Ucciso l’uomo forte di Teheran: Ali Larijani morto nei raid israeliani

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Israele dichiara di aver colpito e ucciso nella notte Ali Larijani, uomo forte del regime iraniano e figura chiave per la sicurezza nazionale della Repubblica Islamica in guerra contro Tel Aviv e gli Stati Uniti. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa Israel Katz, sottolineando che Israele ha preso di mira “la testa del serpente” del mortale nemico. L’Iran non conferma la sua morte né quella della scomparsa del leader della milizia Basij, Gholamreza Soleimani, che sarebbe stato preso di mira nel medesimo raid contro l’uomo forte del regime.

Il Richelieu iraniano nel mirino di Israele

Larijani era stato nominato dal presidente Masoud Pezeshkian Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran dall’agosto scorso, quando il capo di Stato su iniziativa della defunta Guida Suprema Ali Khamenei lo riportò nella cabina di regia della difesa nazionale che aveva già guidato dal 2005 al 2007, prima di presiedere per ben dodici anni, dal 2008 al 2020, il Parlamento di Teheran.

68 anni, uomo di lungo corso della Repubblica Islamica, ex ufficiale dei Pasdaran, questo boiardo di lungo corso originario della città santa sciita di Najaf, in Iraq, e membro dell’etnia Mazani è divenuto negli anni un importante esponente dell’establishment politico e militare.

Vero e proprio “Richelieu” del potere iraniano, studioso di filosofia con pubblicazioni su Immanuel Kant , Saul Kripke e David Lewis, Larijani interpretava da decenni lo spietato realismo del sistema politico costruito da Ruhollah Khomeini e guidato da Ali Khamenei fino alla sua uccisione il 28 febbraio scorso.

Larijani tra repressione e pragmatismo

Larijani è l’uomo che aprì come responsabile della Sicurezza nazionale iraniana il confronto sul programma nucleare partecipando alla Conferenza della Sicurezza di Monaco e avendo scambi politici con i responsabili delle politiche estere di Regno Unito, Francia, Germania e Russia dal 2005 al 2007, ma anche colui che ha detto più volte che dotarsi di un’atomica sarebbe razionale per l’Iran se servisse a contrastare una minaccia esistenziale.

Ha guidato la repressione contro le proteste di dicembre e gennaio ma ha più volte aperto alla considerazione della crisi economica come concausa dei moti del bazar. Un mese fa, la sua presenza nel processo di dialogo con gli Usa al fianco del Ministro degli Esteri Abbas Araghchi indicò il sostegno del regime intero al piano per un nuovo accordo nucleare. Al pari dell’ammiraglio Ali Shamkhani, suo ex collega ucciso il primo giorno della guerra, era considerato un esempio di rappresentante dell’apparato di sicurezza e difesa aperto a compromessi e dialogo nell’ottica di immaginare il Paese dopo la Guida Suprema.

Iran Wire scriveva che da tempo il “Richelieu” di Teheran si preparava al post-Khamenei e prima dello scoppio della guerra notava che “Larijani si ispira a elementi del modello cinese di Deng Xiaoping, che abbina una repressione della sicurezza senza compromessi a una limitata flessibilità culturale ed economica”.

Larijani e il Deep State iraniano

Haaretz gli aveva dedicato, tramite la raffinata penna di Gideon Levy, un ritratto articolato che ricostruiva l’immagine di “un uomo pragmatico che non esita a muovere aspre critiche alle autorità del suo paese, che aspira a una società moderna e sviluppata e che scrive di libertà di espressione e democrazia”, rivendicando al contempo l’immagine di “musulmano fondamentalista” favorevole alla guida religiosa della società.

Una summa delle complessità di un regime la cui operatività e la cui propaganda Larijani aveva di fatto preso in mano negli ultimi mesi, in special modo dopo l’inizio della guerra il 28 febbraio scorso. Negli ultimi giorni era stato proprio l’uomo forte di Teheran a prendere le redini dell’escalation, polemizzando con i Paesi del Golfo e chiamando, giusto ieri, i musulmani di tutto il mondo a schierarsi con l’Iran. A cavallo tra Deep State e potere, tra guerra e politica, tra filosofia e religione Larijani era l’esempio classico di uomo del regime che affronta la sua crisi esistenziale. Se confermata, la sua morte può essere un colpo ancora più duro di quella di Khamenei per la concreta conduzione di un conflitto dagli esiti ancora incerti ma rovinosa per tutta la regione.

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