Non solo la guerra, anche la transizione è fatta di immagini. E l’Afghanistan non fa eccezione. Così, mentre i talebani prendono il controllo del Paese, quello che gli studenti coranici vogliono inviare è un messaggio di cambiamento. Non solo per il rispetto dei diritti umani – cosa che i seguaci di Hibatullah Akhundzada continuano per ora solo a promettere – ma anche molto più pragmaticamente sul fronte militare. Non più un’orda che scende dalle montagne e invade le città afghane, ma un esercito regolare, capace di combattere e di mostrare una netta svolta tecnologica.

Due in particolare le “fotografie” che simboleggiano queste novità sul fronte talebano. La prima, come osservato da molti analisti, è la scelta delle armi. Negli ultimi decenni, a partire dalla Guerra Fredda, l’arma prediletta dai guerriglieri talebani era sempre stato l’AK-47, il kalashnikov di fabbricazione sovietica che aveva riempito gli arsenali di forze armate e gruppi paramilitari estranei al blocco occidentale. Gli esperti hanno sempre detto che la forza del kalashnikov fosse nella praticità: un fucile maneggevole, che non richiedeva troppa manutenzione e che poteva funzionare un po’ ovunque. Ma ultimamente le cose sono cambiate: l’M16 ha soppiantato l’arma che per molto tempo è stata l’emblema degli insorti. E la riconquista talebana dell’Afghanistan è costellata di foto di miliziani che imbracciano armi Usa.

Un segnale importante per due motivi. Innanzitutto perché in tanti puntano il dito sul fatto che i talebani siano entrati in possesso delle armi lasciate negli arsenali dell’esercito afghano e degli occidentali. La prima, in particolare, è più di un’ipotesi dal momento che circolano da tempo in rete video e foto di miliziani che entrano nelle caserme e svuotano magazzini pieni di armi e munizioni abbandonate dalle truppe afghane in rotta. Un pericolo cui si aggiunge anche un altro elemento segnalato dai siti americani: il blocco che Joe Biden ha imposto alle importazioni di munizioni dalla Russia. Poiché negli States sarà sempre più difficile importante munizioni fabbricate in Russia, molti mettono in guardia dalla possibilità che sarà molto più facile per i talebani non rimanerne sguarniti. Il mercato si sposterebbe in Paesi in cui il controllo sarebbe molto più lasco.

All’immagine delle armi americane, se ne aggiunge un’altra che caratterizza questi giorni di regno talebano: quella del battaglione Badri 313, l’unità d’élite dell’esercito degli studenti coranici. Apparso in queste settimane di riconquista talebana, il battaglione prende il nome dalla battaglia di Badr, considerata la prima battaglia combattute e vinta dalle forze musulmane. Anche questo è un segnale. L’Emirato non è solo legato a colonne di guerriglieri radicati negli altipiani afghani, ma a truppe che si avvicinano in modo sempre più netto a quello che potrebbe essere un esercito regolare.

Le unità del battaglione Badri girano in mimetica per le strade di Kabul, utilizzano le armi più moderne, i visori notturni, hanno addirittura pubblicato un fotomontaggio dei suoi membri mentre issano la bandiera talebana come i soldati americani a Iwo Jima. Una forza d’élite che serve non solo a controllare il territorio ma a lanciare un avvertimento ad alleati e nemici, interni ed esterni. Quello che era considerato un esercito di uomini in sandali e lanciarazzi oggi è diventato un sistema ben più complesso che passa dalla propaganda sui social network agli scontri sul campo. Non c’è esercito locale che abbia combattuto per venti anni come i talebani. E oggi non solo sono decisamente più ricchi di prima, ma anche meglio equipaggiati. Ed è probabile che non lo siano solo grazie alle armi e ai mezzi lasciati dalle forze afghane e americane.

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