Di Donald Trump e l’Ucraina, dopo la ri-elezione del candidato repubblicano alla Casa Bianca il 5 novembre scorso, hanno parlato tutti: media, politici, osservatori internazionali, addirittura qualche consigliere troppo solerte del tycoon, come Bryan Lanza, che alla Bbc ha affermato di ritenere persa per Kiev la possibilità di riconquistare la Crimea. Ha parlato anche Donald Trump junior, dicendo che per Volodymyr Zelensky stanno finendo “le paghette”.
Si è perfino diffusa la voce di una telefonata tra Trump e Vladimir Putin nella giornata di sabato, diffusa dal Washington Post parlando delle solite “fonti anonime” che l’avrebbero riferito. Insomma, hanno parlato tutti, compreso il Cremlino, che ha smentito la telefonata, tranne Trump.
E non ha parlato per un motivo chiaro: sarà presidente effettivamente dal 20 gennaio 2025 e solo da quel giorno potrà avere pieno controllo del dossier, oggi ancora gestito dall’amministrazione democratica di Joe Biden. Fino ad allora Trump “parlerà” in un altro modo: con le nomine e le scelte della sua amministrazione, che permetteranno di capire gli equilibri e i vincoli con cui il nuovo governo partirà e il suo rapporto col Partito Repubblicano.
Da qui al 20 gennaio, del resto, molto può evolversi sul terreno: la Russia pressa l’Ucraina nel Donbass, la sacca di Kursk sta venendo assaltata da Mosca e dalle unità di sostegno nordcoreane, l’aiuto occidentale – e qui certamente Trump non c’entra – è deficitario da mesi, Zelensky ha presentato un “piano per la vittoria” che sta trovando ascolto solo marginale. E pare che abbia aggiunto due corollari – via libera al presidio delle truppe ucraine dell’Europa al posto delle forze Usa e sostegno all’acquisizione occidentale delle materie prime ucraine – care al tycoon. Che però lo ribadiamo, sono ulteriori casi di voci che si diffondono senza il dovuto controllo. Logico che di fronte a una situazione in mutamento Trump non prenda impegni espliciti e chiari: nonostante l’inverno, molto può succedere in una guerra dove la pressione delle forze armate di Mosca continua inesorabile.
Del resto, la diplomazia ha i suoi tempi e i suoi modi. Si può ragionare cosa Trump si troverà sul tavolo al momento dell’insediamento: un alleato ucraino indebolito, una Russia in avanzata, un’Europa tanto risoluta a parole a sostenere l’alleato fino in fondo ma non pronta a muoversi senza gli Usa. Se davvero è impegno di Trump concludere il conflitto, questo è il terreno di riferimento con cui ci si dovrà confrontare e, soprattutto, The Donald dovrà cercare di farlo evitando strappi e fughe in avanti. Che opzioni realistiche resteranno in mano alla Casa Bianca? Dovranno parlare gli equilibri sul campo e le capacità diplomatiche di Washington, dovrà certamente decantare la possibilità di una messa in sicurezza dell’Ucraina e della sfera d’influenza americana, dovranno essere chiari i principi del futuro della deterrenza Usa in Europa. Difficile pensare a un’Ucraina “svenduta”. Più facile, invece, al perseguimento di un ampio accordo bilaterale Usa-Russia. In questo contesto, è l’opinione di Mosca quella che spesso manca nel calcolo: che voglia effettiva ha la Russia di sedersi al tavolo con Washington per negoziare linee securitarie bilaterali? Questo è tutto da capire. E proprio per questo Donald Trump non si scompone: per capire cosa fare dell’Ucraina bisognerà comprendere le mosse di Kiev e, soprattutto, Mosca da qua a gennaio. Due mesi durante cui tante cose possono cambiare, troppe per poter prendere impegni in anticipo.

