Medio Oriente, Usa, Iran e Israele preparano un’altra guerra

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Guerra /

La diplomazia vacilla, i proclami si fanno sempre più caldi e le manovre politiche e militari lasciano intendere che in Medio Oriente una nuova fase critica orientata al rinfocolamento della Terza guerra del Golfo non possa essere esclusa. Usa, Iran, Israele: i protagonisti sul palco sono noti. L’attuale condizione di non-guerra e non-pace, che vede Tel Aviv ferma da aprile e Washington e Teheran intente a gestire il caos del naufragio del Memorandum di Islamabad, a contendersi lo Stretto di Hormuz e a scambiarsi avvertimenti e minacce, difficilmente potrà durare a lungo. Dopo mesi in cui Pakistan, Oman, Qatar e altri attori hanno spinto sulla leva diplomatica, ora è la partita a scacchi delle strategie militari e delle pressioni politiche a prendere la scena mentre lo spiraglio per una mediazione sembra tramontare.

Molti indizi, da tutte le parti, lo fanno intendere. L’Iran ha ampliato i suoi attacchi nello Stretto di Hormuz contro il traffico energetico e navale e ha svelato una dottrina operativa potenzialmente sempre più offensiva: Moshen Rezaei, Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ha dichiarato a Drop Site che “in caso di guerra, anche i cavi sottomarini, i centri dati e le infrastrutture per l’intelligenza artificiale potrebbero trovarsi nel raggio d’azione”, aggiungendo che “tutti devono capire che agire contro l’Iran ha un costo”. Un messaggio che il successore di Ali Larijani, il “Richelieu” iraniano ucciso da un raid israeliano durante la guerra scoppiata il 28 febbraio scorso, ha portato in qualità di figura espressione della Guida Suprema Mojtaba Khamenei nell’organo che ormai è camera di compensazione della poliarchia iraniana, diventata apparato a trazione securitaria dopo l’uccisione di Ali Khamenei.

La prospettiva che l’Iran si prepari a un terzo momento del conflitto dopo le guerre di giugno 2025 contro Israele e febbrai-aprile 2026 e che la regionalizzazione dello scontro possa diventare, in questo caso, una replica su larga scala degli attacchi alle infrastrutture tecnologiche, non è da escludere. Messa all’angolo, Teheran appare orientata all’idea di alzare l’asticella del confronto. Inoltre, è stata interlocutoria e non conclusiva la visita del Capo di Stato Maggiore pakistano Asim Munir e del ministro dell’Interno di Islamabad, Moshin Naviq, che non è riuscita a rompere l’impasse negoziale.

L’Iran sembra aver provato a dare forma palese la sua strategia di deterrenza: apertura alla volontà di andare nella direzione di un confronto duro come modo per ricordare alle controparti di avere volontà combattiva, definizione di una strategia non ostile alla accettazione di una sostanziale escalation in caso di ritorno alla guerra come elemento potenzialmente disabilitante qualsiasi proposito ostile, rivendicazione della posizione di forza ottenuta a Hormuz e non solo come base negoziale e rifiuto di ogni concessione sostanziale unilaterale.

L’idea di Washington e Tel Aviv

Washington e Tel Aviv devono considerare questo status quo problematico più di ogni altro fattore. Per gli Usa del presidente Donald Trump la posta in gioco è a più livelli: c’entra l’egemonia regionale, c’entra la volontà di ristabilire la logica del controllo dei nodi marittimi a Hormuz, c’entra la re-ingegnerizzazione del Medio Oriente pensata anche a uso e consumo di una strategia di contenimento geopolitico ed energetico della Cina, in una fase dove la crisi nel Levante ha esaltato il peso strategico delle Americhe nel mercato petrolifero. Ma come ricorda il politologo Ali Vaez, le opzioni sono complesse in un contesto in cui la supremazia militare e tecnologica americana non ha avuto la meglio sulla “difesa a mosaico”, la regionalizzazione dello scontro e la volontà iraniana di scegliere fin dove tirare la corda per alzare l’asticella degli attacchi asimmetrici e imprevedibili a Washington, Tel Aviv e il resto degli Stati dell’area.

