Il dottor Mark Perlmutter “mi accoglie” in un sabato pomeriggio di lavoro. Ha gli occhi piccoli, arrossati, lo sguardo stanco. Ha su ancora il camice verde, proprio quello da medico eroe dei telefilm. Al suo cospetto ci si sente piccoli: non perché incuta timore reverenziale, anzi, ma perché ha gli occhi e la rabbia di chi ha visto tutto il male del mondo passargli per le mani. Letteralmente: sangue, ossa, cicatrici, cadaveri. Quanti di noi possono dire lo stesso?
Gaza è stata la prima volta in cui ho tenuto il cervello di un bambino nella mia mano. La prima di molte.
Il dottor Perlmutter è un chirurgo americano di chiara fama, protagonista di numerose missioni umanitarie, ma soprattutto uno dei principali firmatari della lettera al presidente Joe Biden che ha puntato un faro sulla tragedia delle morti civili a Gaza, soprattutto quelle infantili. Perlmutter è stato spesso in Honduras: da qui, i medici con cui collabora gli inviano spesso immagini e chiedono consigli sugli interventi da eseguire. Così, la scorsa primavera riceve una richiesta da una grande ONG studentesca chiamata InciSioN, creata da studenti e specializzandi interessati alla chirurgia. Proprio da qui gli viene chiesto di contribuire con la teleassistenza a Gaza dopo il 7 ottobre. “Naturalmente ho risposto di sì“, racconta Perlmutter. “La qualità delle immagini che ricevevo dagli interventi chirurgici eseguiti era eccellente all’inizio, proprio come gli interventi, all’avanguardia e ben eseguiti. E poi hanno cominciato a deteriorarsi rapidamente nel corso di una settimana. Così, pensavo di essere scortese, ma mi sono sentito in dovere di chiedere al chirurgo quale fosse il suo livello di formazione perché non ero sicuro se fossero le forniture a non essere disponibili o il loro livello di formazione o entrambi“. La risposta che ottiene è che a Gaza stanno lavorando studenti di medicina e specializzandi. “Dove sono gli assistenti?“, gli chiede allibito il chirurgo americano. Sono tutti morti nell’esplosione di una bomba. “A quel punto mi sono sentito obbligato ad andarci “.
Il dottor Perlmutter ci tiene ad aprire un inciso: “Sono di origine ebraica e mi vergognavo della carneficina che stava avvenendo per mano di un Paese prevalentemente ebraico. Ma ero anche altrettanto, se non di più, imbarazzato dal fatto che il mio Paese, gli Stati Uniti, stesse pagando per le bombe, l’80% delle bombe che sono state usate per uccidere i civili“.
Come sottolinea il dottore, la popolazione di Gaza era la più giovane del mondo: quasi la metà bambini. “Sapevo che una bomba da 2.000 libbre non può letteralmente cadere su una popolazione e non uccidere il 60 o l’80% per cento di loro, perché è meno probabile che sopravvivano all’esplosione. Per non parlare del colpo diretto di una scheggia, che potrebbe scaraventarli a decine di metri d’altezza. Io potrei anche sopravvivere, senza essere colpito da schegge, ma un bambino no“. Il dottore fa una una pausa e chiude gli occhi: “E quindi il mio imbarazzo per il fatto che i soldi delle mie tasse stavano pagando per lo scempio di questi bambini mi ha spinto a richiamare Cathy, la responsabile del gruppo di InciSioN, e a dirle: “Come puoi farmi andare a Gaza?”. Imbarazzo. Si tratta di una parola che il dottor Perlmutter mi ripeterà spesso nella nostra intervista, in cui non sorride mai.
Attraverso l’Associazione Medica Americana Palestinese (PAMA) il dottore ha solo una settimana per prepararsi. A casa ha quattro borsoni di materiale medico per l’Honduras. Ordina altre forniture svaligiando Amazon, eBay e perfino la ferramenta locale: servono trapani elettrici ai chirurghi ortopedici come lui. Aggiunge un po’ di cibo per sè: barattoli di burro d’arachidi, delle tortillas e della frutta secca. Siamo ad aprile 2024: 800 libbre di bagagli e 36 ore di aereo permettono al dottor Perlmutter di arrivare in quell’inferno. Ci resterà tre settimane.
A Gaza il dottore trascorre il suo tempo dedicandosi ai bambini. Quando gli chiedo come si contestano le cifre “ufficiali”, Perlmutter risponde semplicemente “Ci basiamo su ciò che vediamo. Nelle tre settimane in cui sono stato lì, ho visto personalmente centinaia e centinaia di bambini morti. E se questo viene estrapolato, significa che ci sono centinaia di migliaia di persone morte. Abbiamo visto un flusso costante di bambini e adulti morti. E non si trattava di persone che portavano persone morte al Pronto Soccorso. Hanno portato persone che erano vive nel momento in cui sono state messe sulle ambulanze. I morti venivano messi su cassoni trainati da cavalli e portati immediatamente a seppellire in cimiteri di fortuna, di cui abbiamo le fotografie. I cortili delle scuole sono stati trasformati in cimiteri. Ogni luogo in cui c’era un terreno pianeggiante diventava un cimitero. E ce n’erano così tanti“.
Il dottore fa un parallelo con altre situazioni complesse come i disastri naturali: se si guardano le statistiche del numero di persone stimate morte in un terremoto o un’alluvione, è ovvio che il livello di morte aumenti esponenzialmente nel tempo. Non appena si può iniziare a riesumare i corpi, sotto le macerie si ritrovano molti più cadaveri che fuori. Ecco perché The Lancet nel suo articolo, di cui Perlmutter non è l’autore, ha stimato fino a 120.000 morti. Una quantità quattro volte superiore a quella stimata dall’Autorità Palestinese. E ci sono centinaia di milioni di tonnellate di macerie che chissà mai se parleranno.
