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Guerra

Mentre Haftar marcia su Tripoli il Califfato torna a colpire la Libia

L’Isis torna a colpire in Libia. I jihadisti hanno infatti assaltato il villaggio Al Fuqaha, nel distretto di Giofra, nel cuore del Paese nordafricano. Secondo i media locali, i terroristi avrebbero ucciso il presidente del Consiglio locale del villaggio e...

L’Isis torna a colpire in Libia. I jihadisti hanno infatti assaltato il villaggio Al Fuqaha, nel distretto di Giofra, nel cuore del Paese nordafricano. Secondo i media locali, i terroristi avrebbero ucciso il presidente del Consiglio locale del villaggio e poi avrebbero dato alle fiamme diverse abitazioni oltre a lasciare l’intera area senza corrente elettrica.

Perché l’Isis è tornato a colpire

Il Califfo Abu Bakr al Baghdadi ha capito fin da subito che, sfruttando i vuoti di potere provocati dalle Primavere arabe, lo Stato islamico si sarebbe potuto allargare e, forse, addirittura prosperare. Per questo decide di inviare il suo braccio destro, Abu Mohammad Al Jolani, in Siria non appena scoppiano le proteste contro Bashar al Assad.

Se si guarda la mappa dei territori controllati dallo Stato islamico durante il suo periodo di massima espansione, si scopre che i jihadisti dominavano essenzialmente tre Stati: Libia, Siria e Iraq.

Dal 2011, ovvero dalla morte di Muammar Gheddafi, la Libia è un Paese instabile. Prima le rivolte, poi la guerra fortemente voluta da Francia e Gran Bretagna. Il risultato è stata la frammentazione di questo Paese, spaccato in mille tribù e milizie (troppo facile parlare solamente di una rivalità tra Cirenaica e Tripolitania).

Discorso simile per la Siria. L’anno di inizio è lo stesso: il 2011. Quasi in concomitanza con le proteste in Tunisia, Libia ed Egitto, si comincia a protestare anche non lontano da Damasco. “È il tuo turno, dottore”, si legge sui muri di Daraa. Il dottore, ovviamente, è Bashar al Assad, che ha studiato oftalmologia a Londra. Le proteste, inizialmente pacifiche, si trasformano in vera e propria guerriglia. Appoggiata anche da potenze estere. L’ambasciatore Robert Ford cammina per le strada di Hama in rivolta sotto una pioggia di rose. Damasco sembra sul punto di cadere, ma poi l’intervento russo cambia gli equilibri. Nel frattempo, però lo Stato islamico si allarga sempre di più, facendo di Raqqa la sua capitale. Esecuzioni e torture sono all’ordine del giorno. Ma quel vuoto di potere lasciato da Assad era ormai stato colmato.

La guerra degli Stati Uniti del 2003 lascia un cumulo di macerie. Certo, Saddam Hussein non c’è più. Lo sostituiscono governi deboli, incapace di fermare l’avanzata delle bandiere nere. Gli Stati Uniti stanno a guardare: credono che un nuovo movimento sunnita possa riequilibrare il potere, ormai finito in mano agli sciiti. Ma è un grande errore strategico. Di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze.





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