Migranti in armi: così Israele arruola i richiedenti asilo arrivati dall’Africa

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Guerra, Migrazioni /

Israele sta arruolando richiedenti asilo da impegnare nel conflitto, offrendo in cambio permessi di soggiorno permanente nel Paese. Sembra essere la carenza di soldati a spingere Israele al reclutamento di richiedenti asilo, prevalentemente africani, da impegnare in operazioni “pericolose per la vita” a Gaza.

La notizia, insieme ai suoi interrogativi etici, è apparsa il 15 settembre sul giornale israeliano Haaretz, dove si afferma che il reclutamento è stato organizzato “con la consulenza legale dei consulenti dell’apparato di difesa”, ma i funzionari si rifiutano di divulgare in che modo verranno utilizzate le reclute. Finora, nessun richiedente asilo che ha contribuito allo sforzo bellico ha ricevuto lo status ufficiale.

Secondo la Convenzione sui rifugiati delle Nazioni Unite del 1951, un rifugiato è chiunque venga riconosciuto da uno Stato ospitante o organismo internazionale come incapace di tornare nel proprio Paese di origine a causa di un “fondato timore di essere perseguitato”. Un richiedente asilo, invece, è colui che attende che questo riconoscimento gli venga concesso. I richiedenti asilo ai quali la richiesta non viene negata, ma sospesa per cinque o dieci anni, vivono quindi in un limbo legale in attesta che lo status venga loro riconosciuto. Nel 2020 su 30.000 richiedenti asilo fu approvato meno dell’1% delle richieste.

Secondo Haaretz, in Israele vivono circa 30.000 richiedenti asilo africani, la gran parte dei quali sono giovani uomini che percepiscono salari bassi e svolgono lavori che gli israeliani non vogliono. Dopo il 7 ottobre, molti richiedenti asilo si sono offerti come sostituti dei palestinesi nei centri di comando civili e nel lavoro agricolo, proprio per consolidare il proprio status legale. Nell’occasione i funzionari militari hanno visto l’opportunità di sfruttare questo desiderio per soddisfare anche i propri fini.

Il Ministero degli Interni, ha reso noto Haaretz, ha esplorato anche la possibilità di arruolare i figli dei richiedenti asilo, purché istruiti nelle scuole israeliane. Ma già in passato il Governo ha permesso ai figli dei lavoratori stranieri di prestare servizio nelle IDF in cambio della concessione dello status ai loro familiari più prossimi.

La garanzia per gli interessati ad arruolarsi, come testimoniato da un ragazzo inizialmente reclutato da Israele, sono due settimane di addestramento e uno stipendio equivalente a quello percepito nel precedente impiego. La vera conquista sarebbe il rilascio di documenti israeliani e quindi il diritto a restare legalmente nello Stato. Ma se l’unico addestramento previsto dura due settimane anche per chi non ha mai preso in mano un’arma, la vera conquista è rimanere in vita.

A guadagnarci è sicuramente Israele: non solo recluta persone ma risolve una questione problematica. La maggior parte dei richiedenti asilo, che proviene da Paesi devastati dalle guerre come Eritrea e Sudan, ha attraversato il deserto del Sinai entrando in Israele a ondate tra il 2005 e il 2012. Nel 2012, Israele ha costruito una barriera di confine lungo il confine con l’Egitto ponendo fine all’afflusso. Da allora, sono entrate in Israele solo circa 100 persone.

Successivamente, Israele ha adottato un piano per espellere decine di migliaia di richiedenti asilo africani. Fino a qualche anno fa, infatti, i richiedenti asilo africani indesiderati venivano “volontariamente” deportati in Ruanda. Tra il 2014 e il 2018 4mila persone, una volta scaduto il permesso di soggiorno temporaneo venivano costretti a scegliere tra il rimpatrio, il carcere in Israele o il trasferimento in Ruanda con buonuscita di 3.500 dollari. Non stupisce che la terza fosse l’opzione più gettonata. Purtroppo però molti, dopo una breve permanenza nel centro di detenzione ruandese, furono trasferiti in Uganda; altri furono messi in contatto con trafficanti di esseri umani. Intanto, in Israele protestavano contro le deportazioni.

