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Guerra

Più piccoli e corrosivi: i Marines si muovono per frenare la Cina

Il Corpo dei Marines ha da tempo individuato la Cina come principale obiettivo. Da diversi anni, il cambiamento strategico imposto dall’esplosione della Repubblica popolare cinese ha investito anche la forza più iconica del complesso militare americano. E le recenti tensioni...

Il Corpo dei Marines ha da tempo individuato la Cina come principale obiettivo. Da diversi anni, il cambiamento strategico imposto dall’esplosione della Repubblica popolare cinese ha investito anche la forza più iconica del complesso militare americano. E le recenti tensioni nel Pacifico e in particolare nei mari più vicino alla Cina, dal Mar Cinese Oriente a quello Meridionale, hanno fatto sì che il corpo guidato da David Berger scegliesse di impostare la rotta su un impiego operativo diverso: alla ricerca del modo migliore per frenare le ambizioni cinesi.

Per raggiungere questo obiettivo, i Marines degli Stati Uniti hanno adottato una strategia inserita di recente anche all’interno di un documento particolarmente importante. Si tratta di A Concept for Stand-in Forces, pubblicato dalla forza armata Usa all’inizio di dicembre. La direttiva strategica, firmata dallo stesso generale Berger, ha come focus principale l’Indo-Pacifico, in particolare quelle aree in cui sembra più facile un confronto diretto con Pechino e la sua flotta. All’interno del testo, ricco non solo di definizioni tecniche ma anche di “lezioni della storia che hanno costruito le basi di questa nuova strategia, il generale delinea la sua idea dei Marines per questa frontiera oceanica tra i due blocchi. Il Corpo si doterà di unità più piccole, letali e “corrosive”, che avranno come obiettivo sia quello di bloccare dove possibile le incursioni della Marina dell’Esercito di liberazione cinese sia quello di sostenere gli alleati regionali impegnati nel confronto con il gigante asiatico.

Le Stand-in forces, come vengono chiamate all’interno del documento, saranno dunque unità diverse, con numeri inferiori rispetto alla tradizionale composizione delle forze Usa, ma distribuite su uno spazio estremamente più esteso e con compiti molto differenziati, che andranno a interessare innumerevoli ambiti del contrasto alle forze cinese. In particolare, tra i compiti principali dei Marines già segnalati da Paolo Mauri, quello “di contrasto alla nuova minaccia data dalle bolle A2/AD, ovvero per instaurare delle ‘contro bolle’ per attività di contro denial che scombinino il sistema difensivo nemico”.

Una prima conferma di questa nuova postura della fanteria di Marina degli Stati Uniti arriva proprio dalla Cina, in particolare dal portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian. Come riporta Agenzia Nova, il funzionario cinese – dopo un’indiscrezione dell’agenzia di stampa giapponese Kyodo su una base dei Marine Usa nelle isole Nansei, all’estremo sud del Giappone – ha detto che Pechino “monitora attentamente” il piano di Giappone e Stati Uniti. Un progetto che secondo la stampa locale dovrebbe essere formalizzato già nel prossimo gennaio e che metterebbe in allarme la Repubblica popolare soprattutto per quanto riguarda lo status di Taiwan, distante alcune centinaia di chilometri dal punto più meridionale delle isole nipponiche.

L’attenzione di Pechino verso questo possibile dispiegamento di forze dei Marines in un’area già ampiamente “battuta” dalle forze armate americane, in particolare dalla Settima Flotta, conferma che la mossa di Berger e del Pentagono di trasformare questo corpo in base alle esigenze nell’Indo-Pacifico sembra colpire nel segno. L’approccio corrosivo voluto da Washington impegna infatti le forze di Pechino in un modo diverso, quasi fastidioso, e in grado in ogni caso di generare tensioni ma anche un dispendio di energia che si riversa su tutto il fronte oggetto di disputa con i Paesi della regione e con gli Stati Uniti. E questo vale soprattutto per la difesa di Taiwan, vero centro nevralgico della contesa con la Cina ma anche fondamento filosofico di tutta la politica estera Usa. Abbandonare l’isola significherebbe infatti non solo cedere a Pechino un’isola basilare per la produzione di chip e componenti, ma anche accettare un compromesso su un elemento imprescindibile della strategia statunitense, e cioè la difesa di un partner da una superpotenza considerata come nemico esistenziale. Motivo per cui lo stesso documento dei Marines, all’inizio del testo, cita una dichiarazione dell’ammiraglio James D. Watkins, del 1986 in cui affermava che “l’opzione che alcuni sostengono, di mantenere la nostra potenza marittima vicino alle acque domestiche, porterebbe inevitabilmente all’abbandono dei nostri alleati. Questo è inaccettabile, moralmente, legalmente e strategicamente. La strategia alleata deve essere preparata per combattere nelle aree avanzate. È lì che sono i nostri alleati e dove sarà il nostro avversario”.

Per fare questo, i Marines cambiano pelle in un modo che James Holmes, uno dei massimi esperti in materia e professore al Naval War College, ha descritto al portale 1945 come simile alla strategia utilizzata dal Regno Unito contro le forze napoleoniche in Portogallo e Spagna. L’autore fa riferimento alla spedizione del 1807 di Lord Wellington, con cui Londra riuscì a impegnare le truppe dell’imperatore dei francesi in una guerra logorante e dispendiosa mentre il grosso degli obiettivi di Parigi era sul fronte orientale. Una guerra che non fu devastante, ma logorante, a tal punto che, come ricorda Holmes, Napoleone la chiamò la “ulcera spagnola”.

L’analisi si conclude con l’idea che l’impegno dei Marines nel Pacifico, così come rimodulato dal generale Berger, possa essere in effetti simile a questa metodologia britannica contro Napoleone, mutando l’ulcera spagnola in un’ulcera “pacifica” per frenare i piani di Xi Jinping. Un progetto che secondo quanto riferito nel Concept for Stand-in Forces si basa sul mantenimento di una posizione “persistente e avanzata” che scoraggi le forze rivali da qualsiasi tipo di attacco e che neghi al nemico la possibilità di impadronirsi di aree strategiche e di choke-points vitali. Un obiettivo che Washington ritiene prioritario una volta compreso che sarà nell’Indo-Pacifico a giocarsi il destino di buona parte della sua influenza globale.





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