In tempi in cui si parla tanto, troppo, delle fake news diffuse via Internet e degli influencer che le indirizzano, sarebbe forse più utile occuparsi delle bufale distribuite dai media cosiddetti mainstream e degli effetti che esse si propongono di ottenere.

Dagli Usa, patria del giornalismo “libero e indipendente”, quello di cui anche di recente Steven Spielberg ha tentato l’elegia con il film The Post, ci arrivano alcuni esempi assai indicativi.

Il canale all news via cavo Mnsbc (acronimo per Microsoft e Nbc, soci fondatori nel 1996 e attuali proprietari, con Microsoft al 18% delle azioni) è considerato un baluardo del pensiero progressista e l’avanguardia dell’opposizione mediatica a Donald Trump. Il che, detto così, pare pure una missione piena di ideali. Mica vero.

Trump è il presidente che ha rilanciato la partecipazione americana che l’Arabia Saudita guida contro gli insorti dello Yemen. Gli Usa forniscono armi ai sauditi, garantiscono il rifornimento dei loro velivoli da combattimento (noti soprattutto per gli attacchi contro scuole e mercati), garantiscono assistenza e intelligence militare.

Nello Yemen sono morte, ormai, più di 15mila persone, in gran parte civili. E il blocco terra-aria-mare guidato dai sauditi insieme con i loro alleati ha così deteriorato le già deboli infrastrutture del Paese da aver scatenato la più grande epidemia di colera della storia (a fine 2017 già un milione di persone era stato contagiato, in un Paese con 28 milioni di abitanti) e poi una carestia che sta travolgendo almeno 18 milioni di yemeniti. Una bella porcheria, no? Un’ottima ragione per attaccare e distruggere quel guerrafondaio di Trump. Invece no.

Nel 2017 Mnsbc ha trasmesso 1.385 servizi sul Russiagate, la Russia e i russi e solo 82 in cui veniva nominato lo Yemen. Di questi 82, uno solo era un vero e proprio servizio sullo Yemen, centrato sul fatto che i bombardamenti sauditi avrebbero potuto aggravare la situazione umanitaria.

Nessun cenno, comunque, all’epidemia di colera che, ripetiamo, è stata giudicata dall’Onu la più grave della storia. E nel 2018? Stessa storia. Una dozzina di servizi sui presunti crimini di guerra dei russi in Siria e zero su quelli americani nello Yemen.

Trump? Ben 455 servizi su Stormy Daniels, l’ex playmate e spogliarellista che ha inguaiato il presidente raccontando di aver avuto un rapporto sessuale con lui nel 2006, e ovviamente sempre zero sullo Yemen. Questo, insomma, è il progressismo “made in Usa”, quello che viene prontamente sposato anche dai nostri media.

È la morale che serve ai vari Clinton e McCain e che spiega bene la funzioni trasversale del pensiero neocon: una vecchia storia di sesso è uno scandalo, le stragi di bambini e di civili vanno bene perché possono essere coperte con le bandiere della libertà e della democrazia. Tutto questiono riguarda solo la Tv ma anche i giornali di grande blasone.

Il New York Times, per esempio, malinconicamente trasformatosi in una tromba della propaganda neocon. Tra gli esempi più clamorosi degli ultimi tempi la cosiddetta inchiesta (aprile 2018) in cui si voleva dimostrare che l’Isis si manteneva con le tasse raccolte sul territorio del Califfato e che non era aiutato da nessuno (sottinteso: da nessuno degli alleati degli Usa). Curiosamente, proprio il giornale che più ha strillato per le mail di Hillary Clinton hackerate (dai russi?) e diffuse da Wikileaks, dimentica quanto la stessa Clinton, in una corrispondenza con John Podesta, capo della sua campagna presidenziale, scriveva nel 2015: “Dobbiamo premere con tutti i mezzi tradizionali, dalla diplomazia all’intelligence, sui governi dell’Arabia Saudita e del Qatar che continuano a fornire (nota bene: continuano a fornire) aiuti finanziari e supporto logistico all’Isis e agli gruppi radicali sunniti del Medio Oriente”.

Al posto di fare tanta cagnara intorno alle notizie fasulle su Internet, quindi, dovremmo chiederci con serietà perché e come sia successo che tanto giornalismo abbia accettato di trasformarsi in una tromba del potere. Il vero dramma è qui, non in Rete.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME