Il 26 e 27 marzo scorsi Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, è stata sede di una conferenza internazionale sull’Afghanistan, primo appuntamento diplomatico dopo la presentazione della grande offerta di pace ai Talebani da parte del leader del governo di Kabul Ashraf Ghani il 28 febbraio scorso.

23 Stati hanno mandato i rispettivi delegati nella capitale uzbeka: tra gli ospiti principali accolti dal leader della repubblica ex sovietica, Shavkat Mirziyoyev, si segnalano Federica Mogherini, rappresentante dell’Unione Europea, e il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. I delegati hanno espresso il loro supporto al processo di pace, ritenuto fondamentale per la normalizzazione di un Paese che si trova da quasi quarant’anni in stato di guerra permanente e, oggigiorno, vede presente sul suo territorio la nuova minaccia dell’Isis.

Gli interessi dell’Uzbekistan in Afghanistan

L’Uzbekistan risulta oggigiorno uno dei Paesi maggiormente interessati agli sviluppi nel teatro afghano. In primo luogo, la stabilizzazione del Paese risulta centrale per l’obiettivo del governo di Tashkent di abbassare il livello di guardia per la minaccia jihadista, attualmente attestato su soglie notevoli. Nell’Afghanistan del Nord, non lontano dal confine con l’Uzbekistan, si trova la città di Kunduz, uno dei principali obiettivi dei talebani e degli estremisti del ramo afghano dell’Isis.

Tra i combattenti impegnati in Afghanistan è stata segnalata la presenza di notevole numero di uzbeki, radicalizzatisi a partire dagli Anni Novanta del secolo scorso sulla scia delle politiche repressive di Islam Karimov, che hanno finito per imprimere una deriva fondamentalista a certe frange dell’Islam nazionale. 

L’attuale leader uzbeko, succeduto al dittatore morto nel 2016, sembra desideroso di invertire la rotta seguita dal Paese in passato. Come scritto da Riccardo Intini su Eastwest” Mirziyoyev ha avviato una sorprendente serie di riforme, garantendo più libertà religiosa e avviando sforzi significativi per rendere il Paese più attraente per gli investitori stranieri. La condotta riformista di Mirziyoyev, in effetti, potrebbe influenzare positivamente anche le leadership dei Paesi vicini, come Turkmenistan o Tagikistan, la cui apertura al mondo è tuttora ostacolata da regimi tirannici e ferocemente repressivi”.

L’Uzbekistan gioca da leader in Asia Centrale

Proprio la crescente influenza dell’Uzbekistan sui Paesi confinanti ha portato al loro crescente coinvolgimento nella valutazione degli assetti securitari e strategici nello scenario afghano: ” l’Uzbekistan si sta trasformando rapidamente in una nazione-guida e in un autorevole punto di riferimento per tutte le altre ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale”.

Come segnalato da The Diplomatl’attivismo uzbeko sta contribuendo a garantire all’Asia Centrale ex sovietica quella coesione interna di cui essa necessita per poter rispondere in maniera più resiliente alle sfide poste dall’accrescimento della sua rilevanza geopolitica, sulla scia dei grandi progetti infrastrutturali cinesi e della nuova politica orientale della Russia.

Progetti come il consolidamento di organizzazioni a carattere euroasiatico (Unione Economica Euroasiatica, Organizzazione di Shangai) o i grandi piani infrastrutturali transnazionali, dalla Turkmenistan-China Gas Pipeline alla linea ferroviaria che dalla Cina connetterà Kirghizistan e Uzbekistan, necessitano di un continuo coordinamento tra le cinque repubbliche dell’area e, soprattutto, di una capacità di apertura sempre maggiore da parte di nazioni sinora governate da regimi che hanno rappresentato la continuazione, sotto mutate vesti, dell’autocrazia comunista.

La spinta di maggiore rinnovamento sembra venire dall’Uzbekistan: gli Stati sorti nelle steppe euroasiatiche dopo il crollo dell’Unione Sovietica sono pronti a giocare un ruolo importante nella storia della connettività euroasiatica, e Taskhent meglio di tutti gli altri sta scoprendo la fondamentale importanza rivestita dalla definizione di una strategia geopolitica regionale ben congegnata.