Continuare a fornire armi a Israele alla luce del carnaio di Gaza, dell’attacco al Libano e delle bombe sulla missione Unifil? Per Emmanuel Macron e Sanchez non se ne parla. Quanto a Giorgia Meloni, la questione genera più imbarazzo. Il recente vertice dell’EuroMed, il summit che riunisce i nove Paesi mediterranei e del Sud Europa membri dell’Unione Europea (Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Grecia, Cipro, Malta, Slovenia e Croazia), tenutosi a Pafo (Cipro) ha mostrato questa diversità di vedute.
Il comunicato finale parla chiaro: Roma, Parigi e Madrid sono concordi nel dettare la linea del rifiuto degli attacchi di Tel Aviv alla missione internazionale in Libano, si schierano compatte per la de-escalation e chiedono a Benjamin Netanyahu moderazione. Manca, nel comunicato, ogni riferimento allo stop delle armi a Tel Aviv. La posizione di Macron e Sanchez è nota. Da tempo il presidente del governo spagnolo ha chiesto lo stop alle forniture a Israele, e nel recente incontro con Papa Francesco ha messo a terra la richiesta di una pressione internazionale sul tema. Macron ha alzato l’asticella dopo l’invasione del Libano. E Meloni? Tergiversa, e non è un bene.
L’assenza del tema delle armi dal comunicato indica un vuoto politico. E quel vuoto non può che essere quello italiano. Una dimostrazione di debolezza che va in controtendenza con le dure parole del ministro della Difesa Guido Crosetto dopo le prime bombe su Unifil e la netta presa di posizione della stessa Meloni con Netanyahu sul rifiuto di ritirare la missione. Spagna e Francia, sommate, hanno un contingente in Unifil paragonabile a quello italiano e Madrid ha anche il comando in questa fase, quindi hanno lo stesso titolo per parlare di Roma. La cui prova della verità è adesso. E bisogna pensare al fatto che oggi più che mai la deterrenza verso Israele può essere esercitata con efficacia mostrando che calpestare le linee rosse della comunità internazionale comporta un danno ai rapporti amichevoli con i Paesi partner.
Cosa detta la reticenza italiana? Il timore di perdere poche commesse residue il cui congelamento potrebbe far emergere però un tema politico importante? La volontà di non mostrarsi in scia a Francia e Spagna? Il timore di creare imbarazzo laddove, soprattutto a Washington, il governo Meloni guarda per i suoi riferimenti geopolitici? Il dato di fatto è che si è persa l’occasione di mettere pressione a Tel Aviv con una semplice applicazione politica del vecchio detto di Archimede: datemi una leva (in questo caso il blocco di accordi marginali e già in larga parte disapplicati) e vi solleverò il mondo (facendo presente a Israele le linee rosse dell’Italia). Parigi e Madrid hanno colto questa necessità, Roma no: sarebbe interessante capire perché sugli armamenti ci sia questa reticenza, quando anche capi di Stato Maggiore di ieri (Vincenzo Camporini) e di oggi (Luciano Portolano) denunciano l’eccessiva tensione creata dalle truppe d’Israele e si impone il rispetto dell’impegno internazionale.
Abbiamo provato a elaborare, in tal senso, alcuni esempi di strategie con cui Roma potrebbe, in caso di escalation, mostrare a Tel Aviv di esistere e resistere sul caso Unifil. Nessuna di queste politiche potrebbe essere letta come una minaccia esistenziale alla sicurezza israeliana o un pregiudizio ai rapporti con lo Stato Ebraico. Tutte, però, avrebbero un sistemico peso politico.
Il tema delle forniture d’armi è uno dei nove possibili scenari di pressione, ma forse il più emblematico per il potenziale politico e simbolico che garantirebbe. Madrid e Parigi, in scia a Londra, l’hanno capito.
Meno complesso, ad esempio, della pressione su Eni per raffreddare le politiche energetiche nel mare israeliano o della revisione tramite golden power degli investimenti israeliani in campi strategici, dalla tecnologia per la difesa ai semiconduttori, rappresenterebbe un perno politico notevole. E avvicinerebbe un’unità europea non dando più giustificazioni all’ultimo big europeo, la Germania, che è ancora reticente, per via del trauma storico che l’accompagna, a una posizione più diretta nei confronti dell’escalation israeliana. Berlino potrà sempre farsi scudo dietro Roma se alle parole non faremo seguire i fatti. E allora sì che potremo parlare di un’occasione mancata. Macron e Sanchez l’hanno capito. Meloni deve ancora prendere coraggio. Il coraggio, soprattutto, di deludere Netanyahu e gli Stati Uniti e di contribuire a plasmare un’unità europea d’intenti ora più che mai necessaria. Anche per valorizzare l’interesse nazionale nel Mediterraneo, che passa dalla fine dell’escalation israeliana in Libano e dalla tutela di Unifil.

