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Guerra

Luigi Daniele: “Se non vale oggi a Gaza, il diritto internazionale domani non varrà più da nessuna parte”

Il Sudafrica ha denunciato Israele per genocidio e la CPI ha emesso mandati contro Netanyahu, Gallant e Deif: intervista a Luigi Daniele.

Il 29 dicembre 2023 il Sud Africa ha portato Israele a processo dinanzi alla Corte di Giustizia Internazionale per i crimini che aveva compiuto e che sta compiendo da ormai 14 mesi nei confronti della popolazione civile palestinese nella striscia di Gaza, in particolare per genocidio. Il 21 novembre 2024 la Corte Penale Internazionale ha emanato dei mandati di cattura contro Yoav Gallant, ex ministro della difesa israeliano, Benjamin Netanyahu, PM israeliano, e Mohammed Deif, leader dell’ala armata di Hamas, per una serie di crimini di guerra e contro l’umanità. Abbiamo intervistato Luigi Daniele, senior lecturer di Diritto internazionale dell’Università di Nottingham, per comprendere come il diritto si pone rispetto a Gaza, i risvolti futuri e perché ciò è determinante per il mondo che ci prospetta.

La Corte Penale Internazionale ha emanato dei mandati di cattura per l’ex ministro della difesa israeliano Yoav Galant, l’attuale PM israeliano Netanyahu e il leader delle Brigate Al-Qassam di Hamas Mohammed Deif (ne abbiamo parlato qui). Da un punto di vista di diritto internazionale per gli Stati che hanno ratificato lo Statuto di Roma che dà poteri alla CPI, che effetti giuridici e politici hanno questi mandati?

“Partiamo dagli effetti più normativi e positivisti. Tutti gli Stati che hanno ratificato lo statuto di Roma hanno un obbligo di esecuzione anche normativa di adottare i mandati che sono stati emanati dalla CPI qualora i soggetti indiziati di presunti crimini siano sul loro suolo nazionale. Ovviamente non bisogna dare per scontato che ciò avvenga: vi sono diversi Stati che hanno già manifestato l’intenzione di disattendere questi obblighi, e ciò sarebbe una violazione dello Statuto di Roma. Ratificare uno statuto internazionale vuol dire assumersi gli obblighi che ne conseguono con la firma di adesione. C’è un altro aspetto. Le dichiarazioni poco fa citate, oltre a testimoniare una scarsa conoscenza del diritto, di benvenuto nei confronti dei soggetti a cui sono rivolti i mandati avvengono da esponenti esecutivo di determinati stati e ciò comporta ad uno sconfinamento del potere esecutivo di uno Stato democratico nei confronti del potere terzo ed incidente del potere giudiziario. Ciò dovrebbe offendere molte sensibilità, comprese quelle liberali: perché il diritto internazionale, tra cui quello internazionale penale, non è uno strumento che vale solo per “gli avversari” politici, ma anche per gli alleati. Questo è un principio distruttivo. Nonostante i suoi retaggi coloniali, il diritto internazionale è l’ultimo linguaggio comune e baluardo di un sistema globale che pone dei limiti alle nuove cortine che si stanno sempre più formando tra Est ed Ovest. La battaglia della salvaguardia del rispetto del diritto internazionale che si gioca oggi non è solamente rispetto alle vittime delle atrocità che avvengono nei Territori della Palestina Occupata, ma anche per ciò che potrebbe accadere in futuro in altre zone del mondo”.

C’è un forte doppiopesismo in molti schieramenti politici rispetto alla CPI e al diritto internazionale. Per alcuni i mandati di cattura nei confronti di Putin vanno bene mentre per i leader israeliani no e stessa cosa a parti invertite, a dimostrazione di come il diritto che per sua natura dovrebbe essere terzo viene usato come mezzo politico in base alle sensibilità in gioco. Non si va a svilire e svalutare un’istituzione terza?

“Questo è una subcultura molto antica. Basti pensare all’attuale amministrazione Biden, che ha parlato di “un’indebita comparazione tra uno Stato democratico e una formazione terroristica”. Una dichiarazione molto grave che è stata ripresa a pappagallo dai molti esecutivi europei. Anche qui, si dimostra un’ignoranza anche voluta rispetto al concetto di crimini di guerra e ai soggetti che li possono compiere. La struttura del diritto internazionale, sia quello umanitario ma anche rispetto ai crimini di guerra, si fonda su un principio di uguaglianza dinanzi alla legge tra chi commette atti del genere. Questo diritto dei crimini di guerra si applica rispetto ai crimini accertati delle forze russe e a quelli che probabilmente sono stati compiuti dalle forze ucraine nello scenario Ucraino, ed anche nello scenario palestinese rispetto ai crimini compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023 e quelli dell’esercito e Governo israeliano dal 7 ottobre 2023 in poi. Il fatto che uno Stato democratico debba stare ad un diritto internazionale più permissivo rispetto alle organizzazioni terroristiche è gravissimo perché induce ad un’idea di smantellamento del diritto internazionale che è intollerabile. C’è un problema di ignoranza, doppiopesismo e di mancanza di percezione del fatto che i parametri dello stato di diritto si basano proprio sul diritto compreso quello internazionale creando un paradosso senza eguali. Ci accingiamo a vivere un’epoca in cui i limiti giuridici, se crollano a Gaza, non possono essere fatti valere in altri scenari bellici perché chi vorrà annettere territori si potrà rifare al caso di specie che sta accadendo nell’enclave palestinese. E questo porta all’oscuro futuro delle guerre di sterminio, teorizzato dalle ong e dagli organismi di diritto internazionale, che si basano sulla velocità non solo dell’uccisione ma anche della vittimizzazione, segregazione e deumanizzazione delle vittime”.

