Una svolta solo parziale: se è vero che è già un passo avanti la stretta di mano tra Fayez Al Sarraj ed Haftar lo scorso 27 febbraio, così come il fatto che essa sia avvenuta in un territorio “neutro” come Abu Dhabi, la speranza che le intese tra i due principali protagonisti della matassa libica mettessero d’accordo tutti naufraga però dopo alcuni giorni. In Tripolitania infatti, provincia dove Haftar non è ben visto, diverse municipalità e numerose tribù spediscono al mittente la possibilità di intese tra il governo di Tripoli ed Haftar.
Le rimostranze dell’ovest della Libia
Dopo l’incontro tra i due nella capitale emiratina, per diversi giorni dalla Libia arrivano notizie giudicabili positivamente. In particolare, sembrano esserci unanimi pareri sulla stretta di mano tra Al Sarraj ed Haftar: dalla Cirenaica al Fezzan, passando pure per alcuni apparati vicini al governo di Tripoli, tutti vedono nel vertice tra il capo dell’esecutivo ed il generale una vera e propria base da cui partire. Ad un certo punto, anche la locale costola dei Fratelli Musulmaniplaude ai “passi in avanti” compiuti ad Abu Dhabi. L’illusione che questa volta per davvero tutta la Libia possa trovare comuni posizioni, dura però poche ore. Un breve intermezzo positivo, subito stroncato dalle affermazioni provenienti da alcuni attori impegnati soprattutto in Tripolitania.
Nella serata di lunedì, arrivano le note di alcuni rappresentanti di almeno venti città tripolitane, a partire da Misurata e Zintan, due importanti città Stato: in esse si definisce “golpe” quello che Haftar vuole attuare dando esecuzione agli accordi che il generale avrebbe raggiunto con Al Sarraj. Quest’ultimo viene, di riflesso, giudicato come traditore: “Il premier accetta questo accordo perché solo interessato a mantenere un incarico” tuona Ashraf Shah in una nota dell’AdnKronos. Shah è uno dei negoziatori politici della Tripolitania che ha dato vita all’accordo di Skhirat del 2015, lo stesso da cui prende il via l’esperienza del consiglio presidenziale. Gran parte delle città tripolitane già da adesso affermano di non accettare eventuali nuove decisioni del governo se esse prevedono, tra le altre cose, di assecondare le mire militari di Haftar.
Alle venti municipalità, si aggiunge anche il consiglio degli anziani delle tribù dell’ovest. Dopo un incontro a Zuwara, il consiglio emana una nota congiunta dove si dichiara di essere “contrari ad ogni forma di dittatura e si chiede l’unificazione sotto un’unica autorità civile di esercito e polizia.” La nota, riportata sul sito The Libya Observer, fa chiaro riferimento all’eventualità di dover riconoscere Haftar quale unico capo di un esercito sì unificato ma non “agganciato” al potere civile. Sia le municipalità che il consiglio delle tribù inoltre, lanciano accuse alla missione Onu nel paese guidata da Ghassan Salamé: secondo questi organi, le Nazioni Unite sarebbero ree di aver reso possibile un accordo che rischierebbe di portare alla dittatura militare.
I possibili dettagli dell’accordo
È lo stesso sopra citato Ashraf Shah a svelare quelli che potrebbero essere i dettami dell’accordo tra Sarraj ed Haftar. Un’intesa da cui partire per poi arrivare ad una conferenza nazionale ed alle elezioni entro primavera. Sostanzialmente sarebbero due i punti principali: nuovo consiglio presidenziale ed esercito unificato sotto la direzione di Haftar. Si tratta per la verità di elementi chiave che già in parte risultano in ballo da diversi mesi tra Camera dei Rappresentanti ed Alto Consiglio di Stato. La riforma del consiglio presidenziale ad esempio è sotto esame da mesi, ma non ancora ufficializzata.
Nella presunta intesa tra Sarraj ed Haftar, ci sarebbe per l’appunto la definitiva attuazione della riforma: il consiglio, in particolare, passerebbe da nove a tre membri, uno a testa per ogni regione e cioè Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Sarraj rappresenterebbe la prima regione e si assicurerebbe un altro mandato quale presidente e leader dell’esecutivo, il membro cirenaico e quello del sud verrebbero invece decisi tra uomini vicini ad Haftar.
La novità più controversa, contro cui si scagliano le maggiori ire dell’ovest della Libia, rimane comunque quella dell’esercito. Si giungerebbe, in particolare, ad un’unificazione sotto l’egida di Haftar. E fin qui nulla di insuperabile. Il problema riguarda però lo status dell’esercito: secondo Shah il comando potrebbe non essere affidato al consiglio presidenziale, bensì ad un’apposita commissione. Di fatto, sarebbe la realizzazione del principale obiettivo di Haftar: un esercito da lui comandato ed uno scorporo tra autorità civili e militari, come nel modello egiziano. “Questo non lo accettiamo – afferma Shah, facendosi interprete delle istanze tripolitane – Non è previsto in nessun ordinamento democratico del mondo”.
Da quando i dettagli vengono diffusi, anche se non ufficialmente, le rimostranze dell’ovest della Libia aumentano. Il principale timore non è avere uomini di Haftar in Tripolitania, quanto di vedere nel generale l’unico leader dell’esercito e per giunta con una forte autonomia rispetto al governo. Un qualcosa che non andrebbe giù non solo a molte tribù dell’ovest, ma anche agli sponsor internazionali di diverse milizie. A partire dal Qatar, paese che appoggia la fratellanza musulmana, acerrima nemica di Haftar. Non a caso, proprio in queste ore il presidente dell’Alto Consiglio di Stato, quel Khalid Al Mishri solo da poco dimessosi (almeno sulla carta) dai Fratelli Musulmani, è in visita a Doha. Proprio il piccolo emirato potrebbe mettersi di traverso rispetto all’accordo di Abu Dhabi, siglato proprio in una capitale che ancora oggi esercita un pesante embargo contro lo stesso Qatar.
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