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Le forze fedeli al governo centrale di Baghdad sono entrate a Kirkuk e hanno issato, su ordine di al-Abadi, la bandiera irachena, togliendo – forse definitivamente – quella bandiera curda diventata tanto famosa dopo aver preso il posto del vessillo delle milizie dello Stato islamico. A Kirkuk quindi torna a sventolare la bandiera irachena; dopo giorni di tensione tra le forze fedeli al governo centrale di Baghdad e i peshmerga curdi, giungono notizie che questi ultimi abbiano lasciato le loro postazioni nei pressi della provincia ricca di petrolio per ritirarsi all’interno dei confini sotto il dominio della Regione autonoma del Kurdistan.

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Si parla di pochi scontri armati e di nessun morto, anche se i toni utilizzati da Barzani da un lato e da al-Abadi dall’altro sono tutt’altro che concilianti: entrambi non intendono fare un passo indietro quando si parla di Kirkuk. Eppure Barzani convocando il referendum per l’indipendenza tenuto il 25 settembre scorso doveva essere consapevole che il governo centrale di Baghdad avrebbe cambiato la sua politica nei confronti del controllo curdo su Kirkuk e i suoi giacimenti (che valgono il 75% di tutto il petrolio che si trova in Iraq).

I curdi con il referendum di indipendenza del 25 settembre scorso si sono giocati la provincia ricca di petrolio e dovevano saperlo; sempre che questa rimanga l’unica conseguenza del terremoto che ha scatenato Masud Barzani con il referendum di settembre e che ha tutte le possibilità per scuotere un Medio Oriente che ancora non si è ripreso dalla guerra contro le milizie dello Stato Islamico.

Questo perché con la status di Regione autonoma, Erbil è sempre stata costretta a pagare a Baghdad grandi percentuali di tutti i profitti derivanti dal petrolio.

Una volta proclamata l’indipendenza però, Erbil non dovrà più nulla a Baghdad e quest’ultima non può permettersi di lasciare la strategica città di Kirkuk in sole mani curde. A fianco delle forze fedeli a Baghdad si sono schierate le milizie filo-iraniane, anche note come Mobilitazione popolare (al-hasd al-shaabi), il che suggerisce che anche Teheran non abbia nessun vantaggio a lasciare che i curdi-iracheni inglobino Kirkuk nella loro sfera di influenza. 

Con i curdi ci si gioca il futuro del Medio Oriente

Quella dei curdi è una questione che, se presa sotto gamba, porterà senza alcun dubbio molto scompiglio, sicuramente più di quanto pensino tutti gli attori internazionali che li hanno utilizzati dal 1900 fino a oggi; infatti la richiesta di indipendenza per uno stato curdo ci fa tornare indietro fino all’annullamento del trattato di Sèvres del 1920 che, una volta soppiantato dal trattato di Losanna (1923), segnò la fine di ogni speranza di indipendenza per i curdi nonostante le tante promesse, mai mantenute, degli occidentali. Ma l’argomento è tornato a rappresentare una costante della politica curda da quando è cominciato il conflitto siriano nel 2011. Da una parte ci sono i curdi siriani che continuano a consolidare la loro presenza nel Rojava, fascia di territorio al confine tra Siria e Turchia, dall’altra i curdi iracheni, che dopo essersi dimostrati alleati affidabili dell’occidente dopo la battaglia contro le milizie dello Stato Islamico chiedono ora una ricompensa adeguata per il loro sacrificio.

Chiunque però, dagli Stati Uniti all’Unione europea, dalla Turchia all’Iran, hanno fin da subito espresso la loro contrarietà a un Kurdistan indipendente, questo nonostante gli ottimi rapporti che contraddistinguono il legame tra Erbil e i protagonisti della politica internazionale sopracitati.

I curdi sono circa 25 milioni, per la maggior parte di religione musulmana sunnita e vivono soprattutto in Turchia, dove sono tra i 12 e i 15milioni (circa un quarto della popolazione), in Iraq sono poco più di 4milioni mentre in Iran oscillano tra i 6 e 8milioni. In Siria raggiungono il milione di abitanti e anche nelle ex repubbliche sovietiche si trovano comunità curde più o meno numerose, come in Armenia dove sono 30mila. Questi numeri fanno capire quanto sia delicata la questione curda; e quando si parla di Kurdistan è giusto ricordare quanto sia impossibile parlare separatamente di curdi-siriani e curdi-iracheni o di curdi-iraniani e curdi che vivono in Turchia, pur considerando le moltissime differenze che li dividono. La scelta di Masud Barzani, leader del Kurdistan iracheno, di portare il suo popolo verso l’indipendenza è molto pericolosa. Con la fretta di chi voleva utilizzare il referendum per risollevare la propria immagine, Barzani ha fatto male i calcoli, dimenticandosi della storia e di quanto questa sia spesso una grande maestra.

A tutti fanno comodo i curdi quando si tratta di petrolio e milizie armate da sfruttare nei teatri di guerra mediorientali, ma a nessuno fa comodo avere una bomba (di 25milioni di persone) pronta ad esplodere e a travolgere la tanto ricercata stabilità in Medio Oriente. Soprattutto se si tengono in considerazione le grandi comunità curde presenti in Turchia e in Iran, che potrebbero essere galvanizzate dai sogni irredentisti dei loro vicini. Quella che si sta giocando a Kirkuk non è solo una partita tra Erbil e Baghdad per guadagnare il controllo su un territorio ricchissimo di petrolio. La posta in gioco è molto più alta, e riguarda non solo i curdi e gli Stati che li ospitano, ma tutto il Medio Oriente.