La definizione del concetto di terrorismo – e dei suoi contenuti – è sempre stata oggetto di vivaci controversie nel campo giuridico, più legato ad imperativi teorici formali, e in quello della scienza politica, più sensibile a fattori empirici sostanziali. Una ricerca del 2011 è arrivata a rintracciare, nel solo ambito accademico, oltre 250 tentativi di definire con esattezza i contorni del fenomeno. E le soluzioni escogitate lasciano ampi margini di insoddisfazione a chi guardi in faccia la realtà dei nostri tempi. Per fare un esempio significativo, il Dizionario Treccani offre ancora oggi questa interpretazione: “L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e simili; possono farvi ricorso sia gruppi, movimenti o formazioni di vario genere (ma anche individui isolati), che vogliono conseguire mutamenti radicali del quadro politico-istituzionale, sia apparati, istituzionali o deviati, di governo interessati a reprimere il dissenso interno e a impedire particolari sviluppi politici”. Come si vede, non c’è in queste righe nessun richiamo alla parola “Stato“. Che, si sottintende, potrebbe essere citato solo come parte lesa – potenziale o effettiva – dell’azione di “gruppi” o “apparati di governo”.
Le cose vanno un po’ meglio nell’ampia voce in argomento contenuta nell’Enciclopedia Italiana dell’Istituto Treccani (appendice VII del 2007), redatta dalla politologa Donatella della Porta, che merita una lunga citazione. Vi si legge che “Il termine terrorismo viene in genere riferito ad azioni orientate ad acquisire potere politico, attraverso un uso della forza considerato come estremo, che ha l’effetto psicologico di diffondere il terrore tra alcuni gruppi della popolazione. Il concetto resta comunque ambivalente, essendo utilizzato per descrivere fenomeni storicamente molto diversi: dalle uccisioni dei sovrani in congiure di palazzo all’uso di violenza politica su larga scala durante le lotte di liberazione nazionale, ma anche dagli attentati compiuti da individui isolati a quelli condotti da apparati statali (terrorismo di Stato)”. E ancora: “Soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale il terrorismo è stato considerato come una forma grave di violenza, orientata a spargere il terrore con l’impiego dei mezzi di comunicazione di massa. Il tema della definizione del terrorismo è stato affrontato anche dal diritto internazionale, senza che tuttavia si sia riusciti a trovare un accordo sull’individuazione di un confine tra terrorismo e resistenza, il primo considerato come criminale, la seconda invece come legittima. Anche gli studi di taglio storico o sociologico sul terrorismo lamentano la difficoltà di trovare una definizione accettata del fenomeno, ricordando che il termine terrorismo viene frequentemente riservato a quelle lotte di liberazione che falliscono, resistenza invece a quelle che hanno successo”.
L’uso strategico del concetto di “terrorismo”
Quest’ultimo passaggio è cruciale per comprendere l’uso strategico del concetto che negli ultimi anni è stato fatto e svelarne la carica manipolativa. Gli esempi, sfortunatamente, non mancano ed alcuni sono particolarmente significativi. Da quando il conflitto russo-ucraino – scoppiato di fatto nel 2014 con l’insurrezione di piazza Maidan, l’annessione della Crimea e la guerra civile nel Donbass – è entrato, con l’invasione delle truppe di Mosca, nella fase più acuta, il coinvolgimento dei civili nello scenario bellico ha dato la stura a reciproche accuse di terrorismo. Con la differenza che i mezzi di comunicazione occidentali si sono fatti eco di quelle di una sola parte, amplificando sistematicamente le denunce del governo di Kiev e insinuando sospetti di propaganda su quelle della controparte, con un’applicazione mirata della classica regola dei “due pesi e due misure”. Si sono così deplorati i bombardamenti degli uni e liquidati come fossero poco più di episodi di cronaca gli omicidi intimidatori che gli agenti ucraini hanno perpetrato con il più tipico dei metodi terroristici, l’esplosione di una carica esplosiva sotto un’automobile – proprio per creare un clima di ansia e paura – contro intellettuali schierati con le ragioni dell’intervento voluto da Putin. I casi della giornalista Darya Dughina e dello scrittore Zahar Prilepin rimangono emblematici, anche per le insinuazioni che, nel campo atlantista, sono arrivate ad addebitarle a “un conflitto sotterraneo fra l’establishment più legato a Putin e altri poteri – anche di natura criminale – presenti nel deep state russo”.
A determinare un decisivo aumento della strumentalizzazione del termine è stato però il successivo soprassalto dell’endemico conflitto israelo-palestinese. L’incursione di Hamas oltre i confini di Gaza del 7 ottobre 2023, con l’uccisione di 859 civili, 278 soldati e 57 poliziotti israeliani – un atto che senza alcun dubbio rientra nella categoria dei crimini di guerra – ha immediatamente dato adito all’equiparazione del movimento di resistenza palestinese a un’organizzazione terroristica, esattamente come prevedeva il testo citato di Della Porta, e creato una giustificazione di fatto, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica, alla violentissima repressione che ne è seguita.
