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L’assedio di Mariupol ha un simbolo: Azovstal, l’acciaieria diventata la fortezza del battaglione Azov e dei soldati ucraini circondati dai russi. Secondo il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, la città è caduta nelle mani di Mosca ma sarebbero ancora duemila gli ucraini all’interno dell’acciaieria. Putin ha ordinato il blocco delle operazioni sull’impianto. Secondo le fonti russe, la scelta sarebbe dettata dal desiderio di evitare un ulteriore spargimento di sangue tra le file del proprio esercito, ma il presidente ha contemporaneamente chiesto che il sito industriale resti completamente circondato affinché “non possa passare una mosca”. L’assedio continua, dunque. E ora si deve capire quale possa essere la sorte di questa acciaieria e degli uomini rimasti nell’ultima roccaforte di Mariupol.

Il destino dell’impianto è uno dei grandi nodi strategici della guerra in Ucraina, e in particolare di questa fase due delle operazioni. Mariupol è da sempre un elemento centrale della strategia del Cremlino, che aveva la necessità di collegare il Donbass alla Crimea e chiudere a Kiev qualsiasi accesso al Mare d’Azov. La città portuale ucraina si trova al centro di questo corridoio terrestre che connette le repubbliche separatiste con la penisola annessa alla Federazione Russa. E l’impiego di uomini e mezzi su questo fronte è stato un vero e proprio “tappo” per l’esercito russo, che non ha mai potuto schierare altrove le proprie forze proprio per conquistare una roccaforte così importante per tutta la guerra in Ucraina.

Un luogo strategico in cui, oltre all’importanza della posizione geografica, unisce appunto l’acciaieria Azovstal, tra i più grandi stabilimenti siderurgici d’Europa.

L’intera economia della città ruota intorno a questa acciaieria. A ordinarne la costruzione furono proprio i russi, nel 1930. E da quando il Presidio del Soviet Supremo diede il via alla costruzione e alla successiva produzione di acciaio, solo una volta prima di questo febbraio ha interrotto la sua attività: quando le forze della Germania nazista giunsero a Mariupol. Dal 1943, quando fu liberata dalle forze sovietiche, l’acciaieria non ha mai più fermato la produzione, raccontano dall’Ucraina. Un fiume di acciaio che ha riempito non solo il mercato sovietico, ma adesso anche quello dell’Europa e che nasce da un’area di 11mila metri quadrati fatta di stabilimenti, altiforni, palazzi, ciminiere che sbuffano fumo, binari, e soprattutto tunnel: un labirinto di cunicoli sotterranei che ha trasformato Azovstal in una delle roccaforti più inespugnabili del Paese. Motivo per cui i comandi russi avrebbero iniziato a martellare l’impianto con le bombe FAB-3000, bombe aeree ad alto potenziale esplosivo nate anche con lo scopo di perforare il cemento armato dei bunker.

Non deve sorprendere quindi l’importanza dell’acciaieria nell’agenda degli strateghi russi. Da una parte c’è il nodo della presenza di migliaia di soldati e civili asserragliati nell’impianti. Non solo il battaglione Azov, ma anche soldati ucraini di altri reggimenti, combattenti, civili arruolati, volontari internazionali della Legione straniera invocata da Volodymyr Zelensky. Per Mosca significa una resa dei conti che si unisce a quella più personale dei comandanti ceceni e separatisti contro i nazionalisti ucraini.

Dall’altra parte, pesa però (e molto) l’interesse industriale sia per l’Ucraina che per la Russia. La Azovstal e l’altro impianto, quello di Ilyich, secondo gli analisti del Gmk Center hanno rappresentato da soli, nel 2019, un terzo della produzione di acciaio grezzo ucraino. Il Donbass, del resto, è sempre stato storicamente uno dei cuori industriali dell’Unione Sovietica prima ancora che dell’Ucraina indipendente. Interessante, a questo proposito, un approfondito articolo del sito di Zhistorica.

Per il Cremlino non si tratta perciò di una conquista con una visione a breve termine, ma una vittoria che andrebbe a legare dei fili storici e strategici che uniscono i diversi motivi dietro la concentrazione delle forze russe su Mariupol. Lo sbocco sul mare, le acciaierie, il carbone, il porto, un territorio considerato parte integrante della “Novorossya” pensata da Putin. Ma soprattutto il presente e il futuro economico della regione che, in base ai desiderata di Putin, dovrebbe essere indipendente (o forse parte della Russia). Senza Mariupol, il suo porto e il suo acciaio, l’economia di Donetsk e Luhansk non avrebbe modo di riprendersi dopo una guerra che per anni (e non solo dopo l’invasione) ha devastato il settore produttivo. E quel materiale potrebbe essere un ulteriore volano non solo per l’industria russa, ma anche per gli accordi commerciali con i clienti internazionali dello “zar”.

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