Medio Oriente, la guerra che tutti hanno vinto ma solo a parole

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Nel conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele la vittoria è diventata soprattutto una questione narrativa. Tutti possono proclamarsi vincitori perché nessuno può permettersi di fare il contrario. Washington può rivendicare di avere colpito le infrastrutture nucleari iraniane; Israele di avere degradato una minaccia considerata esistenziale; Teheran di avere resistito a una superiorità militare e tecnologica schiacciante senza vedere crollare lo Stato.

Dietro i proclami emerge però un bilancio meno trionfale. La guerra non ha prodotto il nuovo Medio Oriente immaginato dai suoi protagonisti. Potrebbe avere accelerato qualcosa di diverso: il passaggio da un ordine regionale fondato sulla centralità americana a un sistema più frammentato, nel quale Arabia Saudita, Turchia, Pakistan, Iran ed Egitto cercano di costruire direttamente i propri margini di sicurezza.

È questo il risultato strategico da osservare. Washington e Gerusalemme avevano obiettivi dichiarati: contenere il programma nucleare, ridurre le capacità missilistiche di Teheran e indebolirne l’influenza regionale. Ed è qui che emerge la distinzione decisiva: cambiare il comportamento di un regime non è la stessa cosa che cambiare il regime.

È possibile che una parte della strategia americana fosse orientata a cambiare la leadership iraniana senza dissolvere lo Stato e i suoi apparati: cambiare la testa politica, sperando che il sistema sottostante possa essere conservato e ricondotto a un comportamento compatibile con Washington. La prospettiva israeliana potrebbe essere stata più radicale: non soltanto cambiare ciò che fa la Repubblica islamica, ma ridurne la capacità di proiezione strategica. Entrambe le impostazioni devono però fare i conti con un problema: l’Iran non è una testa. È una struttura.

La Repubblica islamica non coincide con la Guida suprema: esistono Pasdaran, burocrazia, apparati di sicurezza, reti economiche, Parlamento, correnti politiche e un nazionalismo iraniano distinto dall’ideologia del regime. Il vertice può essere colpito senza che crolli l’edificio; sotto attacco esterno può perfino guadagnare consenso nazionale. Il cambio di regime dall’esterno resta quindi difficile. Chi attacca pensa di combattere un governo; chi viene attaccato può trasformare la guerra in una questione di sopravvivenza nazionale. L’Iran ha mostrato una resilienza superiore alle attese e non è collassato.

La differenza è enorme

La questione diventa ancora più evidente nello Stretto di Hormuz. È difficile pensare che i pianificatori americani non avessero previsto la possibilità che Teheran lo utilizzasse come strumento di pressione in caso di attacco diretto. Hormuz è una delle principali strozzature energetiche del pianeta: la chiusura, o anche la minaccia credibile di chiusura, produce effetti immediati sui traffici, sui premi assicurativi e sui prezzi dell’energia.

Eppure Hormuz è diventato il centro della partita. Il memorandum del 17 giugno aveva retto fino al 7-8 luglio, quando Trump lo aveva sospeso dopo il vertice NATO di Ankara e aveva ordinato nuove incursioni, durate circa due settimane. La dinamica ha mostrato quanto guerra e gestione dello Stretto fossero inseparabili.

Secondo Vali Nasr, la rottura della tregua sarebbe stata legata al tentativo di Washington di modificare il rapporto di forze intorno a Hormuz, mentre Teheran cercava di conservare il proprio vantaggio negoziale. Se l’obiettivo era dimostrare che l’Iran non poteva più condizionare la sicurezza del Golfo, il risultato è stato almeno parzialmente contrario. Teheran ha ricordato che il proprio potere dipende anche dalla geografia.

Hormuz è una leva che la superiorità tecnologica non può cancellare. Gli Stati Uniti possono ancora infliggere danni enormi, ma devono evitare che la guerra produca una crisi energetica globale o destabilizzi il Golfo. Non basta colpire un avversario: bisogna poter governare ciò che accade dopo.

Donald Trump ha bisogno di presentare la guerra come un successo. La formula del deal funziona quando la concessione dell’avversario può essere venduta come risultato della pressione americana. Da qui la centralità di Hormuz: il Wall Street Journal aveva indicato come possibile via d’uscita anche la fine del conflitto senza un accordo nucleare complessivo, purché Teheran riaprisse lo Stretto. Per Trump sarebbe stato un risultato concreto e facilmente comunicabile. Non la soluzione del problema iraniano, ma la dimostrazione che la pressione americana aveva prodotto un cambiamento.

