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Guerra

Marciare divisi, colpire uniti: chi comanda oggi in Iran?

Sfidato da Usa e Israele, il regime privato nel primo giorno di guerra del suo vertice e uomo simbolo, la Guida Suprema Ali Khamenei, ha reagito provando a confondere le acque.
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Marciare divisi, colpire uniti: sembra questo il mantra della classe dirigente iraniana intenta a condurre la guerra contro Stati Uniti e Israele e che appare speculare a quella dei comandi militari e dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc). Se sul terreno le truppe iraniane applicano la “difesa a mosaico” che struttura una grande capacità autonoma dei responsabili locali e permette di decentralizzare l’incasso dei danni e di ampliare su un raggio regionale la loro distribuzione, a livello politico il regime privato nel primo giorno di guerra del suo vertice e uomo simbolo, la Guida Suprema Ali Khamenei, ha reagito provando a confondere le acque.

Un apparato di potere costretto ad affrontare le proteste prima e la guerra poi in una fase di grande crisi nazionale ha trovato nuova compattezza nel fatto che Usa e Israele hanno notevolmente semplificato la sua complessità interna ponendo davanti a tutto un obiettivo comune: far sopravvivere la Repubblica Islamica. Dietro ciò, venuto meno Ali Khamenei e ucciso poi anche Ali Larijani, uomo forte della sicurezza nazionale il potere iraniano si è presentato similmente alla sua struttura militare: con più cuspidi, decentralizzato e ramificato.

La divisione del lavoro è notevole: Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento, appare aver preso da Larijani il testimone dell’elaborazione strategica e del coordinamento tra fronte interno e strategia internazionale. Proprio Ghalibaf avrebbe gestito la fase di confusi negoziati mediati dal Pakistan e dettato le condizioni agli Usa per un eventuale cessate il fuoco, facendo capire che l’unica figura con cui Washington avrebbe potuto presentarsi per un negoziato sarebbe stata quella del vicepresidente J.D. Vance ma poi ha segnato l’indisponibilità di Teheran a una trattativa che coprisse solo la preparazione americana a un’operazione ulteriore.

Parimenti, Abbas Araghchi, ministro degli Esteri, ha preso in mano una diplomazia di guerra fatta di propaganda internazionale sulla guerra e di confronti con le cancellerie internazionali. Araghchi non ha abbandonato il volto di moderato, ma ha mostrato fermezza nel rifiutare il ruolo iraniano nello scoppio della guerra. Anche il presidente della Repubblica Masoud Pezeshkian è tornato a parlare apertamente con una lettera aperta al popolo americano critica di Donald Trump e delle sue decisioni belliche. Si presenta, dunque, una divisione per segmenti delle responsabilità politiche di risposta all’assalto israelo-americano che palesa come l’Iran intenda raccontare il suo regime: come un corpo unico ma complesso, indi non “decapitabile” come sperano di fare Washington e Tel Aviv.

Resta poi il mistero sulla nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, le cui condizioni fisiche non sono note ma che ha mandato dei messaggi, dopo la sua elezione e in occasione del capodanno iraniano, che hanno tratteggiato il nuovo sforzo di Teheran per inserire la tenuta della Repubblica Islamica nel vissuto plurisecolare della storia nazionale. Il figlio di Ali Khamenei, in particolare, ha avvisato contro la guerra psicologica di Usa e Israele: “una delle strategie del nemico consiste nelle sue operazioni mediatiche, che in questi giorni, in particolare, mirano a minare l’unità nazionale e di conseguenza la sicurezza nazionale, prendendo di mira le menti e le anime di alcuni cittadini”.

L’Iran non è più lo stesso dopo la morte di Ali Khamenei (e, aggiungeremmo, di Larijani che custodiva la strategia di un’evoluzione profonda del sistema) e la Repubblica Islamica si sta trasfigurando. Ma lo sta facendo parlando a più voci, con i leader che recitano ognuno una parte nel colpire gli avversari del Paese. L’Iran vive un travaglio profondo e non si sa che apparato statale sarà dopo la guerra, ma c’è sempre più la certezza che il verticismo di ieri sarà giocoforza un ricordo. Nel frattempo, mimando i Pasdaran la leadership politica agisce all’insegna del motto “tutti sono utili e nessuno è indispensabile” per dare un’immagine di resilienza che andrà testata alla prova del prosieguo della guerra e mira a trasmettere l’immagine che nessun colpo a singole figure dell’establishment del regime sarebbe decisivo per far cadere un sistema in guerra. La vera scommessa del regime è pensare che la guerra ne possa sancire non la fine ma l’allungamento della vita operativa. Un calcolo rischioso in cui però tutti gli alti papaveri sono lanciati.

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