Gaza diventa un deserto per volontà umana. La distruzione volontaria delle fonti d’acqua rivela una logica che trasforma il vivente in astrazione, il bisogno fisiologico in strumento di controllo. L’acqua cessa di essere elemento primordiale per divenire merce politica, negata o concessa secondo calcoli che nulla riconoscono della sete dei corpi. Le condutture vuote mostrano come la conoscenza pratica, da mezzo di civilizzazione, possa rovesciarsi in dispositivo di oppressione.
Gli ultimi rapporti dell’UNICEF svelano una precisa architettura del soffrire. Bambini che bevono liquido contaminato, madri che contano gocce invece di nutrire, infermieri che lavano le ferite con soluzioni saline improvvisate. A Gaza non opera il caso, ma una ragione spietata che fa della privazione una strategia. La terra arida diventa così una conseguenza misurabile. Le falde si esauriscono, i pozzi si riempiono di macerie, i serbatoi diventano bersagli. L’acqua mancante disegna una geografia del potere, dove i confini si tracciano attraverso la distribuzione calcolata della morte lenta.
I bambini rischiano di morire di sete. Solo il 40% degli impianti per l’acqua potabile funziona ancora, ha dichiarato il portavoce UNICEF James Elder a Ginevra, aggiungendo che i livelli di acqua potabile sono ben al di sotto degli standard di emergenza per la popolazione di Gaza. “Un avvertimento urgente. È necessaria un’azione immediata per impedire che la fame e la malnutrizione aumentino, che le malattie si diffondano, che l’acqua finisca e, alla fine, per evitare un aumento della mortalità infantile, del tutto prevenibile”, ha affermato Edouard Beigbeder, direttore regionale UNICEF.
L’allarme dell’UNICEF arriva dopo mesi di devastazioni che hanno danneggiato in modo irreversibile le infrastrutture idriche e igienico-sanitarie di Gaza. Oltre ai danni diretti dei bombardamenti, la mancanza di carburante e pezzi di ricambio, dovuta a restrizioni sull’ingresso di materiali, impedisce di riparare e far funzionare gli impianti rimasti. Secondo recenti analisi ONU, l’acqua disponibile per persona è scesa a meno di tre litri al giorno, un livello che espone la popolazione a gravi pericoli per la salute e che è ben sotto la soglia minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
L’umanità conosce da sempre il valore dell’acqua pura. Gaza oggi conosce il peso della sua assenza. Famiglie intere piegano la schiena su pozzi contaminati, tendono mani vuote verso cieli avari. L’acqua piovana, raccolta in recipienti sporchi, porta con sé il germe della sofferenza. I corpi dei bambini accolgono questo veleno quotidiano. Le loro viscere diventano terreno per malattie, la loro crescita si arresta davanti alla malnutrizione. Ogni sorso è una roulette russa, ogni pasto un compromesso con la fame. Gli osservatori registrano l’inevitabile progressione del dolore. La sete si intreccia alla carestia, la malattia moltiplica la disperazione. La sopravvivenza si misura con equazioni implacabili di energie sempre più esigue. Gaza diventa così un laboratorio dell’umano alla sua estrema soglia, dove il diritto fondamentale alla vita si semplifica a pura resistenza fisica.
La diminuzione delle risorse idriche ha già causato una grave crisi nella sanità pubblica. La diarrea acquosa acuta costituisce circa un quarto delle patologie segnalate a Gaza, con un marcato incremento dei casi, in particolare tra i bambini di età inferiore ai cinque anni, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. La ridotta disponibilità di acqua potabile e la contaminazione delle fonti sono tra le principali origini di questa emergenza. Sovraffollamento e difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari aggravano ulteriormente la situazione. Già nella prima parte del 2024, l’UNICEF aveva registrato una crescita di venti volte dei casi di diarrea tra i bambini rispetto alla media degli anni precedenti, a causa dell’impiego di acqua non sicura e della carenza di servizi igienici.
