diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY
Guerra /

Vadym Prystaiko, ministro degli esteri dell’Ucraina, ha dichiarato, ai margini di un incontro avuto con l’omologo tedesco Heiko Maas, che il suo Paese è pronto ad accettare un compromesso ragionevole in merito alla questione del conflitto nel Donbass che verrà affrontata nel corso del summit del 9 dicembre a Parigi. In questa occasione, infatti,  il presidente russo Vladimir Putin ed il collega ucraino Volodymyr Zelensky, coadiuvati dal Capo di Stato francese Emmanuel Macron e dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, cercheranno di elaborare nuove strategie per sbloccare una situazione ormai in stallo da oltre cinque anni. La guerra negli oblast di Donetsk e Luhansk ha provocato oltre tredicimila morti e gravi danni materiali ed infrastrutturali nelle aree colpite dai combattimenti: dopo una fase iniziale più movimentata il fronte si è poi stabilizzato ma la tensione è rimasta alta.

Un atteggiamento diverso

L’apertura da parte di Kiev va ad inserirsi in un contesto di distensione nelle relazioni con Mosca, una distensione che ha avuto inizio dall’elezione di Zelensky, che non ha mai nascosto di voler porre fine al conflitto nell’Ucraina orientale. Il presidente ha reso noto, nel corso di un evento a cui ha partecipato, che intende negoziare, al vertice di Parigi, tempistiche chiare per il ritorno, sotto il controllo governativo, dei territori occupati dalle milizie separatiste.

Fin dove potrà però spingersi il capo di Stato ucraino nell’ambito delle trattative con Vladimir Putin? Le aperture ed i toni concilianti, infatti, dovranno comunque essere accompagnati da una certa fermezza e determinazione qualora le discussioni non prendano il verso desiderato. La parte che ha più da perdere, in questo contesto, è proprio quella di Kiev: la guerra, infatti, sta avendo luogo in territorio ucraino, sta danneggiando l’economia della nazione ed ha costretto molte persone che risiedevano nelle aree toccate dagli scontri ad abbandonare le proprie case. La Russia, invece, sconta già gli effetti delle sanzioni americane ed europee dovute all’annessione della Crimea nel 2014 ed ha pertanto poco da perdere nello scenario attuale.

Un gioco a scacchi

La questione di fondo, che ha agitato e diviso l’Ucraina anche prima degli eventi del 2014, è legata alla scelta di un blocco geopolitico a cui legarsi. Mosca non vuole che Kiev si unisca o si avvicini ulteriormente a Nato ed Unione Europea che considera, da suo punto di vista, come nemici strategici e potenziali usurpatori del suo predominio nello spazio post-sovietico. Il Cremlino potrebbe spingere, in cambio di una soluzione negoziata che ponga fine alla guerra, per un’autonomia particolarmente accentuata per gli oblast di Donetsk e Luhansk, destinati a tornare sotto il controllo ucraino. Questo status speciale potrebbe persino sfociare in una sorta di potere di veto, da parte delle autorità locali e filorusse, sull’espansione dei legami tra Kiev e le strutture euro-atlantiche. Il governo ucraino dovrà essere bene attento, pertanto, a mostrarsi conciliante ma anche ad evitare compromessi eccessivi e soprattutto a non acconsentire ad un’eccessiva federalizzazione dello Stato. Il rischio è che, qualora ciò avvenga, i principi di base e gli orientamenti di politica estera dell’esecutivo di Zelensky possano venire stravolti e si possa sviluppare una vera e propria crisi politica.