella popolazione.

A permettere l’implementazione del programma missilistico degli Houti, sono stati gli uomini della Guardia Repubblicana vicini all’ex presidente Saleh; sono soprattutto loro a saper utilizzare le armi più pesanti ed il fatto che ancora oggi, nonostante la rottura tra gli sciiti e Saleh e l’uccisione di quest’ultimo, i missili vengano lanciati verso il territorio saudita indica che non tutti coloro che erano vicini all’ex Capo di Stato yemenita hanno rotto l’alleanza con le milizie sciite. Nei giorni scorsi, da Washington, sono pervenute indiscrezioni circa il coinvolgimento dell’Iran nel programma missilistico yemenita: da Teheran sono arrivate secche smentite, pur tuttavia non è un mistero che la guerra in corso nel paese arabo è anche, tra le tante altre cose, un ulteriore tassello insito nel quadro della rivalità tra sauditi ed iraniani. 

Rendere impopolare la guerra dei Saud contro lo Yemen: ecco l’ultima arma per gli Houti

Il conflitto yemenita appare destinato a permanere in fase di stallo: da una parte i filo sauditi, che avanzano nelle zone costiere del governatorato di Ta’izz ma che non sembrano in grado di progredire nelle aree più impervie, dall’altro gli Houti e gli alleati rimasti assieme alle milizie sciite, i quali resistono a Sana’a ma le cui forze non consentono di avanzare in altre zone del paese. Questa situazione, paradossalmente ma fino ad un certo punto, potrebbe giocare a vantaggio della coalizione sciita: i Saud nel 2015 puntavano a sopraffare nel giro di pochi mesi, grazie anche all’alleanza con altri paesi del golfo, le resistenze Houti ma da questo conflitto hanno ricavato perdite consistenti in termini di risorse e denaro, oltre che di uomini e mezzi; prolungare la fase di stallo vorrebbe dire mettere ulteriori grattacapi ai Saud e sperare in un intervento diplomatico che possa, quanto meno, indirizzare il discorso su un piano prettamente politico.

L’uso dei Borkan inoltre, non può che far aumentare il senso di insofferenza e paura tra la popolazione saudita: vivere con il timore di doversi svegliare con i rumori prodotti dai Patriot che intercettano i missili yemeniti, renderebbe sempre più impopolare il conflitto tra i sudditi dei Saud ed anche questo elemento giocherebbe a favore degli Houti. In tutto questo però, è bene anche ricordare come il conflitto stia producendo uno dei drammi umanitari più gravi degli ultimi anni: sono milioni le persone che nello Yemen non riescono ad accedere a beni di prima necessità ed alle cure mediche, il paese è sempre più allo stremo oltre che distrutto dai raid dei sauditi i quali, in più di un’occasione, non hanno esitato a bombardare aree urbane di Sana’a o palazzi inclusi nella lista dei beni dell’Umanità.

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