Il conflitto nel Golfo Persico ha avuto come effetto pressoché immediato l’interruzione della maggior parte del traffico di idrocarburi via nave attraverso quell’importante collo di bottiglia rappresentato dallo Stretto di Hormuz.
All’incirca il 31% del greggio mondiale e dei condensati passa attraverso lo Stretto, e la maggior parte di esso – circa l’84% – è destinato ai mercati asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud hanno assorbito complessivamente il 70% di tutti i flussi di petrolio attraverso Hormuz lo scorso anno. Lo scoppio del conflitto ha portato le compagnie petrolifere che operano nel Golfo a un atteggiamento cautelativo: già sabato 28 febbraio molte di esse avevano sospeso le spedizioni di petrolio e carburanti nel timore di attacchi iraniani al traffico navale.
I pasdaran, in effetti, col procedere del conflitto hanno effettuato alcuni attacchi alle sparute petroliere che hanno tentato di attraversare Hormuz, ma, in ogni caso, le Guardie della Rivoluzione Islamica non hanno imposto con la forza un vero e proprio blocco totale dello Stretto, limitandosi a saltuari attacchi e lasciando al governo di Teheran il compito di minacciare il mondo di una strage di petroliere.
Come l’Iran può posare le mine
Hormuz, nel suo punto più stretto, è largo solamente 35 km circa – dall’isola di Qeshm alla penisola di Musandam – e i pasdaran, nel corso della loro storia quasi cinquantennale, hanno sviluppato tattiche (e quindi mezzi) per effettuare attacchi al naviglio mercantile e militare in transito, quindi bloccandolo a tutti gli effetti. Durante la guerra Iran-Iraq, l’escalation nelle acque del Golfo e gli attacchi alle petroliere da parte delle due parti in lotta (evento noto come tanker war) costrinsero gli Stati Uniti e i loro alleati a scortare le navi e a proteggere attivamente le rotte di navigazione. Quel periodo dimostrò che Hormuz poteva essere chiuso funzionalmente attraverso dinamiche di rischio anche senza un blocco navale vero e proprio.
Oggi, l’Iran ha minacciato di minare lo Stretto: un’azione che richiederebbe alle forze navali statunitensi una pericolosa missione di sminamento e scorta per tenere aperta la via marittima, esponendo le navi al tiro di droni e missili da crociera iraniani.
L’Iran può posare mine navali non solo usando le sue unità posamine rimaste dopo gli attacchi USA (alcune di esse molto piccole), ma ha anche la capacità di lanciarle con vettori a razzo basati a terra: a gennaio 2025, i pasdaran hanno mostrato immagini e video del sistema MLRS (Multiple Launch Rocket System) Fajr-5 mentre depositava mine navali durante un’esercitazione. Il Fajr-5 è un lanciarazzi a rastrelliera per quattro vettori montato su una piattaforma basata su camion, che lo rende altamente mobile e in grado di essere rapidamente dispiegato su una varietà di terreni. Il sistema sarebbe in grado di lanciare razzi con gittata compresa tra 80 e 100 chilometri, a seconda della variante specifica.
Le scorte iraniane di mine
La flessibilità e la mobilità del Fajr-5 lo rendono particolarmente utile nella guerra asimmetrica, e in questo caso permetterebbe all’Iran di minare lo Stretto senza esporre troppo alla reazione avversaria il sistema di rilascio. Sicuramente, la capacità di dispiegare rapidamente mine su una vasta area con il Fajr-5 rende questo metodo uno strumento ideale per interrompere il traffico navale nello Stretto di Hormuz.
Stime OSINT riferiscono poi che le scorte iraniane di mine navali si aggirerebbero tra le 5mila e le 6mila, comprese le mine di fondo e di influenza, lente da rimuovere e particolarmente distruttive. L’Iran non ha bisogno di disporre un campo minato “perfetto”: basta il sospetto che ci siano mine per paralizzare il traffico navale e e costringere la U.S. Navy a una lunga campagna di sminamento sotto la minaccia di missili, droni e attacchi di mezzi sottili e di minisottomarini.
In particolare, se Teheran decidesse effettivamente di colpire il traffico navale, si affiderebbe a strumenti come i minisottomarini di classe Ghadir: si ritiene che l’Iran possa disporne una ventina dopo gli attacchi statunitensi che ne hanno distrutto almeno uno. Un altro strumento sarebbero le già citate unità sottili, alcune molto piccole, ma pesantemente armate (anche con missili da crociera). Queste sono ottimizzate per colpire rapidamente e alcune – della grandezza di un piccolo motoscafo e armate con semplici razzi – possono essere agilmente trasportate anche da gancio baricentrico di elicotteri.
Il controllo dello spazio aereo
L’Iran possiede anche una serie di missili da crociera antinave basati a terra che ancora non si sono visti in azione (della famiglia Noor e Qader derivati da vettori cinesi anni ’80) e potrebbe anche, molto banalmente, usare i suoi lanciarazzi non guidati contro le grandi e lente petroliere in transito, come i veicoli BM-21 “Grad” di origine sovietica che sono in grado di saturare un’area piuttosto vasta.
Bisogna però considerare che Teheran non ha il controllo del suo spazio aereo, e che le forze statunitensi e israeliane hanno, per questo, un vantaggio non indifferente per quanto riguarda l’attività di sorveglianza, ricognizione e acquisizione dei bersagli dal cielo. La distruzione/disabilitazione dei sistemi di difesa aerea più importanti nell’arsenale iraniano, tra cui anche alcuni di fabbricazione cinese, permette ai droni ISR di volare pressoché indisturbati ad alta e altissima quota, da dove riescono a controllare il territorio iraniano e quindi a notare lo spostamento dei mezzi.
La reazione statunitense verrebbe quindi affidata alle unità più avanzate, ovvero i gruppi di volo imbarcati sulle portaerei che sono nella zona, o agli eventuali velivoli in CAP (Combat Air Patrol) che possono essere sugli obiettivi in qualche decina di minuti. Chiaramente questo non è sufficiente a garantire la sicurezza del passaggio attraverso Hormuz, e qualora l’Iran dovesse decidere realmente di minare lo Stretto e attaccare il naviglio che vi si avvicina renderebbe le operazioni aeronavali statunitensi più complicate costringendo uomini e mezzi a subire un logorio maggiore.