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Guerra

Massacro a Gaza, Quirico: “Nel mondo senza regole vige la legge del più forte”

Prima della proiezione del film No Other Land che quest’anno ha vinto l’Oscar come miglior documentario, un film indipendente prodotto da un collettivo israeliano-palestinese che nelle scorse settimane ha ottenuto recensioni entusiaste e importanti riconoscimenti InsideOver dialoga con Domenico Quirico, invitato al...
Domenico Quirico

Prima della proiezione del film No Other Land che quest’anno ha vinto l’Oscar come miglior documentario, un film indipendente prodotto da un collettivo israeliano-palestinese che nelle scorse settimane ha ottenuto recensioni entusiaste e importanti riconoscimenti InsideOver dialoga con Domenico Quirico, invitato al cinema Nazionale a Torino per una introduzione:

Cosa ne pensi di questa situazione che sconvolge qualsiasi essere umano dotato di cuore, amore e sensibilità?

Ma questa tragedia sconvolge davvero tutto il genere umano? Non mi pare che l’opinione pubblica faccia pressione sui governi perchè impediscano che Israele continui nella sua rappresaglia nei confronti di Hamas e del popolo palestinese. Non mi sembra ci sia un moto universale per bloccare questa tragedia tranne qualche movimento nelle università. Tutte le masse che protestano per la Palestina non le vedo, i numeri delle proteste con il passare del tempo sono minuscoli. Ti sembra che qualcuno abbia protestato per la Siria, per il Sudan, per il Tigrai? Il mondo che c’è adesso è ributtante. Prima c’era l’ipocrisia che faceva da schermo, si fingeva violandoli di rispettare i diritti, le leggi internazionali. Oggi i governi non fingono più. C’è un ricorso alla forza senza nessuna giustificazione, è scomparsa la vergogna. Questo è un mondo di lupi, feroci e affamati. È venuta meno la vergogna di bombardare innocenti senza farsi scrupoli.

Come è possibile che i governi occidentali accettino un mondo che non rispetta più le regole?

Israele ha sempre avuto mano libera perché gli americani e l’occidente non hanno mai voluto ostacolarlo. Dove sono quelli che dovrebbero rappresentare i difensori dei diritti universali? Le Nazioni Unite non hanno nessuna capacità di influire e nemmeno il Papa trova ascolto. I governi occidentali non hanno nessun interesse a rompere con Israele. Questa è una realtà tremenda e purtroppo non esiste una conclusione felice per questa tragedia.

Per smuovere le coscienze come sarebbe meglio agire?

Non ho risposta, in un mondo senza più nessuna ideologia dove vige la regola del più forte, della legge della foresta ahimè non ho risposta.

Eppure il docufilm “No other land” è un esperimento di dialogo

La convivenza, stare insieme, l’accettarsi è quello che dovrebbe essere ma non è, è tutto quello che in 75 anni non è accaduto o è accaduto per minoranze palestinesi e israeliane infinitesimali. La mia idea è che la convivenza tra palestinesi e israeliani sia un problema insolubile, può essere risolto forse, solo con un reciproco perdono. Che sia però contemporaneo. Ed è in parte quello che avviene tra questi due autori del film. Ma è un film. Lo scontro è nato un minuto dopo la dichiarazione d’indipendenza dello stato di Israele nel 1948. Subito sono cominciati – nella città vecchia, nei luoghi che l’ONU aveva indicato come territorio di Israele – i massacri, le fughe, la caccia all’israeliano o al palestinese.

E questo dura da 75 anni, quattro grandi guerre – eserciti contro eserciti – : 1948,’56, ‘67, ‘73. Ma in mezzo non è venuta la pace o la tregua! semmai il terrorismo, le intifade, le rappresaglie israeliane e l’orribile apoteosi del terrore che è stato il 7 di ottobre di Hamas e quello che ne è seguito.

Ma questa convivenza quindi non è possibile?

