Marocco, Indonesia, Kazakistan, Kosovo e Albania: chi ci sarà sul terreno per la pace a Gaza

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Alla riunione inaugurale del Board of Peace il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato 10 miliardi di dollari di aiuti per la ricostruzione di Gaza e sottolineato che sono stati trovati cinque Paesi che forniranno truppe per la costituenda Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf) che dovrebbe garantire il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Indonesia, Marocco, Albania, Kosovo e Kazakistan: cinque Paesi a maggioranza musulmana, nessuno del Medio Oriente, in sostegno a Egitto e Giordania che dovrebbero garantire lo sviluppo dell’Isf e la sicurezza militare durante lo sviluppo della “Fase 2”.

In teoria: Israele si dovrebbe ritirare da Gaza; Hamas dovrebbe cedere le armi all’Isf e il potere nella Striscia al Comitato nazionale per l’Amministrazione di Gaza (Ncag) guidato dall’ingegnere Ali Shaath, che a sua volta ha annunciato lo schieramento di 5mila poliziotti gazawi nei prossimi due mesi. Si tratta con ogni probabilità delle stesse unità che potrebbero ricevere l’addestramento dell’Arma dei Carabinieri italiana e si dovrebbero sommare all’Isf, la cui costituzione mostra la natura politica chiara del Board of Peace per Gaza come partenariato tra Paesi che cercano spazio, con la sponda di Gaza, agli occhi della superpotenza Usa.

Attorno ai mediatori (Egitto, Qatar, Turchia) di cui solo Il Cairo è ben visto da Israele con un ruolo sul terreno, gli Stati membri dell’Isf annunciati da Trump hanno secondi fini molto chiari.

Li ha sicuramente l’Indonesia, Paese pienamente inserito nel contesto globale e dall’ampia diplomazia multilaterale per cui la partecipazione sul terreno a Gaza serve per favorire via Israele l’apertura all’Occidente ma dà, al contempo, una postura globale agli occhi del mondo musulmano. L’ambiziosa nazione del Sud-Est asiatico, quarta potenza demografica e settima per Pil a parità di potere d’acquisto su scala globale, usa il Board of Peace per mostrare bandiera davanti alla Umma, mettere alla prova le sue rinnovate forze armate e aumentare la sua esposizione internazionale, acquisendo credito agli occhi del mondo arabo.

Parimenti, il Kazakistan che di recente ha annunciato la volontà di firmare gli Accordi di Abramo traccia così un nuovo vettore della sua diplomazia che lo vede triangolare tra Russia, Cina e Stati Uniti, specie dopo gli avvicinamenti sul piano economico e energetico consolidati con i meeting autunnali a Washington. Il Marocco ha bisogno di ricambiare la sponda di Usa e Israele sul Sahara Occidentale, territorio la cui sovranità è stata affibbiata a Rabat da Washington e Tel Aviv in cambio della adesione del Paese agli Accordi di Abramo nel 2020. Inoltre, per Rabat la stabilità di Gaza può presupporre un contributo fattivo del Paese a quella del contestato territorio su cui il controllo del Marocco non è internazionalmente riconosciuto.

Kosovo e Albania giocano pienamente nel campo americano, ed è curioso vedere soprattutto il primo, nato in opposizione all’ideologia espansionista serba, sostenere oggi il campo che più sembra voler controllare, piuttosto che emancipare, i palestinesi. Tirana sarà l’unica capitale della Nato, per ora, a dare un contributo alla Fis, e sarà interessante capire se giocherà in sponda con l’alleata Turchia, ritenuta spauracchio da Israele. Insomma, la stabilità di Gaza non necessariamente fa rima con l’istituzionalizzazione della soluzione a due Stati o della totale autonomia della Palestina dopo la guerra. La forza di stabilizzazione che nasce è un “taxi” politico utile per molti Paesi. Non è detto, a monte, lo sarà per i gazawi.