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Guerra

Medio oriente: lo stallo e il logoramento progressivo

Il Paese dei cedri resta uno dei nodi più intricati di questo lungo stallo: Israele non ha nessuna intenzione di ritirarsi dal Libano meridionale né Hezbollah di disarmare.
Medio oriente: lo stallo e il logoramento progressivo

Dopo la proroga della tregua con l’Iran arriva quella sul conflitto libanese, che però a differenza della prima scade tra tre settimane. Un cessate il fuoco bizzarro quello libanese, dal momento che Israele lo viola continuamente innescando le rappresaglie di Hezbollah, che resta resiliente come dimostrano i danni inflitti alle forze dell’IDF.

Il divieto imposto la scorsa settimana da Trump a Tel Aviv di continuare le operazioni militari è durato pochino, a riprova di quanto conti l’Imperatore nei calcoli di Netanyahu.

Il Paese dei cedri resta uno dei nodi più intricati di questo lungo stallo, perché non si vede come si possa risolvere: Israele non ha nessuna intenzione di ritirarsi dal Libano meridionale né Hezbollah di disarmare, come chiedono Tel Aviv e Washington, o quantomeno non finché Israele resterà in loco.

Proprio la resilienza di Hezbollah ha convinto Tel Aviv che eliminare manu militari la milizia è impossibile. Da cui le manovre diplomatiche di Washington, che vuole forzare le autorità di Beirut a fare quel che gli israeliani non possono.

Il governo libanese è malleabile, anche perché è stato imposto da Washington come condizione per ottenere il precedente cessate il fuoco. Ma proprio perché è un governo fantoccio non ha la forza per fare quanto richiesto. Non solo per la resilienza di Hezbollah, ma perché non è facile forzare i libanesi in tal senso, non dopo il genocidio di Gaza e la devastazione inflitta da Israele al Libano.

Resta però alto il rischio che tale manovra riesca a innescare un’altra guerra civile libanese (alla quale parteciperebbe Israele), che poi sembra il piano B degli strateghi israelo-americani, i quali immaginano un esito diverso da quello del conflitto intra-libanese degli anni ’70-’80, che li vide perdenti.

Ciò perché la Siria, caduta nelle mani degli ex miliziani di al Qaeda, potrebbe non aiutare Hezbollah come allora – fattore decisivo della sconfitta di Tel Aviv – anzi potrebbe sostenere le forze opposte.

Ma il rovesciamento del governo siriano, che peraltro potrebbe non avere l’esito sperato dagli strateghi in questione, non è l’unico cambiamento geopolitico registrato in Medio oriente negli anni recenti. Altri, come il raffreddamento dei rapporti tra i Paesi del Golfo – tranne gli Emirati – e Israele e il rinnovato protagonismo iraniano giocano a favore di Hezbollah. Da cui la problematicità di calcoli geopolitici redatti a tavolino.

La vexata quaestio libanese si inserisce nel più ampio scontro tra Israele-Usa e Iran, dal momento che Teheran sostiene le ragioni di Hezbollah e afferma che non accetterà un’intesa che non soddisfi anche l’alleato.

Ciò contribuisce allo stallo attuale, con i negoziati tra Iran e Stati Uniti sempre fermi ai blocchi di partenza. Sottotraccia si negozia, ovviamente per vie indirette (molte delle quali passano per il Pakistan), ma non si intravede nessuna via di uscita. Le richieste americane, pur se defalcate da alcune pretese inaccettabili, restano comunque massimaliste per Teheran, in particolare quella sulla rinuncia al nucleare civile.

Mentre, all’opposto, l’America non intende accettare richieste iraniane che certifichino la sua sconfitta in questa guerra. Non solo il diritto al nucleare civile, ma anche la richiesta di una sovranità sullo Stretto di Hormuz, con annessi diritti sulle navi in transito, che Teheran esige come portato della sua vittoria e risarcimento per l’aggressione subita. Inutile aggiungere che Tel Aviv spinge perché la guerra prosegua finché il suo nemico regionale non venga incenerito, da cui un sovrappiù di complicazioni.

Complicazioni che potrebbero discendere anche dall’improvvido ordine di Trump di affondare le navi iraniane scoperte a posare mine nello Stretto di Hormuz, scenario perfetto per innescare un conflitto: basta un banale inganno, l’affondamento di una nave dedita a tutt’altro ma ricompresa falsamente in tale divieto, con annessa rappresaglia iraniana, e il gioco è fatto. Cessate il fuoco violato, tornano le bombe.

Peraltro, il fatto che ieri la portaerei George H.W. Bush, e la flotta che l’accompagna, sia giunta nelle acque interessate al conflitto non tranquillizza. Si aggiunge alla Abraham Lincoln e alla Gerald Ford, quest’ultima riparata in tempi record, a formare una squadra d’attacco alquanto massiva. Inoltre, al rafforzamento marino, al quale contribuiscono altri navigli giunti in tempi meno recenti, corrisponde un rafforzamento delle forze aeree, come annotano diversi siti specializzati.

Un accumulo di forze che inquieta. L’Iran, per parte sua, ha comunicato con la massima serietà che è pronto a reagire, avvertendo, nel caso del minacciato attacco alle centrali elettriche del Paese, che può rispondere in maniera altrettanto devastante: dalla distruzione delle infrastrutture energetiche dell’intera regione all’attacco alla centrale nucleare di Dimona fino alla possibilità di recidere i cavi internet che corrono sotto i fondali dello Stretto di Hormuz.

Dal momento che un eventuale attacco a Teheran sarebbe più o meno necessariamente massivo, perché Trump vuole la sua vittoria, gli scenari di cui sopra non appaiono del tutto aleatori.

Detto questo si naviga a vista. La mancanza di lucidità del Comando statunitense, già sconfitto, l’imprevedibile follia di Trump e la pazzia sanguinaria che alberga a Tel Aviv non offrono punti di riferimento affidabili.

Per ora resta lo stallo e il logoramento reciproco, che di va di pari passo con quello del mondo, sempre più provato dalla furia epica israelo-americana. Il braccio di ferro può durare tempo, con conseguenze catastrofiche.

Ad oggi le criticità energetiche e alimentari globali generate dal blocco di Hormuz sono gestite, ma non durerà. E c’è il rischio che, più che un aggravio progressivo delle stesse, tutto precipiti di schianto. Come accade quando delle crepe fanno crollare improvvisamente un muro. All’inizio appaiono poca cosa, poi è troppo tardi per porvi rimedio.

Piccolo spiraglio: secondo fonti pakistane il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragqui starebbe per sbarcare a Islamabad, dov’è presente una delegazione di basso profilo Usa, per poi recarsi in Oman e Russia…

Iranian delegation expected to arrive later tonight, Pakistani sources say

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