Washington ha bisogno di risultati chiari e Trump di capire se la pressione economica e sanzionatoria può bastare a portare l’Iran al tavolo delle trattative per un accordo con più concessioni o se servirà, dal punto di vista americano, forzare la mano. “Trump in passato ha pensato che l’Iran fosse sull’orlo della rovina, o addirittura già oltre, salvo poi scoprire di essersi sbagliato. E lanciare ulteriori attacchi potrebbe innescare un’escalation regionale senza avvicinare minimamente il regime alla resa”, nota il The Atlantic, che aggiunge come restino “seri dubbi sull’adeguatezza delle scorte di munizioni del Pentagono, che si stavano
pericolosamente esaurendo al culmine del conflitto, per difendere gli interessi statunitensi in Medio Oriente.

Gli obiettivi di Netanyahu

La spigolosa realtà plasmata dal conflitto e dalla coda di scontri all’ombra dei fragili cessate il fuoco tra Usa e Iran pone anche delle sfide per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo esecutivo presto chiamato alle decisive elezioni per il rinnovo della Knesset. Indiscrezioni recenti riportate dal Financial Times hanno parlato di una volontà di Netanyahu di spingere a un’azione risolutiva contro l’arcinemico iraniano a ottobre, poi rientrata, mentre andrà compreso se l’obiettivo di Tel Aviv resti ancora quello di puntare all’avversario numero uno in sinergia con gli Stati Uniti o se si vorrà procedere al contenimento con altri mezzi. All’Associated Press l’analista dell’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University Danny Citrinowicz ha sottolineato che un successo elettorale di Netanyahu, che al voto guiderà la lista nazional-conservatrice del suo Likud, potrebbe a suo avviso rendere più plausibile un futuro attacco all’Iran parlando con l’Associated Press.

Chiaramente per il governo israeliano attuale non è in discussione la desiderabilità di uno scenario che porti alla rimozione della minaccia iraniana, ma lo sono piuttosto le modalità con cui arrivare a tale obiettivo fondamentale: mancato con la guerra di febbraio-aprile il colpo del regime change e del rovesciamento della Repubblica Islamica, radicalizzatosi il regime e sostenuto da parte dell’Iran un programma di build-up balistico in grado di ripianare i vuoti lasciati dal conflitto il tema del collasso per via militare della Repubblica Islamica è stato abbandonato, almeno per ora.

Parimenti, gli strateghi di Tel Aviv osservano con attenzione una situazione in cui il perdurare di una “pace calda” o di una situazione di confronto a bassa intensità o per procura va di pari passo con le sistematiche evoluzioni della politica dello Stato Ebraico, dove in caso di fine dell’era Netanyahu andrà valutato l’approccio a 360 gradi di un papabile successore, come Gadi Eisenkot, per comprenderne la capacità di dare una nuova rotta alla politica estera del Paese. Israele, in ogni caso, avrebbe bisogno dello spalleggiamento americano per la difesa aerea in caso di ripresa su larga scala a cui è ormai strutturalmente abituata ma può gestire una situazione di “pace calda” e di spillover regionali della guerra, dal Libano allo Yemen, con più abitudine degli Usa.

La posta in gioco è molteplice e diversificata per gli attori in campo. Per Teheran e gli apparati di comando della Repubblica Islamica, è nota: la sopravvivenza del sistema di potere iraniano e la continuità dello Stato di fronte all’assalto potenziale dei suoi nemici; per Israele, la prospettiva di ridimensionare una principale minaccia regionale e di rafforzare la sua posizione. Per gli Usa, l’obiettivo è ristabilire le regole del gioco favorevoli a Hormuz e mantenere controllo strategico sul Medio Oriente.

Il rischio maggiore se la diplomazia dovesse fermarsi è legato al fatto che i tre attori potrebbero preferire un innalzamento del confronto politico a una de-escalation, pensando di avere dalla propria il fattore tempo (Iran) o elementi decisivi di hard power capaci di fare la differenza in caso di ritorno alle ostilità. La verità è che ogni conflitto rischia di essere regionale e su scala paragonabile, se non superiore, a quello di primavera. E non è detto che gli attori in campo e gli Stati dell’area possano governarne le conseguenze.

Fonti