L’Ucraina all’improvviso si ritrova “palestinizzata” dall’Occidente

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Negli ultimi tre anni, gran parte dell’opinione pubblica occidentale ha seguito la guerra in Ucraina travolta da ondate di emozione, convinta di trovarsi dalla parte giusta della storia, esaltata dall’inaspettata ascesa di un ex comico al ruolo di eroe nazionale e consumata da un’insolita, quasi irresistibile, avversione per Vladimir Putin. Fu elettrizzante per molti la resistenza di Kyiv all’invasione maldestra della capitale da parte di un nemico descritto come primitivo, munito di “pale”, subito alla frutta, caratterizzato da una arretratezza di tipo “orientale”. E tutto questo mentre alcune tra le principali città dell’Ucraina continuavano a funzionare con impressionante efficienza, a tenere bar e ristoranti aperti, le strade pulite, con influencer molto attive su Instagram mentre gli uomini erano al fronte oppure capaci di vincere l’Eurovision, o di sviluppare tecnologie all’avanguardia.

Poi è successo quello che è successo: il repentino cambio di atteggiamento dell’alleato statunitense e la crescente pressione sull’Ucraina da parte della Casa Bianca, a colpi di umiliazioni e sgridate in diretta dallo Studio Ovale, per accettare compromessi territoriali hanno provocato una sorta di shock collettivo. Così, l’indignazione che molti cittadini provano ora per il destino dell’Ucraina ricorda la stessa suscitata dalla questione israelo-palestinese: un senso di ingiustizia per un popolo che viene improvvisamente privato di concetti come agency – la possibilità di decidere per sé – o “pace giusta”, e costretto semmai a recitare la parte della vittima di violenza che deve negoziare col suo stupratore.

Con Trump rinascono gli incubi

Il sostegno dell’Occidente all’Ucraina non è stato però un appoggio agli ucraini in quanto tali, con tutte le loro articolazioni e complessità. È stato spesso sostegno a una specifica funzione militare, politica, economica e ideologica che l’Ucraina ha svolto in un ordine egemonico in declino: un Paese fondamentalmente “bianco”, aspirante europeo, sicuramente già occidentale, che mostrava nelle peggiori circostanze uno spirito guerriero che il resto dell’Europa aveva perduto. Fino a poco tempo fa, dunque, l’Ucraina ha goduto di un trattamento speciale nell’opinione pubblica occidentale: “Solo gli ucraini possono decidere il loro destino”, era una frase ripetuta con reverenza, simile a quella riservata a un altro alleato percepito come “occidentale” là dove l’Occidente non c’è: Israele.

Ora, invece, il discorso dominante sembra essere cambiato. Kyiv tuttora non sembra più una città in guerra come lo era all’inizio dell’invasione. I negozi sono aperti e i pendolari restano bloccati negli ingorghi mentre vanno al lavoro. Ma con Trump 2.0 gli incubi del 2022 sulla possibile estinzione nazionale sono tornati. Con l’intensificarsi della guerra e la crescente disperazione sulla possibilità di una riconquista anche parziale dei territori, Kyiv è trattata dalle élite statunitensi come un cane che ha bisogno di essere portato all’obbedienza con i calci. L’Ucraina sta subendo la stessa ingiustizia che abbiamo visto nella questione palestinese.

Se prima il concetto di “pace giusta” era un pilastro dell’argomentazione occidentale a favore dell’Ucraina, ora rischia di sparire così come è negato da sempre agli abitanti dei Territori occupati in Cisgiordania e a Gaza, accusati di rifiutare la pace a condizioni che non garantirebbero loro alcuna dignità o sovranità. Ciò che era considerato un principio sacrosanto per Kyiv diventa improvvisamente negoziabile quando la guerra non va nella direzione sperata dagli alleati occidentali.

Il riarmo europeo e il test morale selettivo

Parallelamente, il dibattito sul riarmo europeo sta assumendo toni sempre più dogmatici. L’idea che i Paesi dell’Ue debbano rafforzare le proprie difese viene presentata come un imperativo morale, un “test” a cui tutti devono rispondere con un entusiastico “sì”. Tuttavia, lo stesso tipo di test morale era stato rifiutato quando si parlava di supportare la lotta palestinese o di contrastare l’occupazione israeliana. Il riarmo per difendere l’Ucraina era visto come un dovere, mentre ogni discussione sul sostegno militare alla resistenza palestinese veniva etichettata come estremismo. Ciò che traumatizza molti osservatori occidentali dunque non è solo il rischio concreto di un’invasione russa o il pericolo di una guerra allargata, ma la percezione di una perdita di status. L’Ucraina, che fino a ieri era un simbolo dell’Occidente e dei suoi valori, sta subendo un processo di “palestinizzazione”: sta diventando cioè una entità di serie B agli occhi di chi l’aveva sostenuta con fervore.

L’idea di un’Ucraina “bianca”, europea, e parte dell’ordine occidentale si sta sgretolando sotto il peso della realpolitik. Ora Kyiv appare sempre più come uno Stato sacrificabile, un’altra nazione post-coloniale costretta a fare i conti con interessi più grandi di lei. Questo ribaltamento di prospettiva colpisce non solo il popolo ucraino, ma anche chi, in Europa, aveva investito emotivamente e intellettualmente nella loro causa.

Per molti, vedere l’Ucraina trasformarsi in un Paese senza voce, la cui autodeterminazione non è più considerata una priorità, significa assistere anche alla svalutazione del proprio stesso impegno politico e civile. Così, la “palestinizzazione” dell’Ucraina non è solo un fenomeno strategico, ma anche simbolico. Segna la fine di un’illusione, quella di un ordine mondiale fondato su principi immutabili di giustizia e libertà. Per chi aveva creduto in questi ideali, il risveglio è amaro. E la consapevolezza che l’Europa, più che sotto attacco, sia sotto scacco, rende il tutto ancora più difficile da accettare.