Meta non censura l’espressione “Dal fiume al mare”, Palestina libera non esprime odio

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La frase “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” non incita all’odio e non viola le policy di Facebook o di Instagram. E pazienza se la usano, su Internet o nelle piazze, persone che odiano visceralmente Israele: lo slogan, di per sé, non può essere censurato. Lo ha deciso, valutando il ricorso fatto dagli utenti per tre casi distinti, il Consiglio di Sorveglianza di Meta, società di Mark Zuckerberg proprietaria delle piattaforme social in questione, solitamente molto severa nel giudicare i contenuti.

La celeberrima lobby dell’Anti-Defamation League, formalmente incaricata di combattere l’antisemitismo in tutte le sue forme ma da mesi schierata di fatto apertamente con le politiche del premier israeliano Benjamin Netanyahu, è sul piede di guerra. Il simbolo della corrente sovranista del Partito Democratico, il senatore John Fetterman, ha mandato Meta a quel Paese. E il trumpiano New York Post ha dichiarato la decisione uno scandalo. Del resto, l’interpretazione che danno dello slogan i gruppi filo-israeliani radicali è da sempre la più negativa possibile: di fatto, “libertà dal fiume al mare” per la Palestina significa volere la distruzione di Israele e, va da sé, l’espulsione o, peggio, lo sterminio di tutti gli ebrei.

Ma il Consiglio di Sorveglianza di Meta, costituito nel 2020 e notoriamente duro con i gruppi filo-palestinesi, si è giustificato con un argomento importante: la frase di per sé non invita alla violenza o all’esclusione. Vederci solo quello, fanno capire, vuol dire avere un pregiudizio ideologico, un atteggiamento interessato e malevolo. E persino il fatto che la frase compaia nello statuto del gruppo radicale Hamas, spiegano i giudici virtuali, non la rende intrinsecamente odiosa o violenta, considerando la varietà di persone che la usano in modi diversi, tra cui le migliaia di attivisti e studiosi che chiedono pari diritti e uno Stato autonomo per i palestinesi che oggi sono limitati nei movimenti.

Una questione divisiva

“Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”, nella sua versione completa, è una frase usata regolarmente nelle manifestazioni a sostegno della causa palestinese, tornata in auge dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. Ma concretamente, ha commentato settimane fa il politologo Vittorio Emanuele Parsi – un moderato, un atlantista doc – “dal fiume al mare” domina oggi soltanto una potenza egemone, Israele, che, grazie all’indefesso sostegno statunitense, non corre certo il rischio di essere annientata. Ed è proprio usando l’espressione “dal fiume al mare”, laddove il fiume è il Giordano e il mare è il Mediterraneo, che gli esponenti della destra etnonazionalista e ultrareligiosa del gabinetto Netanyahu promettono di esercitare al più presto il dominio. Solo che, in questo caso, quando l’espressione è pronunciata dalla politica di un Paese alleato dell’Occidente, non sembra fare scandalo.

Sembra una questione di lana caprina, e invece le conseguenze di queste interpretazioni possono essere reali. Amira, studentessa americana a Berlino, aveva scritto su Facebook la frase “dal fiume al mare…”, vietata dallo scorso novembre da un tribunale tedesco. Un cittadino preoccupato ha chiamato la polizia, che si è presentata armata alla porta di Amira alle 6 del mattino, sottoponendola a una lunghissima interrogazione.

Ha prevalso così la linea dura del ministro degli Interni tedesco, Nancy Faeser, del Partito Socialdemocratico, che sarebbe stato da lì a poco bastonato alle elezioni regionali, e che ha voluto mettere la frase fuorilegge. È stata ignorata invece una sentenza del tribunale di Mannheim che aveva stabilito, dopo due appelli, che “dal fiume al mare la Palestina sarà libera” non è uno slogan terroristico e non può essere associato ad Hamas. La Corte aveva sottolineato che questa frase storicamente ha significato “la fondazione di uno Stato laico, democratico ed egualitario in tutta la Palestina, in cui gli ebrei dovrebbero sperimentare la piena uguaglianza, ma senza i privilegi del sionismo”. Ma pazienza, il Governo tedesco, per non far traballare nemmeno per un attimo il suo sostegno a Israele e risolvere la grana dell’islamismo interno, ha scelto di reprimere il dissenso su Gaza, costi quel che costi.

Interpretazioni di convenienza

Il dibattito non ha mai preso seriamente piede in Italia, anche perché non abbiamo mai raggiunto i livelli di repressione visti in Germania o, sotto forma di manganellate agli studenti in protesta nei campus, negli Stati Uniti. Un’eccezione sono state le pagine culturali de La Stampa, dove si sono confrontate in uno scambio d’opinioni Flavia Perina (ex intellettuale di destra, ex politica per Alleanza Nazionale), favorevole alla tolleranza verso lo slogan, e Assia Neumann Dayan (centro liberale, collaboratrice de Linkiesta), che auspicava invece l’intervento dei tribunali per rendere illegale la frase. E pazienza se in galera ci finirebbero per lo più immigrati, figli di immigrati o studenti a basso reddito.

Di certo la carità con cui si interpretano le parole può cambiare a seconda del momento storico e dei rapporti di forza, a seconda se a parlare sia Davide oppure Golia. Pochi giorni dopo l’eccidio del 7 ottobre compiuto da Hamas, è stato scoperto come l’ADL, che sarà poi ridimensionata a “fonte inattendibile” da Wikipedia a proposito del conflitto israelo-palestinese, ha modificato la definizione di “dal fiume al mare”: ora è descritta sul sito del gruppo di pressione come slogan antisemita. Ma prima del 7 ottobre, ADL scriveva che era solo “uno slogan comunemente presente nelle campagne filo-palestinesi e cantato durante le manifestazioni”. L’antisemitismo non era menzionato.

Da notare come, un po’ in tutto il mondo, il centro liberale combatta la cultura woke anche per la tendenza di quest’ultima a favorire un’interpretazione poco caritatevole delle parole, e un accorciamento della distanza tra il dire e il fare: di qui gli allarmi di tanti “moderati” sulla regolamentazione dell’hate speech voluta a sinistra. Ma nel caso di “From the river to the sea”, la difesa di Israele che in quei “moderati” tra virgolette diventa ossessione ideologica prevale su qualsiasi difesa del diritto di parola. Dal fiume al mare, il tribalismo prevale sulla coerenza. Meno male che Zuckerberg non dà ragione sempre a Golia.