Contemporaneamente, le autorità sanitarie locali e le agenzie umanitarie hanno accertato la presenza di focolai di epatite A. Questa è una malattia virale che si propaga con facilità in situazioni di crisi dove le condizioni igieniche sono precarie. L’epatite A, oltre a essere molto contagiosa, rappresenta un pericolo particolare per i bambini e per gli individui già debilitati da disidratazione e malnutrizione. L’impossibilità di isolare i malati e la carenza di vaccini rendono la gestione di questi focolai più ardua, con un rischio elevato di rapida propagazione.
Le previsioni degli esperti indicano un peggioramento delle due emergenze sanitarie con l’avvicinarsi della stagione calda. L’incremento delle temperature favorisce la proliferazione di germi nell’acqua stagnante e nei rifiuti, innalzando il pericolo di patologie diffuse. Gli operatori umanitari avvertono che, senza un ripristino immediato dell’accesso ad acqua sicura e servizi igienici, la popolazione di Gaza, e specialmente i bambini, affronterà nei prossimi mesi una diffusione di malattie potenzialmente letali.
La crisi di malnutrizione infantile a Gaza ha raggiunto livelli record, secondo i dati ufficiali UNICEF. Tra gennaio e maggio 2025, 16.736 bambini sono stati ricoverati per questa condizione, con circa 112 nuovi casi ogni giorno. A maggio si sono registrati 5.119 ricoveri, un aumento di quasi il 50% rispetto ai 3.444 di aprile. L’incremento coincide inevitabilmente con il progressivo peggioramento delle condizioni umanitarie e la costante difficoltà nell’ottenere aiuti alimentari e sanitari. Il dato più preoccupante concerne la malnutrizione acuta grave, la forma più letale che necessita di cure specialistiche. Dall’inizio dell’anno, il numero di bambini affetti da questa condizione è cresciuto del 146% rispetto a febbraio. Nel solo mese di maggio, 636 bambini sono stati ricoverati per questa forma di malnutrizione, ciò riflette un rapido deterioramento dello stato nutrizionale tra i più giovani. Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici e tra esse figurano la scarsa disponibilità di cibo, l’impossibilità di accedere a trattamenti medici adeguati e la persistente distruzione delle infrastrutture essenziali.
UNICEF e le principali agenzie umanitarie affermano che ogni caso di malnutrizione infantile a Gaza si può prevenire. Per far questo bisogna garantire l’accesso agli aiuti e la protezione dei corridoi umanitari. Beigbeder ha dichiarato che cibo, acqua e trattamenti nutrizionali essenziali per questi bambini non arrivano. Ha richiesto una pronta apertura dei punti di passaggio e una distribuzione massiva di aiuti vitali. Le proiezioni più recenti indicano almeno 71.000 bambini a rischio di malnutrizione acuta in tutta la Striscia, mentre la minaccia di carestia diventa ogni giorno più concreta.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite e diversi mezzi di informazione affermano che migliaia di camion con aiuti alimentari, medicinali e beni di prima necessità sono rimasti bloccati fuori Gaza. Ciò a causa delle continue restrizioni imposte da Israele, una situazione che peggiora la crisi umanitaria nella zona assediata. A questa difficoltà si uniscono i dati del Ministero della Salute di Gaza, secondo cui, da fine maggio, i palestinesi uccisi nelle sole aree definite di aiuto dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) sono stati centinaia. I feriti si contano a migliaia. Nonostante la GHF dichiari di aver distribuito tre milioni di pasti “senza intoppi”, l’UNICEF ha descritto l’operato della fondazione come un peggioramento di una condizione già disperata.
Le tubature rotte di Gaza perdono umanità. La dignità svanisce gradualmente, con l’indifferenza di coloro che misurano i volumi d’acqua ma ignorano la felicità negata ai bambini, che vivono e muoiono sotto i bombardamenti. La sete che mette fine a queste giovani vite è il volto visibile di una razionalità che ha smarrito la misura, l’equilibrio, la pietà. La sete palestinese parla attraverso le voci impastate dei bambini disidratati e le mani tremanti delle madri che raccolgono acqua da pozze putride.