La Corte di Giustizia Internazionale sta continuando l’iter processuale del processo “South Africa vs Israel”. Ha già adottato delle misure cautelari nei confronti del Governo israeliano e l’intero processo ruota intorno al crimine di genocidio. Il genocidio è normato dalla “convenzione sul genocidio” (di cui abbiamo parlato qui) ed è al centro di un dibattito molto accesso, in Italia e all’estero. Perché ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio?
E perché genocidio e pulizia etnica sono due crimini diversi, concatenabili ma non per forza consecutivi l’uno con l’altro? Pensiamo per esempio ai fatti di Srebrenica in Jugoslavia durante gli anni Novanta.

“Purtroppo in Italia, nelle discussioni televisive e politiche sul tema, vi sono delle devianze sul genocidio e su una definizione immaginaria del genocidio che la riporterebbe ad uno sterminio di un gruppo etnico da “livelli industriali” e brutali come è stato l’Olocausto. Non c’è dubbio che dal mio punto di vista che l’Olocausto è stato lo sterminio più crudele della storia contemporanea ma guai a pensare che ciò che non si eleva a quei livelli di sterminio non sia genocidio. Dire questo vuol dire non essersi confrontati con la definizione giuridica, e penale, del termine. Ancora una volta, e scusami se torno sul punto, una postura di devianza dai dettami giuridici. Come hai detto nella domanda, pensiamo a Srebrenica durante gli anni Novanta. Furono uccise circa 8.000 persone. Per fare un paragone con ciò che sta accadendo a Gaza, sono numeri questi che riguardano solamente i minori accertati di essere stati uccisi dagli attacchi israeliani. Se vogliamo fare questo paragone macabro della conta dei morti, allora abbiamo superato e di molto a livello numerico atti e stermini che dalle corti internazionali sono stati definiti come genocidio e/o pulizia etnica. Nella convenzione sul genocidio del 1948 non si pone un focus su quante possano essere le persone vittime di sterminio, ma sulle modalità e finalità perseguite da un’entità giuridica che perpetua quel crimine. Srebrenica è esemplare: la Corte valutò il dolo, l’intento di distruggere un gruppo etnico in quanto tale. Perché quindi si può usare il termine genocidio rispetto a ciò che sta accadendo a Gaza? Basta partire dalle dichiarazioni dei generali e dei politici israeliani subito dopo il 7 ottobre 2023. Vari rappresentanti istituzionali hanno fatto dichiarazioni che non pongono una distinzione tra i civili e i combattenti delle fazioni armate palestinesi, come ha fatto Isaac Herzog parlamentare israeliano: “È un’intera nazione che è là fuori che è responsabile. Non è vero, questa retorica sui civili non sono a conoscenza, non sono coinvolti. Non è assolutamente vero.”

Questa retorica pone che la popolazione civile sia la distensione di una infrastruttura terroristica e questo corrisponde all’ideologia che pone il palestinese come terrorista in quanto tale. E di conseguenza si colpisce in maniera indiscriminata ogni infrastruttura civile perché base terroristica, secondo la retorica israeliana. I fatti, i metodi di guerra e le dichiarazioni sono collegati ed hanno un costo: la distruzione di Gaza, della comunità gazawa e della possibilità di questo gruppo di vivere e per questo il termine pulizia etnica è riemerso nella discussione. L’esecutivo israeliano non mira allo sterminio di ogni singolo palestinese gazawo, ma intere aree della striscia sono state svuotate perché i palestinesi sono stati espulsi. Perché? Perché c’è la volontà di israelizzare l’area, di colonizzarla senza alcuna presenza “estranea”.

La deportazione forzata di civili da un’area verso un’altra rientra sempre in crimine di guerra ma diverso rispetto al tecnicismo della pulizia etnica e del genocidio, ma è la stessa giurisprudenza ci dice che i processi che portano al genocidio sono graduali e non improvvisi. Anche in Germania, contro gli ebrei, il genocidio è stato il frutto di pulizia etnica forzata e questo ci concede le basi per comprendere l’oggi. Dobbiamo prendere tutte le condotte da parte di Israele, la ratio delle operazioni militari dell’IDF e nell’assemblarle troviamo il crimine di genocidio.

