Negli ultimi giorni, la situazione in Mali si è aggravata come non accadeva almeno dal 2012. Sabato 25 aprile le forze jihadiste di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), insieme a quelle dei separatisti tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), hanno lanciato un’offensiva coordinata che ha portato alla conquista di alcune città chiave nel Nord-Est e alla sostanziale rotta dei governativi sostenuti dalle forze paramilitari russe dell’Africa Corp (già Gruppo Wagner). Tra domenica e lunedì, la cittadina di Kidal e quella di Gao – nella seconda regione più importante del Mali – sono state occupate dal fronte congiunto antigovernativo, costringendo i russi ad abbandonare le proprie basi fortificate.
Il Mali fatica a contenere i gruppi insurrezionali islamisti sin dalla ribellione scoppiata nel Nord del Paese nel 2012. Vaste aree del territorio rimangono al di fuori del controllo governativo, nonostante le promesse della giunta militare golpista di sradicare i jihadisti. Dal 2021, ovvero dopo un anno dal colpo di Stato che ha portato al potere Assimi Goita, Bamako si affida in larga misura alla collaborazione in materia di sicurezza con la Russia, prima con il Gruppo Wagner e ora con il suo successore, l’Africa Corp, creato dal Ministero della Difesa russo. I militari golpisti, come primo provvedimento una volta giunti al potere, hanno interrotto ogni collaborazione coi Paesi occidentali in materia di sicurezza per affidarsi – dopo anni di preparazione propagandistica da parte del Cremlino – alla Russia.
In Mali, infatti, le attività di controinsurrezione (counterinsurgency) erano affidate inizialmente ai militari francesi, con l’Operazione Barkhane cominciata nel 2014 su richiesta del governo di Bamako e con mandato ONU, e successivamente sono state ampliate alla Task Force multinazionale “Takuba”, che ha operato nel 2021-2022. “Takuba” era un’operazione di controinsurrezione e force building per addestrare le forze di sicurezza del Mali a cui ha partecipato anche l’Italia con circa 200/250 soldati, 8 elicotteri (di cui 4 da attacco A-129) e almeno una quarantina di veicoli.
Come risultato dell’intensa campagna antioccidentale orchestrata da Mosca, il governo golpista ha quindi deciso di interrompere ogni tipo di collaborazione coi Paesi europei – rei di un presunto “neocolonialismo” – per affidarsi alle forze paramilitari russe per stabilizzare il Paese. La PMC (Private Military Company) “Wagner” è stata chiamata a sostenere il governo golpista nella sua lotta agli insorti e ai terroristi, ma i paramilitari russi non hanno mai effettuato force building in modo efficace e si sono limitati a cercare di colpire i ribelli nelle loro roccaforti, a volte con pesanti ripercussioni sulla popolazione civile. Le forze russe non hanno mai avuto una presenza costante sul territorio e molto spesso hanno agito come prolungamento degli interessi economici di Mosca, accordandosi coi signori della guerra locali anche per spartirsi le risorse come forma di autofinanziamento.
Anche nel Sahel gli effetti della guerra in Ucraina
A complicare la situazione dal punto di vista internazionale, l’architettura di sicurezza del Sahel – faticosamente costruita a partire dalla destabilizzazione del 2012 generatasi come effetto domino nato dalla caduta del regime di Gheddafi per mano occidentale – è stata scossa dalla catena di golpe in quella regione subsahariana, che hanno portato al potere giunte militari che hanno guardato a Mosca come security provider ricusando la presenza europea. Inoltre, Mali, Burkina Faso e Niger sono usciti dall’ECOWAS (Economic Community of West African States) per fondare l’Alleanza degli Stati del Sahel, che guarda alla Russia come pilastro per il proprio sostegno politico ed economico, indebolendo così i piani di cooperazione regionale rivolti alla lotta al terrorismo e agli insorgenti e di fatto isolando i tre Stati dal resto della comunità dell’Africa Occidentale subsahariana.
Lo scoppio della guerra in Ucraina ha portato Mosca a destinare progressivamente meno risorse per il sostegno alle giunte militari nel Sahel, e la capacità militare delle PMC è andata diminuendo. L’esempio del Mali rappresenta bene quanto sia stato fallimentare questo sodalizio: se sino al 2022 i jihadisti controllavano solo il 15% del territorio, oggi ne controllano il 70%.
Già lo scorso anno, a dicembre, pesanti attacchi del JNIM avevano colpito i rifornimenti di combustibile per la capitale Bamako, generando una crisi che è andata peggiorando nel momento in cui i jihadisti hanno unito le forze coi tuareg, che sono stati capaci di attaccare e cacciare le forze russe e governative dalle aree desertiche del Nord e di entrare a Kidal, ex roccaforte dei gruppi paramilitari di Mosca.
Generalmente, la situazione ha cominciato a peggiorare dalla partenza delle forze occidentali, con attacchi a installazioni militari, governative e infrastrutture che sono andati aumentando nel corso degli ultimi 4 anni, scatenando rappresaglie governative che in alcuni casi hanno coinvolto anche civili innocenti. A dare un buon metro di giudizio della gravità della situazione di questi giorni giunge la notizia che il governo maliano lamenta anche l’uccisione del ministro della Difesa, generale Sadio Camara, e del capo dell’intelligence, Modibo Koné, durante la serie di attacchi su larga scala di sabato e domenica.
Ieri, un portavoce dei jihadisti ha affermato che la capitale Bamako sarebbe circondata, in una mossa tattica che ricorda quella attuata dal gruppo a dicembre 2025 quando il blocco e gli attacchi alle linee di rifornimento avevano messo in ginocchio il Paese. Ora si rischia un altro effetto domino, determinato dall’isolazionismo dei tre Paesi dell’Alleanza del Sahel, che potrebbe portare al collasso dell’intera regione, al punto che l’ECOWAS ha invitato tutti gli Stati, le forze di sicurezza, i meccanismi regionali e le popolazioni dell’Africa occidentale a unirsi e mobilitarsi in uno sforzo coordinato per combattere la piaga del jihadismo insurrezionalista.