Lo Stato di Israele non ha avuto esitazioni né remore a bombardare massicciamente e sistematicamente la striscia di Gaza e i suoi abitanti, causando – al momento in cui scriviamo – oltre 72.000 vittime, per la stragrande maggioranza civili, con un numero elevatissimo di donne e bambini. Nessuna delle maggiori catene radiofoniche e televisive, nessuno degli organi di stampa più diffusi dei paesi occidentali ha utilizzato la parola terrorismo per qualificare l’omicidio di massa compiuto dai militari che inalberano l’insegna della stella di David. Sotto la spinta dell’indignazione di numerosi cittadini e delle manifestazioni organizzate da sindacati e movimenti di sinistra si è avanzato il termine “genocidio“, respinto dagli ambienti politici e giornalistici occidentalisti, ma l’evidenza di una violenza volta a creare terrore e disperazione in qualunque abitante palestinese di Gaza è stata passata sotto silenzio.
Già prima di allora, peraltro, e da più di mezzo secolo a questa parte, si era evitato in Occidente di definire come terroristi – quali sono – i “coloni” che, dall’immediato indomani della guerra dei Sei giorni del 1967, si impossessano illegalmente di terre appartenenti da secoli agli agricoltori autoctoni, ne aggrediscono, feriscono e uccidono i proprietari e i loro familiari, ne devastano i campi e le coltivazioni per scacciarli, ne distruggono le abitazioni con l’attiva complicità di poliziotti e soldati, giorno dopo giorno. Queste campagne di terrore sono state molte volte documentate da filmati, che sono serviti da base per documentari diffusi in tutto il mondo, senza che gli organismi internazionali intraprendessero alcuna azione efficace per bloccarle. Il timore di essere accusati – falsamente – di antisemitismo, questa ipocrita spada di Damocle sospesa sulle teste di chiunque osi sollevare il velo di questi scandali, ha vanificato preventivamente ogni possibilità di intervento.
L’applicazione del terrorismo di Stato
Non si è quindi dato il nome di terrorismo alla quotidiana sopraffazione di uno Stato che nella sua Costituzione definisce la propria natura come esclusivamente legata alla “nazione ebraica” ai danni del popolo palestinese. Si è continuato a vagheggiare l’impossibile soluzione dei “due popoli, due Stati”, cavandosela con riconoscimenti simbolici di un’entità di fatto inesistente e, accontentandosi del precario cessate il fuoco sponsorizzato da Trump, si è avallata di fatto un’altra appropriazione di territori da parte del governo di Tel Aviv.
Come se tutto ciò non bastasse, Israele ha dato prova alla sua attitudine all’uso del terrorismo anche in un’altra direzione. Dopo aver colpito da decenni l’Iran con una lunga catena di omicidi mirati di scienziati sospettati di partecipare ai progetti di sviluppo del programma nucleare (da sempre dichiarato a scopi civili e monitorato dall’AIEA) di Teheran, è riuscita, grazie all’ingresso di Trump alla Casa Bianca, a convincere l’alleato-protettore a farsi carico di una guerra su larga scala contro l’odiato nemico. E di nuovo il terrorismo di Stato, sull’asse Washington-Tel Aviv, si è dispiegato in tutto il suo potenziale di orrore. E, come d’abitudine, con la copertura dei pretesti da dare in pasto all’opinione pubblica – la pur deplorevole repressione politica dei dissidenti interni (una minoranza, fatta passare in alcuni talk shows televisivi italiana per il 92% [sic!] dei cittadini), l’inesistente “imminente” “bomba atomica dei mullah” – le peggiori forme di violenza si sono abbattute sulla popolazione civile.
Abbiamo così visto l’aviazione statunitense distruggere una scuola femminile, uccidendo più di 160 bambine, bombe piovere su tutte le città del Paese, zone residenziali incluse, causando migliaia di morti. Ci siamo dovuti sorbire lo spettacolo del capo della maggiore potenza planetaria che, fra l’una e l’altra delle sue innumerevoli menzogne, ha minacciato di “distruggere in una notte una intera civiltà”, ha ripreso il vecchio ritornello del “li faremo tornare all’età della pietra” che andava di moda ai tempi ingloriosi del Vietnam e ha dichiarato di essere indifferente all’accusa di commettere crimini di guerra perché i suoi bersagli – gli iraniani – “sono degli animali”. E mentre le varie puntate dello show dello psicopatico newyorkese andavano in onda, i suoi sodali israeliani massacravano migliaia di persone in Libano, distruggevano le città del Sud del Paese – musulmane e cristiane – per poterle occupare integralmente e donarle in seguito a nuovi “coloni” impegnati a perseguire il sogno del dominio “dal Nilo all’Eufrate”, avvisavano gli iraniani di non viaggiare in treno perché di lì a poco avrebbero fatto saltare in aria a suon di bombe qualunque convoglio ferroviario e, addirittura, nel furore entusiasta che li anima, uccidevano – per sbaglio – un dirigente della formazione maronita di fatto loro alleata, con tutta la sua famiglia.
Ecco: con questa formidabile esibizione, Trump e Netanyahu ci hanno fatto capire che cos’è per davvero il terrorismo, al di là dei dubbi degli studiosi. È la loro unica legge. La legge che vogliono imporre al mondo, per sostituire il diritto internazionale la diplomazia e la politica.
Tratto dal numero 391 della rivista Diorama Letterario. Per abbonarsi (10 numeri in un anno) versare 35 euro sul conto corrente postale 14898506 intestato a Diorama Letterario, Codice Postale 1292, 50121 Firenze oppure effettuare un bonifico sul ccb IBAN IT72Y0760102800000014898506 intestato a Marco Tarchi. Inviare quindi una mail a mtdiorama@gmail.com per comunicare l’indirizzo al quale si vorrà ricevere la rivista.