Lviv, città dell’Ovest ucraino, con le sue eleganti architetture asburgiche e i suoi caffè alla moda, è diventata negli ultimi anni un simbolo dell’ultranazionalismo europeo. Tra le sue strade si incrociano reduci di guerra, bandiere con simbologie paramilitari e un merchandising che celebra figure controverse della storia ucraina. Ma come si è arrivati a questa fusione tra estremismo di destra e il mainstream culturale del Paese? E in che modo la guerra in corso ha amplificato questo fenomeno?
Ne abbiamo parlato al telefono con Marta Havryshko, storica ucraina specializzata in violenza di genere nei conflitti e nella costruzione della memoria nazionale. Insegna alla Clark University del Massachussetts, e in questo momento è vista come il fumo negli occhi da parte degli antirussi più massimalisti.
Azov e la glorificazione dell’estrema destra
Il battaglione Azov è uno dei gruppi più discussi della guerra a livello globale. Se da un lato è stato celebrato per la sua resistenza contro l’invasione russa, specialmente nelle tetre acciaierie di Azovstal nelle prime fasi del conflitto, dall’altro resta tuttora legato a simboli e ideologie suprematiste bianche, intolleranti, incapaci di immaginare un’Ucraina pluralista nella cultura. È davvero l’unica speranza per il Paese invaso?
“Azov e l’estrema destra non stanno salvando l’Ucraina, la stanno distruggendo”, afferma Havryshko, che è felice di parlarne con un giornalista italiano. “La loro retorica ‘combatteremo fino alla fine’ è suicida: stiamo assistendo a una fuga di massa di uomini che pagano tangenti per evitare il reclutamento. L’abbassamento dell’età di leva e la coscrizione delle donne sono promosse proprio dai nazionalisti, che hanno tutto l’interesse a prolungare la guerra”.
La passività dei progressisti
“Molti di sinistra in Ucraina oggi sono complici nel ripulire l’immagine dell’estrema destra”, spiega Havryshko. “Non condividono le loro ideologie, ma credono di doversi schierare con loro in un momento di minaccia esistenziale. Pensano che sia il male minore. Tuttavia, questa strategia si sta rivelando fallimentare: l’estrema destra sta guadagnando potere, capitale sociale e influenza politica, oltre a portare avanti un’agenda anti-gender molto aggressiva”.
Questa alleanza strategica con la sinistra ha contribuito a una narrativa che minimizza il ruolo dell’estrema destra all’interno del conflitto, soprattutto agli occhi dell’Occidente. “Molti attivisti di sinistra, quando partecipano a conferenze internazionali, evitano di affrontare il problema e spostano tutta l’attenzione sulla guerra della Russia contro l’Ucraina. Ma così facendo, contribuiscono indirettamente alla legittimazione dell’estrema destra”, continua Havryshko.
Un problema che ha costretto molti attivisti progressisti a lasciare il Paese. “Quelli che non accettano il compromesso con l’estrema destra sono stati minacciati, hanno subito attacchi, e alcuni hanno dovuto emigrare per la loro sicurezza”.
Decolonizzazione o nazionalismo radicale?
Uno dei concetti più discussi nella guerra in Ucraina è quello della “decolonizzazione”. Molti giovani ucraini oggi si definiscono decolonizzati rispetto all’influenza russa, mentre generazioni più anziane vedono il passato sovietico in maniera più sfumata.
“Dopo il 2022, il movimento femminista ha adottato un forte discorso sulla decolonizzazione”, racconta Havryshko. “Hanno interrotto qualsiasi contatto con attiviste russe, anche quelle contrarie alla guerra. Tuttavia, ciò che risulta ipocrita è il silenzio su altre situazioni coloniali. Ad esempio, nei media femministi ucraini non troverai critiche a Israele o agli insediamenti illegali in Cisgiordania. Si evitano argomenti scomodi per non disturbare i finanziatori occidentali”.
Questo approccio selettivo alla decolonizzazione ha portato a una narrazione storica fortemente nazionalista. “Molti progetti finanziati dall’Onu celebrano la storia ucraina escludendo volutamente riferimenti alla persecuzione di ebrei e polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale. Un esempio è la figura di Mykola Mikhnovsky, ideologo etnonazionalista, oggi celebrato come femminista solo perché sosteneva i diritti delle donne all’interno di uno Stato ucraino purificato da minoranze etniche”.
Perché parlarne ora?
Havryshko solleva anche il problema della narrazione selettiva sulle violenze di guerra. “Sappiamo che la Russia usa la violenza sessuale come arma di guerra. Ma ciò che viene nascosto sono i crimini commessi da soldati ucraini nel Donbass dal 2014. Donne rapite per intrattenimento sessuale, costrette alla prostituzione nei territori vicini al fronte, vittime che hanno paura di denunciare per non danneggiare l’immagine dell’esercito”. Secondo la storica, questo approccio costruisce una “gerarchia delle sofferenze”, dove alcune vittime vengono amplificate per motivi politici, mentre altre vengono silenziate.
E sullo sfondo si staglia un dispositivo di autocensura durissimo: molti ucraini evitano di parlare delle degenerazioni del nazionalismo perché è anche uno degli argomenti preferiti dai filorussi in malafede, per giustificare l’invasione. Il silenzio, dunque, per non mettere in discussione la narrativa della resistenza eroica e non fornire frecce all’arco nemico. Secondo Havryshko, invece, dell’estrema destra bisogna parlarne ora, e non aspettare la fine della guerra, per capire dove sta andando la società e che limiti alla libertà d’espressione potremmo vedere anche dopo la guerra.
Un intellettuale nel mirino
Per le sue attività incessanti di documentazione su X (fu Twitter), il sito nazionalista ucraino Myrotvorets ha inserito il nome di Havryshko nella lista dei “nemici del popolo ucraino”. Le accuse si basano sui suoi post in cui critica la glorificazione delle figure storiche del “banderismo” e la divisione Waffen-SS Galizia. Inoltre, la si accusa di aver accusato di antisemitismo i nazionalisti odierni in Ucraina, anche nelle rappresentazioni natalizie (Vertep), spesso intrise di stereotipi antisemiti.
Per contestualizzare: Myrotvorets è un sito odioso, ritenuto legato ai servizi segreti ucraini. Nel 2016, il Dipartimento di Stato Statunitense lo ha criticato per aver diffuso dati personali di giornalisti, e nel 2017 l’Onu ha chiesto un’indagine in merito. La pagina, che molti definiscono kill list (c’era finito anche il fotografo italiano Andrea Rocchelli, morto in Donbass nel 2014 in circostanze controverse) ignora la presenza di gruppi neonazisti, la diffusione di simboli nazisti tra i militari e il commercio di materiali che giustificano crimini nazisti. Il suo vero obiettivo è colpire chi denuncia queste realtà scomode.
Ma dietro questa censura si nasconde anche una strategia politica più profonda. “L’estrema destra ucraina ha investito enormi risorse nella propaganda. Ha creato un culto della Terza Brigata d’Assalto, presente ovunque, dai bar ai negozi. Ha assunto esperti di comunicazione per costruire un’immagine eroica di sé stessi. Ma la realtà è che non vogliono la pace, perché la guerra è il loro strumento di potere”.