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Una petroliera non si sequestra per caso. Specialmente se questa petroliera si trova nelle acque del Golfo Persico. E capire da dove proviene quella determinata nave, quale possa essere la sua destinazione e soprattutto quale bandiera batte (e da chi è gestita) aiuta molto a comprendere le dinamiche di certi sequestri. Che non sono e non possono mai essere dettati da una semplice coincidenza.

Ieri, i Pasdaran hanno dato notizia che mercoledì notte, a largo dell’isola di Frasi, era stata sequestrata un’altra petroliera. Ancora ignoto il nome dell’imbarcazione, quello che è stato invece chiaro dopo alcune ore dalla notizia del sequestro è la nazionalità della petroliera: irachena. L’accusa era quella di contrabbandare 700mila litri di petrolio dirette verso un non precisato Paese del Golfo. Motivo per cui la nave è stata condotta nel porto di Bushehr e sette membri dell’equipaggio sono stati tratti in arresto.

Fin qui la cronaca. Poi inizia l’analisi e le risposte alle prime domande. E bisogna proprio partire dalle caratteristiche della nave posta sotto sequestro dai Pasdaran. Innanzitutto partendo un dato: la nazionalità. L’Iraq è da tempo al centro di una sfida politica fra la Repubblica islamica iraniana e il mondo occidentale e degli alleati occidentali in Medio Oriente. Baghdad è il fulcro di un difficilissimo equilibrio geopolitico tra la potenza sciita e le forze sunnite della regione. E a questo si unisce anche il fatto che la presenza militar e politica di Teheran è cresciuta con l’avvento dello Stato islamico e della successiva guerra di liberazione. Per gli Stati Uniti uno smacco totale, visto che avevano liberato il Paese da Saddam Hussein proprio per avere un nuovo partner in Medio Oriente. E invece,la guerra all’Isis ha fatto sì che il Paese sia diventato una sorta di centrale della mezzaluna sciita iraniana.

Questo equilibrio non è però fautore dei stabilità. La pace armata che vive l’Iraq è fragile e lo si vede dagli ultimi avvenimenti, che stanno trasformando il Paese in un inquietante scenario di guerra sotterranea. La Turchia, periodicamente, colpisce nel Kurdistan iracheno. Ma è soprattutto negli ultimi tempi che si è affacciato un nuovo giocatore nell’intricata partita irachena: Israele. I raid compiuti dagli F-35 dello Stato ebraico contro presunti obiettivi iraniani dimostrano che Baghdad non è estranea allo scontro con l’Iran. E se a questo si aggiunge che all’inizio dell’escalation del Golfo a essere stata colpita è stata anche una raffineria a Bassora, non lontana dalle truppe Usa di stanza nel Paese, tutto assume dei connotati diversi. Questo sequestro della petroliera irachena è indice che qualcosa sta cambiando. E i Pasdaran hanno voluto lanciare un segnale.

Perché ogni petroliera sequestrata e attaccata è un segnale. Anche se non sempre, chiaramente, è opera dei Guardiani della Rivoluzione. Basta vedere l’inizio dell’escalation, con l’attacco alle petroliere a largo degli Emirati Arabi Uniti. Colpire le navi ancorate al largo della costa emiratina non era un segnale da sottovalutare: quei sabotaggi avevano un destinatario preciso, probabilmente Abu Dhabi, che da qualche tempo si muove da battitore libero nello scacchiere arabo e persico. Ma come dimenticare anche l’attacco alle due petroliere di metà giugno: la Front Altair e la Kokuka Couragoueos. La prima, carica di nafta e che percorreva la rotta che dal Qatar avrebbe portato il petrolio a Taiwan; la seconda, invece, di proprietà giapponese, che con il metanolo saudita aveva preso la rotta di Singapore. Quell’attacco arrivò in un momento preciso: la petroliera giapponese venne attaccata proprio mentre il premier nipponico, Shinzo Abe, era a Teheran per una storica visita di Stato che serviva a far riconoscere Tokyo quale ponte diplomatico fra Stati Uniti e Iran, e che serviva però anche a manifestare la volontà giapponese di elevarsi al rango della Cina nello scacchiere internazionale e mediorientale. Viaggio che si rivelò un fallimento, anche a causa di quell’attacco, ma che non può non essere collegato al sabotaggio della petroliera.

Poi è arrivato il sequestro della Grace 1 a largo di Gibilterra. In questo caso sono stati i marines britannici a intervenire nelle acque antistante l’enclave britannica a su della Spagna per fermare una nave iraniana. L’accusa era che quella nave fosse diretta in Siria in violazione dell’embargo imposto sul governo di Damasco. Ma quell’intervento, realizzato attraverso l’intervento delle forze speciali, ha rappresentato l’evoluzione dell’escalation del Golfo, visto che si è assalti dai sabotaggi ai sequestri. Dopo Grace 1, infatti , è arrivata la risposta dei Guardiani della Rivoluzione con un’azione molto simile a quella delle forze  britanniche ma che ha coinvolto una petroliera di Londra: la Stena Impero. La nave, ancora oggi in mano ai Pasdaran, è adesso ancorata a Bandar Abbas, centrale operativa della Marina dei Guardiani della Rivoluzione. E in quel caso, la nazionalità della petroliera non era chiaramente casuale: si è voluto colpire lì’ex Impero britannico per ricordare che lo Stretto di Hormuz è ancora un affare di Teheran.

Nel frattempo, sempre a metà luglio, i Pasdaran hanno fermato un’altra nave: la Mt Riha. Anche in questo caso collegata agli Emirati ma con una particolarità: l’equipaggio era indiano. Proprio per questo motivo si è mossa direttamente Nuova Delhi, che ha domandato l’immediato rilascio degli uomini di nazionalità indiana. Tutto questo una settimana prima che avvenisse il sequestro della Stena Impero e che da quel momento Regno Unito e Stati Uniti si impegnassero nel monitorare lo Stretto di Hormuz con aerei navi.

Il generale dei Pasdaran, Ahmadreza Pourdastan, predica calma. In realtà, secondo lui, tutto sta avvenendo per evitare che esploda una guerra. Può sembrare un paradosso, ma in realtà il messaggio va letto tra le righe: “A prima vista può sembrare che il Golfo persico vada verso un conflitto militare, ma studiando più a fondo la situazione i cambiamenti per un conflitto sembrano meno probabili”, “tutti i Paesi con interessi nella regione non vogliono vedere una nuova crisi”. I messaggi sono chiari. E i sequestri in realtà sono tutti con destinatari precisi. Lo scacchiere dell’escalation sta cambiando: e con esso cambia anche il Medio Oriente.

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