Pochi ma ricchissimi, gli Emirati Arabi Uniti hanno problema: non hanno un numero adeguato di cittadini da arruolare nell’esercito. E la “piccola Sparta”, come la chiamano nei corridoi del Pentagono, cerca in ogni modo di rimediare a questa lacuna, soprattutto per la guerra in Yemen. Coinvolti da anni nel conflitto yemenita, gli Emirati, come l’Arabia Saudita, non hanno soldati a sufficienza per portare avanti questa guerra con i boots on the ground. Ma hanno i soldi. E grazie ai petroldollari, riescono ad arruolare mercenari che facciano il lavoro che i soldati emiratini non possono svolgere, sia per mancanza di uomini che per mancanza di preparazione.

Quello che però si è scoperto, in questi anni, è che le forze della coalizione araba non utilizzano solo società di contractors internazionali. La politica di Abu Dhabi e Riad, infatti, è anche quella di arruolare uomini dai Paesi africani. Alcuni tramite accordi internazionali con gli Stati più poveri dell’Africa, altri invece ingaggiati direttamente dagli inviati dei governi del Golfo. 

Su questa seconda pratica, è interessante quanto riportato da Middle East Monitor. Secondo il portale d’informazione mediorientale, gli inviati degli Emirati sono stati mandati tra le tribù arabe di vari Stati africani per arruolare mercenari da usare in Yemen. La testata cita come esempio Sebha, nel sud della Libia, dove vive un gruppo di famiglie per lo più nomadi ma di etnia araba che si sposta fra Ciad, Niger e, appunto, Libia.

Dedite in larga parte alla pastorizia e ai traffici illegali anche di migranti, queste tribù hanno molti giovani desiderosi di una nuova vita, lontana dai deserti africani. Ed è su questo che gli Emirati hanno deciso di puntare offrendo soldi e prospettive di vita negli Emirati ai giovani in cambio dell’arruolamento in Yemen. Le offerte prevedono compensi che variano dai 900 ai 3mila dollari al mese: cifre enormi rispetto ai proventi del deserto africano.

Con questo bagaglio di promesse e di soldi, in delegazione di Abu Dhabi sembra sia giunta in Niger a gennaio, dove ha incontrato i vari capi delle tribù arabe, reclutando migliaia di giovani da inviare in Yemen. Lì, nella guerra agli Houthi, gli Emirati hanno bisogno di uomini. Perché dopo anni di conflitto non sono ancora riusciti a vincere. Né loro né i sauditi, nonostante i bombardamenti costanti dell’aviazione e l’appoggio degli americani.

Qualcuno si è ribellato. In Ciad, alcuni attivisti come Mohamed Zain Ibrahim hanno pubblicato video di denuncia da far circolare su internet per avvertire i ragazzi di questa campagna di reclutamento. Un avvertimento che è anche politico. Ibrahim ha denunciato una “vera e propria campagna di reclutamento militare per raccogliere mercenari per la guerra yemenita e usarli per combattere il popolo dello Yemen, che è anche arabo e musulmano”. E infatti il suo annuncio è stato ripreso dai media iraniani e più affini alle forze Houthi, trovando pochissimo spazio in altre testate.

Ma è chiaro che la lotta per evitare che i giovani africani si arruolino è molto difficile. Prima di tutto, perché queste monarchie offrono soldi e una prospettiva di vita che i governi locali non possono minimamente proporre. Poi c’è un profilo di natura internazionale: le monarchie del Golfo servono necessariamente a questi Stati per sopravvivere. Sommersi dai debiti e da una povertà endemica, in molti casi i governi locali accolgono a braccia aperte le offerte dei Paesi arabi.

E proprio per questo motivo, i legami stanno diventando non solo economici, ma anche politici e culturali. La diplomazia di Riad e di Abu Dhabi si fonda non solo sui petroldollari, ma anche sull’islam e sui legami culturali con la parte araba della popolazione a cui si rivolgono. Queste varie direttrici dell’asse fra le monarchie del Golfo e alcuni Paesi africani sta facendo sì che queste abbiano sempre maggior peso nelle scelte politiche dei governi a cui si rivolgono.

E questo vale soprattutto per gli Emirati, che da tempo hanno intrapreso una politica di espansione nel continente africano. Lo dimostrano la presenza militare in Somalia, la conquista di varie basi nel Golfo di Aden sfruttando il conflitto yemenita. Ma lo dimostra anche l’impegno in Libia, dove sono da sempre sponsor di Khalifa Haftar e dove le Nazioni Unite hanno denunciato la costruzione di una base aerea emiratina nella parte orientale del Paese, al confine con l’Egitto.