Nella Striscia di Gaza operano, sempre più stremate del genocidio e della bombe israeliane, Ong e gruppi umanitari che aiutano la popolazione palestinese a resistere ed esistere. Abbiamo raggiunto Mattia Bidoli, operatore umanitario da più di 10 anni, che ha lavorato in varie zone di guerra tra cui l’Ucraina, detto anche Flip, diventato celebre in Rete perché si serve dei giochi di prestigio per portare un sorriso e una luce di speranza negli occhi di chi non l’ha più.
Direttamente dalla Striscia di Gaza, Mattia Bidoli ci racconta come ha conosciuto davvero il termine resilienza e come a Gaza, insieme con la popolazione palestinese, muoia anche l’umanità. Come ha detto Bidoli, “la verità è che non siamo più governati dall’umanità, siamo governati da altri interessi e vediamo quello in tutto il mondo. Quello che sta succedendo qua è raccontato in diretta 24 ore al giorno, tutti i giorni. Le cose si sanno, si vedono. E a noi non importa quello che succede, non importa quello che è successo”.
Hai svolto la tua attività di operatore umanitario in varie zone di conflitto, tra cui l’Ucraina. Quanto è diversa Gaza dagli altri scenari da un punto di vista umano ed operativo, per chi svolge la tua funzione?
“Gaza è un posto completamente diverso da tutti gli altri. È il posto più difficile che abbiamo mai visto in vita mia. Per tutta una serie di ragioni: la prima è quanto sia difficile entrare a Gaza per noi operatori umanitari. Gaza, ricordiamolo, è sotto assedio, è circondata. Per entrare a Gaza noi, per esempio, atterriamo in Giordania, dalla Giordania andiamo in Israele, e da Israele entriamo a Gaza. Quindi ognuno di noi deve avere il lasciapassare di Israele e gli israeliani fanno tutta una ricerca su chi vuole entrare: chi siamo, cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo detto, con chi abbiamo parlato e la notte prima ti viene data l’autorizzazione a entrare. Se non vieni accettato, non ti danno alcuna spiegazione o motivazione. Una volta entrati, arriva la parte più difficile: a Gaza non c’è una zona sicura. In Ucraina, per esempio, nell’Ovest o in città come Dnipro e altre, la vita è abbastanza normale. L’altra grossa difficoltà è la totale impossibilità di far entrare supplies, le cose che ti servono. Tante delle cose che avevamo per i soccorsi e per gli aiuti non ce le abbiamo più, le abbiamo finite. Ci sono ospedali qua che non hanno più niente. Per non parlare del cibo, ovviamente, perché non entrando cibo da da inizio marzo qua non non c’è più niente. In Ucraina hai la linea del fronte, con i soldati ucraini da una parte e dall’altra parte i soldati russi. Qui non c’è non c’è la stessa situazione, non ci sono due eserciti xche si fronteggiano: non c’è il carro armato palestinese, non c’è l’esercito palestinese. È una situazione che non esiste da nessun’altra parte al mondo”.
Sei stato a Gaza più volte in questi 20 mesi, e tuttora sei lì. Quanto è cambiata la percezione della popolazione palestinese dall’inizio delle operazioni israeliane?
“La cosa che mi ha colpito subito è la loro capacità di resilienza, termine di cui noi abusiamo spesso. Nel nostro team di lavoro c’è una dottoressa che è stata spostata nella Striscia di Gaza già otto volte. Quando loro sono andati via da Gaza City lo hanno fatto pensando che tutto sarebbe durato un paio di settimane e poi sarebbero tornati. Quindi c’era la speranza. Io ero qua durante il primo cessate il fuoco a gennaio. Volevano tornare a casa. Anche se la loro casa era un mucchio di macerie, loro volevano comunque tornare. Quello che invece percepisco da quando sono rientrato in questo turno è che non c’è più speranza, che la loro speranza è veramente sottilissima, perché sanno che se non si troverà un accordo nelle prossime ore o nei prossimi giorni la situazione andrà al collasso: l’esercito israeliano entrerà e farà quello per cui è venuto”.
Gli ultimi 75 giorni, tra la fine del cessate il fuoco e il blocco degli aiuti umanitari, sono stati i più difficili per i gazawi. Quanto credi sia possibile resistere per i civili?
“Queste persone si adattano e sopravvivono in condizioni che sono al di sotto di qualsiasi limite umano accettabile. L’ingegno che mettono nel cercare di tirare avanti è incredibile, però purtroppo non può bastare. Non è solo la mancanza di cibo. Mancano i medicinali e ci sono persone che muoiono non solo per le bombe ma anche per le infezioni, che non possono essere curate perché non ci sono antibiotici. Ho visto bambini a cui hanno messo i punti senza anestesia, perché non ci sono più anestetici. Ci sono ospedali, e anche centri di organizzazioni internazionali, che devono scegliere chi operare perché non ci sono abbastanza risorse mediche per tutti. Noi abbiamo due ambulanze ma ne possiamo usare soltanto una, perché non entra più la benzina. Ripeto: la situazione è al di sotto dì del limite minimo di vivibilità e decenza umana”.
Vuoi lanciare un appello a chi leggerà questa intervista?
“Normalmente avrei detto sì. Però quello che è successo qua mi ha fatto perdere completamente speranza nell’umanità. Mia nonna era bambina quando c’era la Seconda Guerra Mondiale. C’era il fascismo, eravamo alleati dei tedeschi, lei andava alla casa del fascio. Non aveva molte alternative. Una volta, quando ho cominciato a raccontarle quello che facevo e quello che vedevo, mi ha detto una frase che ha che mi ha colpito molto: “Noi, quando eravamo piccoli, non avevamo accesso a tutte queste informazioni. Quindi c’era solo una verità e quando abbiamo scoperto determinate cose, siamo rimasti inorriditi”. Invece noi abbiamo accesso alla Tv, all’internet come la chiamava lei, e quindi non è che le cose non le sappiamo. Le cose si sanno, però non ci interessano. Noi siamo il peggior tipo di ciechi: vediamo e facciamo finta di non vedere. Io non invidio le maestre e gli insegnanti che un domani dovranno spiegare questa cosa ai bambini, quando chiederanno “Ma scusa, perché non nessuno ha fatto niente?”.
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