Il significato di un accordo

È qui che torna la parola appeasement: il riconoscimento che l’obiettivo massimo non è raggiungibile a un costo accettabile e che il rapporto di forza deve essere trasformato in una formula negoziale. Un accordo può quindi essere contemporaneamente una vittoria politica e il riconoscimento di un limite strategico. Dietro la retorica trumpiana emerge, paradossalmente, una logica vicina al realismo classico: non chiedersi quale ordine sarebbe desiderabile in astratto, ma quale equilibrio sia concretamente possibile.

Trump arriva però a questa conclusione dopo avere alzato al massimo le aspettative. È il problema delle guerre iniziate per cambiare gli equilibri e concluse per evitare che gli equilibri cambino troppo. Gli alleati regionali prendono nota. Se Washington può passare rapidamente dalla minaccia al negoziato e chiedere agli alleati di assumersi maggiori responsabilità, le monarchie del Golfo non devono necessariamente allontanarsi dagli Stati Uniti: possono diversificare. L’accordo della Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, firmato il 7 agosto, è il segnale più evidente di questa trasformazione. Non rappresenta necessariamente una rivolta contro Washington né un blocco automaticamente anti-iraniano. La sua importanza è diversa: costruisce una sicurezza fatta di strati sovrapposti.

Il patto prevede una clausola di difesa reciproca paragonabile, nella logica, all’articolo 5 della NATO; Hakan Fidan ne ha sottolineato la dimensione istituzionale. Riyad può mantenere rapporti con Washington, Pechino, Ankara, Islamabad e Teheran, usando ciascun rapporto come elemento della propria architettura. È la logica dello strategic hedging, la controassicurazione che evita di scommettere tutto su un solo garante.

Turchia e Pakistan hanno interessi convergenti: Ankara punta a un polo autonomo sostenuto anche dall’industria della difesa; Islamabad trasforma lo status nucleare e il rapporto con Riyad in leva geopolitica, ottenendo sostegno economico.

Il patto della Mecca è quindi anche un messaggio: la sicurezza del Medio Oriente non sarà più necessariamente organizzata da una potenza esterna. E il messaggio riguarda soprattutto Washington.

La gestione dello Stretto

L’Oman ha promosso una formula di gestione di Hormuz ispirata al modello di Malacca, dove Malaysia, Indonesia e Singapore cooperano alla sicurezza della navigazione. La proposta prevede contributi volontari delle compagnie di navigazione per sicurezza, assistenza e protezione ambientale fornite dagli Stati rivieraschi.

Dietro la formula tecnica c’è un significato politico: trasformare la geografia iraniana in rendita e legittimazione, mantenendo Teheran nella gestione del transito. Un pedaggio con un altro nome. Per le monarchie arabe potrebbe essere un prezzo ragionevole in cambio di stabilità.

Hormuz e Bab el-Mandeb sono due anelli della stessa catena: una crisi in uno stretto aumenta premi assicurativi, costi di trasporto e prezzi dell’energia anche altrove. Il 20 luglio gli Houthi avevano annunciato un blocco navale contro le esportazioni saudite. Il 30 luglio Riyad aveva risposto con una coalizione navale di 14 Paesi: Arabia Saudita, Turchia, Pakistan, Egitto, Giordania, Kuwait, Bahrein, Qatar, Yemen, Bangladesh, Sudan, Somalia, Comore e Gibuti.

Il dato importante è la regionalizzazione della sicurezza. La pressione sul Mar Rosso può diventare moneta negoziale: allentamento dell’embargo saudita sui porti yemeniti in cambio della riduzione della pressione Houthi e di contributi di Riyad. La sicurezza diventa così anche scambio di interessi.

La guerra avrebbe dovuto ridimensionare l’Iran. Ma se per garantire la sicurezza del Golfo sarà necessario trattare con Teheran e includerla nella nuova architettura regionale, la Repubblica islamica potrebbe uscire militarmente indebolita ma politicamente indispensabile.

Non è una vittoria iraniana classica: Teheran può perdere capacità e risorse, ma ottenere un riconoscimento fondamentale, cioè che l’Iran non può essere cancellato dall’equazione regionale.