Esiste una forza al mondo politica, sovranazionale, teologica, culturale che può determinare cancellare o sospendere quello che avviene da 75 anni? La mia risposta è no. Questo è un problema insolubile del XXI secolo e lo è per una semplice ragione: c’è una sola terra e due popoli che la vogliono tutta. Ecco il punto chiave, dove scatta la mistificazione di chi porta avanti la bugia dei due popoli e due stati. Nessuno dei due popoli o la maggioranza dei due popoli ne vogliono un pezzo, un frammento ma la vogliono tutta. Questo nucleo di insolubilità noi lo abbiamo travestito con la bugia gigantesca dei due popoli, due stati di cui oggi, si noti bene, non parla più nessuno. È sparito sotto l’urto brutale di Trump qualcosa che non poteva esistere nella pratica. E poi il solco che divide i due popoli è quello scavato dalla memoria più tremenda che muove gli uomini: la memoria dell’odio. Se chiedete poi ad un israeliano moderato, normale “perché questa terra è vostra?”  Lui risponderà –guardando la carta delle Nazioni Unite del 1947, firmata allora da 56 paesi – questa è la terra che ci hanno assegnato. Poi dirà: “ricordatevi chi siamo”! Noi siamo le vittime del più grande delitto collettivo della Storia del 900, il tentativo industriale di cancellare un popolo dalla faccia della terra. Questa terra ci è stata data per risarcimento perché voi europei – non gli arabi, non Hamas – non avete fatto nulla pur sapendo …. per impedire che in Europa fosse fermato questo delitto. Se andate poi da un palestinese che non sia un seguace di Hamas, questo dirà “guardatevi attorno, tutto quello che vedete quella casa, quell’uliveto …di chi erano? di mio nonno, della mia famiglia dai tempi di Saladino. Poi nel ’48 sono arrivati gli ebrei e ci hanno detto: prendete quello che avete con voi e andate in Transgiordania, questa terra è roba nostra. Noi siamo diventati dei profughi in una diaspora che è identica a quella che ha subito il popolo ebraico”. Più breve perché gli ebrei si sono dispersi nel secondo secolo dopo Cristo e loro dal ’48. Ognuno quindi ricostruisce un elenco lungo per la sua parte, dei suoi torti subiti, dei i suoi morti, delle sue ingiustizie. Quello che lo può compensare, ma è quasi miracolistico, è la volontà dei due popoli di perdonarsi reciprocamente. A quel punto forse l’epifania di una vita insieme è possibile.

No Other Land racconta come da quarant’anni gli abitanti di questa zona della Cisgiordania subiscano violenze di ogni tipo da parte di soldati e coloni israeliani. Racconta gli sforzi di Basel Adra e di altri attivisti palestinesi per opporsi alla distruzione da parte delle forze israeliane del loro villaggio natale di Masafer Yatta, che si trova una decina di chilometri a sud della città di Hebron. In un resoconto di un incontro governativo del 1981, l’allora ministro dell’Agricoltura israeliano Ariel Sharon, che vent’anni dopo sarebbe diventato primo ministro, suggerìl’idea di usare l’area di Masafer Yatta come poligono militare per limitare «l’espansione dei residenti arabi di quelle colline». Anche a causa delle violenze, diverse persone negli ultimi anni hanno lasciato l’area di Masafer Yatta per trasferirsi altrove, mentre alcuni abitanti la cui casa era stata demolita sono tornati nelle grotte che i pastori palestinesi usavano in passato. In tutto è rimasto a Masafer Yatta circa un migliaio di persone palestinesi. Hammad Ballal, che ha diretto il film con Basel Adra è stato picchiato e arrestato dall’esercito israeliano e adesso liberato.

Forse, come sostiene Quirico, il ritorno al 6 di ottobre è la soluzione a cui aspiriamo, cioè abbassare il livello numerico della violenza e ritornare a quel tran tran orribile, una ferocia a bassa intensità con cui abbiamo benissimo convissuto dal ’48 a oggi. Forse … ma oggi non possiamo più ignorare che il mondo sia lasciato in mano ai lupi.

I ragazzi giornalisti nel film fanno tenerezza nel tentativo di filmare, scrivere, usare i social, controllare i follower, le notizie nei telegiornali del mondo. Fanno tenerezza quando di sera, di notte confidano le loro speranze, le responsabilità che sentono per la famiglia, per gli abitanti. L’essere umano deve distinguersi dal lupo per far vivere bambini, uomini, donne, giovani, anziani in un contesto di civile convivenza, dove la violenza non può essere la regola ma il difetto e il difetto deve essere corretto. Guardiamo No other land e usciamo dal cinema tristi come è giusto che sia. Ma forse non basta. Alla tristezza dobbiamo manifestare lo sdegno, dobbiamo fotografare le nostre lacrime di fronte ad una realtà che non funziona, le nostre suppliche, dobbiamo trovare parole, modi capaci di far tornare la vergogna.

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