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Il 17 luglio 2014 il volo MH17 della Malaysia Airlines era partito alle 12.13 dall’aeroporto Schipol di Amsterdam diretto a Kuala Lumpur, dove sarebbe dovuto arrivare circa dodici ore più tardi.

Secondo il piano di volo originario, l’aereo avrebbe dovuto sorvolare l’Ucraina. Premessa: siamo nel luglio del 2014, dal mese di aprile il Donbass ruggisce. La Crimea è stata annessa alla Russia pochi mesi prima. Richiamato qualche ora dopo dal cosiddetto Dnipro Control, l’aereo smette di rispondere e scompare. Il Dutch Safety Board segna che sia il registratore vocale della cabina di pilotaggio (CVR) sia il registratore dei dati di volo (FDR) hanno smesso di registrare alle 16:20:03 ora locale. Gli ultimi dati FDR indicano che l’aereo si trovava a ovest di Rozsypne. I registratori di volo non mostrano alcun segno di avvertimento o di eventi insoliti prima della fine delle loro registrazioni, a eccezione di due picchi sonori negli ultimi 20 millisecondi della registrazione CVR, che sembrano essere la vera anomalia del caso.

Cosa era accaduto esattamente? Alle 16:20 ora locale, un missile terra-aria Buk , lanciato da un’area a Sud-Est dell’aereo, era esploso all’esterno del velivolo, appena sopra e a sinistra della cabina di pilotaggio, uccidendo all’istante tre membri dell’equipaggio al suo interno. La decompressione esplosiva che ne era conseguita bastò a fare a pezzi la sezione anteriore dell’aereo, causando la lacerazione delle sezioni centrale e posteriore in tre sezioni e depressurizzando la cabina. Questo potrebbe aver ucciso la maggior dei 283 passeggeri dell’aereo prima dell’impatto, sebbene gli investigatori non abbiano mai escluso la possibilità che alcuni fossero ancora coscienti quando l’aereo ha colpito il suolo. L’aereo sarebbe caduto rapidamente, continuando a disintegrarsi prima di impattare il suolo.

I detriti e i resti dei corpi, sparsi su un’area di 50 km quadrati, dipingono una scena dell’orrore, concentrata in terreni agricoli e in un’area edificata appena a Sud-Ovest del villaggio di Hrabove, in Ucraina, nel territorio controllato dai separatisti. Nonostante l’arrivo tempestivo dei soccorritori, il conflitto armato complica notevolmente le indagini. La missione organizzata dal ministero della Difesa olandese, infatti, non riuscirà a raggiungere il sito fino a novembre, circa tre mesi e mezzo dopo l’evento. Uno dei più grandi disastri aerei della storia lasciava mille interrogativi e quasi trecento persone uccise provenienti da Paesi Bassi, Malesia, Australia, Indonesia, Regno Unito, Belgio, Germania, Filippine, Canada, Nuova Zelanda, Vietnam, Israele, Italia, Romania, Stati Uniti e Sudafrica.

Subito dopo l’incidente, il governo ucraino aveva prodotto delle trasmissioni audio intercettate in cui presunti separatisti filo- russi parlavano di aver abbattuto un aereo; i separatisti e i loro sostenitori russi, invece, hanno sempre negato la colpevolezza, offrendo una sequela di spiegazioni alternative sempre diverse.
Il sistema giudiziario olandese non si è fermato al caos delle verità contrapposte, arrivando a perseguire quattro persone: Alexander Dubinsky, Igor Girkin, Leonid Kharchenko e Oleg Pulatov. Dubinsky, Girkin e Kharchenko sono stati condannati in contumacia all’ergastolo, mentre Pulatov è stato assolto. È stato l’unico dei quattro ad aver scelto di essere rappresentato da avvocati nel caso. Nonostante le condanne all’ergastolo, i tre restarono in libertà perché la Russia si è rifiutata di estradarli per affrontare il processo.

La ricostruzione vuole che il sistema missilistico Buk appartenesse alla 53ª Brigata missilistica antiaerea russa e che fosse stato trasportato in Ucraina da una base militare russa nei pressi della città di Kursk (che abbiamo imparato tristemente a conoscere dallo scoppio della guerra in Ucraina), per poi essere riportato lì dopo l’abbattimento dell’aereo.

Fra questi, un nome spicca fra gli altri. Igor Girkin, noto ai più come “Strelkov”, suo nome di battaglia, è l’uomo che nell’aprile 2014 attraversò il confine Russia-Ucraina con circa cinquanta uomini. All’epoca dei fatti fu l’uomo che tirò per la giacchetta un Vladimir Putin ancora equilibrista nel mondo multipolare. Quando il piccolo gruppo di combattenti di Strelkov, finanziato dal ricco nazionalista Konstantin Malofeev (a sua volta patron di Aleksandr Dugin), prese il controllo di Slavyansk nel 2014, diventando un leader per i separatisti locali e i mercenari. Da lì guidò l’esercito ribelle verso Donetsk, dove il combattimento strada per strada sarebbe stato troppo costoso per gli ucraini. Da lì a poco Putin inviò, riluttante, truppe russe a sostenere i separatisti. Tornato a casa, nel 2016, Strelkov si proclamò maître a penser del Movimento nazionale russo, piattaforma politica all’insegna del sogno di unire Russia, Ucraina (la “Malorussia”, la piccola Russia), Bielorussia e altre “terre irredente” in una nuova russosfera.

Ma arriviamo al marzo 2022. Mentre impareremo a conoscere meglio i nomi di Prigozhin, Gerasimov, Shoigu e così via, Girkin torna alla ribalta. Perché è fra i pochi a potersi permettere lavate di testa a Putin al pari del capo della Wagner e del presidente ceceno Ramzan Kadyrov. Nelle prime quattro settimane di guerra, infatti, sembra avere un solo obiettivo: demolire con sarcasmo il corso delle operazioni che, a suo dire, hanno trascinato la Russia in uno stillicidio sanguinoso.

Sfuggito alla condanna internazionale, poco più di un anno fa, Girkin viene arrestato. A emettere il mandato d’arresto, un tribunale moscovita. Quattro anni di carcere per “invito pubblico a commettere azioni estremiste“. Il cerchio si chiude. Nel più bizzarro dei modi.

Igor Girkin

La pietra tombale sulla giustizia e sul caso è arrivata nel gennaio di quest’anno. Dopo sette anni, la Corte internazionale di giustizia (ICJ) dell’Aia-investita del caso- si è pronunciata a favore della Russia in merito all’abbattimento. Il caso è stato portato avanti dall’Ucraina, che ha sostenuto che la Russia ha violato i trattato antiterrorismo, sostenendo i separatisti nell’Ucraina orientale con aiuti militari e finanziamenti. Nel suo verdetto, la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che l’Ucraina non ha dimostrato che la Russia sapesse che i suoi fondi sarebbero stati utilizzati per scopi terroristici, anche se il suo armamento è stato utilizzato per abbattere l’aereo, uccidendo civili innocenti. Mosca, dunque, non dovrà pagare i danni nel caso.

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