A supporto di ciò, la testimonianza di un soldato israeliano che si è suicidato: il suo lavoro era quello di spianare ciò che resta dopo gli attacchi. Fino a quando un giorno ha sentito urla provenire dagli strati di polvere e materiali che era chiamato a spianare. Non ha retto il sangue finito sul battistrada del mezzo che guidava. Questo dimostra che sotto le macerie c’erano ancora persone vive. “Il potere di una bomba americana da 2.000 libbre di provocare una distruzione totale e di vaporizzare le persone non può essere ignorato. Ci sono persone i cui resti non si vedranno mai, assolutamente mai, a causa della potenza di distruzione di una bomba da 2.000 libbre. E quindi nessuna traccia di umanità di carne potrebbe essere individuata all’interno di un’area molto specifica di quella bomba. Le sole schegge possono distruggere migliaia di persone, decine e decine di migliaia di persone, senza alcuna prova che siano mai esistite. E allora come si fa a contare i corpi quando ogni edificio a Rafah è ormai grande come un blocco di cemento o un mattone o una cenere che può cadere tra le dita? Dove sono quei corpi?“. Hamas non conta i morti, sostiene il dottore. Non sono mai stati nell’ospedale europeo di Gaza. Non c’era nessuno a contare i corpi nei siti delle bombe. Nessuno fa uno, due, tre, quattro, cinque, afferma stizzito.
Perlmutter ha sulle spalle più di 40 missioni chirurgiche. Più si cercano corpi, più si trovano. Sarà così anche quando verranno rimestate le macerie di Gaza. Ci saranno centinaia di migliaia di scheletri. Il dottor Perlmutter non ne fa una questione di numeri, sebbene sia una sostenitore della tesi della sottostima attuale dei morti. Quale è la differenza tra 45.000 o 145.000? “Naturalmente ci si aspetta che le persone che danno le stime basse siano dell’IDF e quelle che danno le stime alte siano Hamas, al che io dico: chi se ne frega? La realtà è che l’intento è quello che conta“.
Ci sono due scuole di medicina perfettamente funzionanti che ora sono sotto il livello del suolo. La scuola per infermieri anche. Non è difficile immaginare che andrà sempre peggio se questa guerra non si fermerà. Soprattutto alla luce del fatto che Tel Aviv ha accettato che Lavender, il sistema di intelligenza artificiale che colpisce gli obiettivi militari, abbia una “tolleranza” per cui il processo che autorizza a colpire i target segnalati dall’AI stabilisce che sia accettabile un numero tra 15 e 20 vittime collaterali per ogni miliziano di Hamas o della Jihad islamica palestinese ucciso e fino a 100 vittime civili collaterali per ogni alto funzionario colpito.
La nostra professione ha fatto un giuramento.
Il dottor Perlmutter mi racconta di quanto ora sia complesso entrare a Gaza da volontario e portare materiali da chirurgia dentro Gaza. “Sono un chirurgo ortopedico. Avevo bisogno di 700 libbre di placche e viti metalliche. Questo è ciò che inserisco nelle persone. È quello che faccio per vivere. Ho portato 40 libbre di materiali da sutura nel mio zaino. Ora non mi è più permesso farlo“. Significa bloccare gli interventi chirurgici. Quanto alla lettera scritta al presidente Biden e alla sua genesi, il dottor Perlmutter punta il dito contro i medici europei. Nessuno in Europa, tantomeno in Italia ha fatto ciò che hanno fatto lui e i suoi colleghi. Pochi giorni fa, 177 medici israeliani hanno fatto la medesima cosa. “Perché la nostra professione ha fatto un giuramento. E non dice che ci prendiamo cura delle persone della nostra stessa area demografica. Non dice che io, il vostro medico italiano che vive a Napoli, mi occupo solo di persone che vivono a Napoli. E loro stanno vergognosamente fallendo con la medicina non protestando contro quello che sta succedendo, che tu sia ebreo o no“.
Ce n’è anche per la stampa. “Abbiamo deciso di farlo perché quando siamo stati lì non abbiamo visto un solo giornalista. Nessuno con la parola Press sul cappello o sul petto. Abbiamo capito allora che dovevamo diventare giornalisti. Che dovevamo dire la verità“. Mentre la nostra intervista si avvicina al termine, chiedo al dottore se tornerà a Gaza. “Se potessi, sì. La risposta è che ci ho già provato e mi è già stato negato. Le autorità israeliane mi hanno negato di tornare. All’inizio dell’anno andrò in Libano. Grazie. E se tornassi e andassi a Gaza, ammesso che mi facciano entrare, non mi sarebbe permesso di portare con me alcun materiale chirurgico, per la cura delle ferite o farmaco“.
Faccio l’in bocca al lupo al dottore per la sua prossima missione e per le elezioni negli Usa. Accenna un sorriso, per la prima volta in più di un’ora, prima di sparire dallo schermo. A un uomo che ha avuto tra le mani il cervello di un bambino, che ha messo le sue dita nelle ferite purulente di poveri innocenti non si può dire nulla. Non si può nemmeno fornire la propria visione sulle cose. Non esiste laurea, opinione tantomeno viaggio che valga quanto la sua rabbia. La sua frustrazione per quel giuramento a cui non può tener fede e il suo dolore sono quanto di più genuino esista al mondo. La “verità” se esiste, è soltanto quella di uomini come lui.

