Il Governo Netanyahu sta iniziando a lavorare su un programma per portare i drusi siriani nel Golan. Si tratta di un progetto pilota, riferisce l’emittente pubblica Kan, che consentirebbe ai drusi di cittadinanza siriana di lavorare oltre il confine del proprio Paese, e di ricongiungersi con i loro fratelli drusi che abitano le Alture del Golan, ovvero quella regione che Israele occupa dal 1967. A tal proposito va ricordato che Israele, approfittando della caduta di Assad, dallo scorso dicembre occupa una “zona cuscinetto” nella Siria meridionale, ampliando l’occupazione pregressa fino al monte Hermon e oltre, e di fatto impedisce ai drusi siriani di lavorare i terreni agricoli che insistono su quell’area.
Nel frattempo, Tel Aviv sta lanciando un ulteriore e chiaro messaggio. Due giorni fa, martedì 25 febbraio, ha bombardato “obiettivi militari”, reali o presunti, a Sud della Siria, con raid aerei a venti chilometri da Damasco. Ebbene, così come sta facendo a Gaza e in Libano, dove l’esercito israeliano mantiene il controllo di postazioni strategiche e porzioni di territorio, anche in Siria Netanyahu intende imporre le proprie regole, puntualmente definite come “esigenze di sicurezza”. Ciò avviene nonostante la rassicurazioni pervenute dalla nuova dirigenza siriana, che più volte ha offerto il ramoscello di olivo a Tel Aviv, e nonostante il fatto che le bombe israeliane abbiano fatto tabula rasa dell’apparato militare siriano in costanza della fuga di Assad, di fatto smilitarizzando il Paese.
Il ministro Katz, ha precisato anche che “qualsiasi tentativo da parte delle forze siriane di insediarsi nella zona a Sud (che per inciso è territorio sovrano della Siria) sarà affrontato con la forza”, aggiungendo che Israele oltre a difendere i propri confini intende “proteggere la minoranza drusa”.
Chi sono i drusi
I drusi sono un’etnia fortemente caratterizzata dalla loro peculiare religione, che deriva dal ramo sciita ismailita, con particolarità tutte proprie che ne fanno un unicum nella Ummah. In Israele la comunità drusa conta oggi circa 150mila persone, pari all’1,6% della popolazione. Fin dall’indipendenza del 1948, la maggioranza di essi hanno sviluppato un forte senso di identificazione con lo Stato e hanno una solida tradizione all’interno dell’esercito. Un’appartenenza tanto forte che alcuni membri della comunità hanno raggiunto posizioni di rilievo sia in ambito civile che militare, così negli anni hanno dato a Israele generali, ambasciatori, membri della Knesset e ministri. Tuttavia, restano aperte numerose questioni circa i loro diritti e la loro cittadinanza, riflesso delle contraddizioni e delle lacerazioni della società israeliana.
I drusi cittadini di serie B
Seppur ammirati per il loro zelo nell’adempimento del servizio militare, i drusi rimangono israeliani di seconda classe. La discriminazione sociale, in parte dovuta alla loro chiusura che spesso li fa identificare come una setta, fa sì che la comunità registri alti tassi di povertà; poche per loro le opportunità di lavoro, situazione complicata dalla leva obbligatoria che ne ostacola il progresso economico. La certezza che in Israele questa minoranza è discriminata, è arrivata, sotto forma di legge, nel 2018. In quell’anno la Knesset ha approvato la norma che identifica Israele come “Stato Nazione del popolo ebraico”, declassando, di fatto, tutti gli altri cittadini, drusi compresi, a cittadini di serie B. In quell’occasione la comunità drusa organizzò numerose proteste e manifestazioni contro il primo ministro Benjamin Netanyahu, per denunciare “l’esclusione dal cuore del Paese” nonostante l’enorme contributo dato alla sicurezza del Paese – tant’è che i drusi israeliani parlano di “patto di sangue” con lo Stato.
La norma del 2018, peraltro, arrivava dopo quella varata l’anno precedente, che colpì nel profondo la comunità: la legge Kaminitz sulle violazioni edilizie, infatti, aveva portato a numerose demolizioni e relative sanzioni contro le giovani famiglie druse per abusi edilizi, dovuti per lo più alle difficoltà che da sempre incontrano arabi e drusi nell’ottenere le autorizzazioni dello Stato per le nuove costruzioni. Un’evidente sperequazione rispetto ai coloni della Cisgiordania, che godono di una corsia preferenziale in tal senso.