Il tema del nucleare

Questo spiega anche il nesso con il nucleare. Se Washington vuole impedire una nuova corsa regionale alla soglia nucleare, deve offrire alle potenze arabe qualcosa in cambio della rinuncia a determinate ambizioni. Se Riyad percepisce che l’Iran conserva una capacità strategica significativa, la tentazione di costruire una propria capacità nucleare aumenta.

Il problema è ancora più delicato perché il patto riunisce Riyad con il Pakistan nucleare e con la Turchia, potenza NATO dalle ambizioni regionali.

L’accordo nucleare USA-Arabia Saudita è parte della stessa partita. Se Riyad dispone di più leve (pur nella sua fragilità`), può negoziare sicurezza, nucleare e rapporto con Israele senza affidarsi a un unico garante.

L’Europa rischia di arrivare tardi davanti a una trasformazione che riguarda Mediterraneo, Golfo, energia e sicurezza.

La questione turca è paradigmatica: da anni si discutono formule intermedie tra adesione e distanza politica, come partenariato esteso o relazione privilegiata. Ma una formula del genere può avere una scadenza politica: è difficile escludere indefinitamente uno Stato associato dai diritti pieni.

La domanda diventa inevitabile: che cosa vuole essere l’Europa? Una grande area economica, una comunità politica o un polo di potenza?

Ankara è già dentro le dinamiche che le potenze europee vorrebbero governare dall’esterno: Mediterraneo orientale, Mar Nero, Caucaso, Medio Oriente, energia e sicurezza. Se l’Europa non decide il ruolo della Turchia, sarà Ankara a decidere il ruolo dell’Europa.

Lo stesso vale per il Golfo. L’Europa non può limitarsi a chiedere la riapertura di Hormuz quando lo Stretto è minacciato, né dare per scontata la garanzia americana.

Vittoria militare e vittoria politica

Il problema è l’identità strategica: quanto può estendersi un sistema prima di smettere di essere ciò che era? Una comunità politica non può diventare indefinitamente una semplice zona di libero scambio. Da Dublino a Diyarbakır, dove finisce un sistema e dove comincia un altro?

Per questo “chi ha vinto?” rischia di essere la domanda sbagliata. La vittoria militare si misura nei danni inflitti e negli obiettivi raggiunti; quella politica nel sistema che nasce dopo.

Se l’Iran conserva il regime, una parte della deterrenza e il ruolo di interlocutore necessario per il Golfo, gli obiettivi massimalisti non saranno stati raggiunti. Se gli Stati Uniti resteranno garanti regionali ma dovranno condividere il campo con Turchia, Pakistan, Arabia Saudita, Cina e forse Iran, la loro egemonia non sarà più quella di prima. Israele dovrà confrontarsi con un problema iraniano non eliminato e con una Turchia maggiormente dinamica e nemica.

Con le alleanze sovrapposte, il nuovo ordine sarà multipolare: attori che cooperano su un dossier e competono su quello successivo.

Qui la retorica della vittoria incontra la realtà. Trump può raccontare, tra un bombardamento e un altro, di avere ottenuto un deal; Teheran di avere resistito; Israele di avere neutralizzato una minaccia. Ognuno seleziona gli elementi favorevoli e li trasforma in una vittoria: la guerra moderna si combatte anche sul terreno del consenso interno e della deterrenza.

Il vero bilancio emergerà nei prossimi anni: dalla sorte del programma nucleare iraniano alla deterrenza di Teheran, dalla tenuta del regime al ruolo americano nel Golfo, dalla consistenza dell’alleanza della Mecca all’autonomia strategica saudita e turca.

La storia giudicherà ciò che resterà

La guerra potrebbe dunque avere prodotto un paradosso: Stati Uniti e Israele hanno cercato di modificare il potere iraniano, ma hanno convinto gli altri attori a non affidarsi più a una sola potenza. Riyad diversifica, Ankara costruisce autonomia, Islamabad valorizza il proprio status, Teheran trasforma la geografia in leva negoziale; l’Europa deve decidere se essere soggetto o mercato.

L’appeasement va allora letto in modo meno moralistico. Non è necessariamente la pace dei deboli. Può essere il riconoscimento tardivo che la guerra non ha prodotto il rapporto di forza desiderato.

Il vero fallimento non sarebbe negoziare con l’Iran, ma combattere senza capire quale sistema costruire il giorno dopo.

Perché la guerra può distruggere un equilibrio in poche settimane. Costruirne uno nuovo richiede anni.

E il Medio Oriente che sta emergendo sembra dirci una cosa molto semplice: nessuno può più ridisegnarlo da solo.