L’uccisione di massa e il rendere la vita dei palestinesi infernale, come la negazione all’accesso di cibo, mezzi ospedalieri e strumenti per vivere una vita dignitosa, sono parti descritte all’interno della condizione sul genocidio del 1948. Non è necessario che ciò si completi con successo, ma bastano le azioni già compiute dal governo israeliano per essere classificabili come genocidio. Il processo è in corso, e al Sud Africa si sono aggiunti anche una serie di altri Paesi tra cui la Spagna, e tra gli atti probatori rientreranno anche le strategie del “piano dei generali” che hanno portato ad un assedio ancora più stringente della zona nord della Striscia di Gaza che sta portando anche ad un ecocidio.

Anche le stesse organizzazioni, Amnesty e Human Rights Watch per esempio, sono molto nette nel definire l’attuale situazione a Gaza come un genocidio. Un inciso: non significa ciò fare parallelismi con la Shoah e con l’Olocausto e sminuire quegli avvenimenti. La singolare mostruosità di quell’evento non porta però uno Stato ad essere immune dal diritto internazionale, da quell’universalismo che il diritto internazionale ha creato dalle macerie della WW2 e dello sterminio nei confronti degli ebrei. Nel dire “Mai Più” vale per tutti gli essere umani, nell’antagonismo ai razzismi che creano e sono alla base del genocidio degli ebrei prima e dei palestinesi oggi. E ciò creerà una macchia, nei confronti della leadership israeliana e di chiunque ora, come ente Statale, sta a guardare, che resterà nella storia”.

C’è un sottotesto nella nostra discussione che vorrei portare alla luce e reputo importante: se perdiamo Gaza, il diritto come lo intendiamo oggi è morto. Ci sarà un prima e un dopo e il dopo sembra catastrofico. Perché ciò è vero?

“C’è una gigantesca questione morale. È una questione giuridica, culturale, economica, politica, ma è soprattutto morale in relazione a cosa le istituzioni internazionali e gli stati faranno nei confronti delle azioni israeliani su Gaza. Il prima e dopo nettissimo è mercato dal neotribalismo dell’Occidente, per cui il diritto è un sistema di guerra ibrido che va usato nei confronti degli avversari politici ma che tutela in maniera indiscriminata ed infondata le popolazioni degli Stati alleati e non quelli avversari. Tutto ciò in base anche a valutazioni economiche.

Lo smantellamento del diritto internazionale è il preludio dello smantellamento dell’universalismo che proprio l’Olocausto ci ha concesso. Dalle varie convenzioni che ne sono susseguite, le carte delle Nazioni Unite, le Costituzioni, sono state ripari per un conflitto mondiale-nucleare e distruggere questi margini vuol dire arrivare a quel fine: porre inizio alle guerre di sterminio dove non ci sono linee rosse. Gli indotti che proliferano l’industria bellica ed il giro economico legato ad esso vanno ad influenzare anche la stessa democrazia, inquinandone la sua democraticità. Se muore il diritto internazionale, muore anche il sistema democratico. Perché se gli Stati non hanno piena libertà nel diritto internazionale, la popolazione comprenderà che lo Stato di cui fanno parte non ha voce in capitolo su una questione importante. Siamo nell’epoca delle post-democrazie. La battaglia attuale non è solo per Gaza, e per quella terra martoriata, ma anche per il concetto stesso di democrazia e ricostruire i nostri processi democratici.

C’è una perseveranza davvero ignobile da parte delle nostre élite governative nel non comprendere come siamo corresponsabili del dramma del 7 ottobre 2023 e del dramma scatenato successivamente. I vertici delle organizzazioni palestinesi per la pace sono anni che testimoniano delle difficoltà nell’agire in un contesto di apartheid come quello palestinesi, e della annosa sfida nel credere nel diritto e non nella violenza. Ma se le istituzioni europee, le università e così via non ascoltano l’urlo di quella terra, è inevitabile che la violenza verrà usata come strumento di sopravvivenza. l’Unione Europa è stata silente per la catastrofe che va avanti da 14 mesi e la politica europea continua a perseverare nel suo orrore nel dire la frase retorica “due popoli, due stati” quando nelle sue azioni e politiche negano questa verità strutturale.

Perché con l’Ucraina, giustamente, siamo in contrasto con il Governo di Putin che annette territori, fa macerie e uccide civili ma non riusciamo a dire ciò in Palestina, quando lo stesso Netanyahu cancella quello Stato dalla mappa alle Nazioni Unite? Di fronte a questo paradosso vediamo la necessità di cambiare le classi dirigenti europee, che hanno fallito e continuano a fallire”.

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