L’uccisione di Yahya Sinwar non fermerà Israele e la sua implacabile campagna militare. Lo testimoniano i recenti bombardamenti dell’IDF che, in una manciata di giorni e nel solo nord della Striscia di Gaza, hanno ucciso almeno 120 persone e ferito gravemente altre 250. Tuttavia, c’è un’altra cosa che l’eliminazione del capo di Hamas non fermerà, anzi. “La resistenza del popolo palestinese – scrive Al Jaazera – sarà maggiore, proprio in virtù di questa ennesima uccisione”, vista piuttosto come un “martirio” dai miliziani del movimento.
C’è poi da considerare un altro aspetto, ben sviscerato da diversi analisti. Come si legge su Antiwar, la cosiddetta teoria di tagliare la “testa del serpente”, porta con sé delle conseguenze che gli ultimi vent’anni di “guerra al terrorismo” hanno reso piuttosto prevedibili.
Ebbene, dall’11 settembre 2001 e durante la cosiddetta guerra al Terrore internazionale, la “decapitazione delle leadership è diventata il metodo preferito per affrontare quei gruppi designati come organizzazioni terroristiche”. La teoria alla base è semplice: “per uccidere il serpente, devi prima tagliargli la testa”.
Israele, nel corso degli anni, e dal 7 ottobre 2023 più che mai, ha seguito pedissequamente la tesi in questione. Negli ultimi dodici mesi, il governo Netanyahu ha eliminato almeno 16 leader di Hamas e di Hezbollah, ottenendo consensi e giubilo nel proprio Paese, e non solo. Certamente, le uccisioni di Yahya Sinwar il 17 ottobre, quella di Ismail Haniyeh prima, e quella del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, dal punto di vista israeliano, sono state percepite come un grande successo.
“Uccidere leader politici rafforza il consenso nei militanti”
Appare lecito domandarsi se tutte queste “decapitazioni” cambieranno le sorti della guerra in generale, o di Hamas e di Hezbollah in particolare. Nello specifico verrebbe da porsi il seguente interrogativo: “l’uccisione di Sinwar porterà al collasso di Hamas?”
Dopo più di due decenni di questa politica di “targeting delle leadership”, molte ricerche condotte da analisti americani hanno concluso che “la decapitazione non aumenta la probabilità di collasso organizzativo”, anzi, tutto il contrario. Ironia della sorte, infatti, si legge nella tesi dell’esperta Jenna Jordan che“le organizzazioni che non hanno subito decapitazioni hanno maggiori probabilità di cessare le loro attività rispetto a quelle che hanno subito il targeting delle leadership”.
Ovviamente, i fattori che contribuiscono alla sopravvivenza di un movimento, dopo una “decapitazione”, sono molteplici. Tra questi però vale la pena sottolinearne due in particolare, e cioè “il livello di sostegno popolare del gruppo” e da quanto tempo l’organizzazione stessa è attiva, come si legge nell’approfondimento dell’analista americana.
Ebbene, applicando questi criteri ad Hamas e Hezbollah – che godono entrambe di un ampio consenso popolare e sono radicate da più di vent’anni nel territorio – “sembra improbabile che la strategia di decapitazione di Israele riesca a indebolire uno di questi gruppi o a farli scivolare verso il collasso organizzativo”.
A ricordarla bene, la storia di Hamas centra appieno quanto sostenuto da Jordan. Difatti, due anni dopo l’assassinio di Sheikh Yassin, uno dei fondatori di Hamas, e del suo successore, Abdel Aziz al-Rantisi, avvenuti nel 2004, “Hamas riuscì a conquistare la maggioranza dei seggi nel Consiglio legislativo palestinese nel 2006”.
In conclusione, nonostante Israele bersagli i leader di Hamas da ben prima del 7 ottobre, il “gruppo ha continuato ad essere popolare e attivo sul piano operativo”.
Gli ostaggi caduti nel dimenticatoio
Sebbene la strategia della decapitazione della leadership sembri ottenere ben poco quando si prendono di mira gruppi come Hamas e Hezbollah, “Israele probabilmente porterà avanti questa politica”, che è apparentemente poco impegnativa e logorante rispetto ad altre opzioni per contrastare il nemico.
Tuttavia, l’eliminazione di Sinwar potrebbe rivelare qualcosa che finora era rimasto nascosto alla maggior parte degli osservatori distratti. A tal proposito, Jim Fitzgerald, esperto americano di Medio Oriente, scrive: “Senza dubbio emergerà chiaramente un fatto, che è stato Netanyahu, e non Sinwar, il più grande ostacolo alla fine della guerra e alla restituzione degli ostaggi”.
Che la guerra non sia terminata con l’uccisione dei leader di Hezbollah e Hamas è un fatto accertato dai combattimenti che continuano su entrambi i fronti. Quanto agli ostaggi, che con la morte di Sinwar dovrebbero essere più vicini alla liberazione, riportiamo quanto scritto il 20 ottobre sul Time of Israel: “Attualmente non vi è alcuna trattativa in corso per un accordo sul rilascio dei prigionieri”.