Il Governo israeliano definisce “infiltrati” sia i richiedenti asilo sia i palestinesi che cercano di tornare alle loro case in quello che oggi è Israele dopo la Nakba del 1948. Ci sono molti dubbi su questa pratica, a sostegno della convinzione che Israele stia sfruttando persone vulnerabili in cerca di sicurezza. Nonostante ciò, l’apparato difensivo israeliano sostiene che le sue azioni siano conformi alla legge.  

A giugno, la Corte Suprema di Israele ha stabilito che anche gli ebrei ultra-ortodossi, storicamente esentati dalla leva, saranno obbligati a prestare servizio. Questa stringente esigenza di soldati è dovuta al momento di carenza attuale, che ha spinto Israele a reclutare soldati utilizzando diverse e fantasiose vie.

La pratica negli altri Stati

Quella di arruolare richiedenti asilo promettendo permessi di soggiorno è una pratica molto utilizzata dagli Stati durante i conflitti. In Russia, dall’inizio della guerra in Ucraina, sono state intensificate le politiche di arruolamento forzato, incluso l’impiego di migranti e richiedenti asilo. In particolare il 4 gennaio 2024, Vladimir Putin ha firmato un decreto che accelerava la concessione della cittadinanza ai migranti stranieri disposti a firmare contratti di almeno un anno per servire nelle forze militari russe o altre “formazioni militari” in Ucraina. E non solo, anche le mogli, i figli, e i genitori degli stranieri che combattono per la Russia potranno avere accesso alla medesima procedura semplificata.

Questa pratica è stata applicata soprattutto verso i migranti provenienti da Paesi dell’Asia Centrale, come Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan. Ma a combattere nell’esercito russo in Ucraina ci sono anche moltissimi cittadini indiani e nepalesi, molti dei quali finiti in guerra contro la propria volontà. Molti, infatti, venivano reclutati su internet con la falsa promessa di un impiego nell’esercito come aiutanti. Alcuni pensavano persino di partire per tutt’altri luoghi per poi ritrovarsi nei campi di addestramento russi a maneggiare armi o a scavare trincee in Ucraina.

Il numero totale di cittadini stranieri che combattono per la Russia in Ucraina, però, non è reso noto dal Cremlino. Va ricordato anche che Codice penale in Russia vieta esplicitamente la partecipazione di cittadini stranieri nell’esercito.

In Iran, invece, la situazione coinvolge soprattutto i rifugiati afghani, che sono spinti a unirsi ai gruppi paramilitari sostenuti dall’Iran, come la divisione Fatemiyoun, attiva in Siria. Gli afghani, spesso in situazioni legali precarie e senza accesso ai documenti di soggiorno, accettano queste condizioni nella speranza di ottenere permessi di soggiorno permanenti o migliori opportunità di vita.

Anche in Libia i migranti, molti dei quali provenienti dall’Africa sub-sahariana, affrontano condizioni durissime nei centri di detenzione gestiti dalle milizie locali. Ci sono rapporti che indicano come alcuni di loro siano stati reclutati forzatamente o incentivati a unirsi a gruppi armati in cambio di una qualche forma di protezione o promesse di documentazione legale. Questo avviene in un contesto di generale instabilità e violenza, dove i migranti sono spesso trattati come merce di scambio tra le varie fazioni in lotta

Oltre alla necessità di uomini da impiegare nei conflitti, arruolare i migranti offre agli Stati una soluzione pratica per affrontare il crescente numero di richiedenti asilo e rifugiati. In cambio della loro partecipazione militare, i migranti possono ottenere una forma di riconoscimento legale, che spesso rimane loro preclusa. Questo conferma che la pratica rappresenta piuttosto una sorta di “bargaining chip“, dove lo Stato sfrutta la vulnerabilità dei migranti per i propri scopi.