ISCRIVITI ALLE ANTEPRIME GRATUITE
SCOPRI I NOSTRI CORSI
Guerra /

Il conflitto in Ucraina catalizza l’attenzione dell’informazione pubblica, ma il fronte europeo non è l’unico preso in carico dagli Stati Uniti. Come sappiamo esiste un altro teatro dove per il momento tacciono le armi ma non per questo considerabile freddo, rappresentato dal Pacifico Occidentale dove Washington, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, è diventata egemone.

Qui gli Usa stanno affrontando l’emergere della Cina non solo come potenza economica: Pechino, per diventare veramente una potenza di livello globale, si è data piani di sviluppo multiformi di lunghissimo termine che prevedono la costituzione di forze armate efficaci, credibili ed efficienti in grado di darle proiezione globale. Questo programma, intrapreso decenni fa ma che ha avuto un’accelerazione importante negli ultimi due lustri, ha permesso al Politburo di assumere una postura internazionale assertiva che è diventata aggressiva in alcune aree geografiche, come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale.

Il controllo di queste due regioni, strettamente interconnesse tra loro e percorse da vie marittime che congiungono Pechino all’Europa, all’Africa e al Pacifico, è fondamentale nella politica cinese perché esse sono caratterizzate da arcipelaghi, isole e quindi stretti in cui gli Stati Uniti – unica vera potenza talassocratica al mondo – potrebbero esercitare attività di interdizione aeronavale imponendo un vero e proprio blocco ai traffici commerciali: il “Dilemma della Malacca” teorizzato dalla Cina riguarda proprio questa possibilità.

Taiwan, facente parte della Prima Catena di Isole, insieme all’arcipelago nipponico delle Senkaku – dove esiste un passaggio obbligato rappresentato dallo Stretto di Miyako – è l’ostacolo principale per il libero accesso cinese al Pacifico profondo, quindi è fondamentale che l’isola ribelle sia condotta sotto controllo cinese in un modo o nell’altro nel prossimo futuro.

Mappa di Alberto Bellotto

Allo stesso modo, il Mar Cinese Meridionale, che da Taiwan lambisce le coste di Indonesia e Malesia, è uno specchio d’acqua che è collegato all’Oceano Indiano da un altro collo di bottiglia dato dallo Stretto della Malacca, il cui controllo deve essere subordinato a Pechino per le motivazioni già enunciate. Qui, infatti, la Cina – oltre ad aver militarizzato alcune isole che ha occupato negli arcipelaghi delle Spratly e Paracelso – ha cominciato la sua attività di nazionalizzazione in forza di rivendicazioni marittime pregresse e unilaterali (Nine Dash Line o Linea dei Nove Tratti).

Pertanto il dossier Indo-Pacifico è diventato quello principale sul tavolo della Casa Bianca – e di conseguenza al Pentagono – da tempo, nonostante nella politica Usa vi siano anime che guardano con maggiore preoccupazione alla Russia: il pivot to Asia è diventato una politica stabile almeno dalla prima amministrazione Obama.

Il peso della guerra in Ucraina

L’aquila statunitense si trova quindi oggi a dover affrontare l’orso russo e il dragone cinese che, di rimando, hanno stretto ulteriormente i loro legami, che sono paritari solo in apparenza. La potenza economico/commerciale di Pechino surclassa di almeno un ordine di grandezza quella di Mosca, e il Cremlino, con la decisione di attaccare Kiev, ha causato più di un mal di testa nel Politburo che ha ancora grandi interessi in Europa e nella stessa Ucraina, e pertanto più di una volta Pechino ha rilasciato dichiarazioni sulla condotta russa della guerra che sono apparse quasi “seccate”.

Il conflitto, poi, ha spalancato le porte dell’Asia Centrale ex sovietica alla Cina, che ora si presenta come Paese di riferimento per l’ambito commerciale e infrastrutturale, quindi anche per quanto riguarda quello relativo alla sicurezza, stante la necessità cinese di controllare le sue regioni più orientali: lo Xinjiang, regione a maggioranza musulmana, sta subendo un processo di assimilazione culturale che ha causato instabilità e a Pechino si teme la possibilità dell’insorgere di dinamiche tipiche del terrorismo di matrice islamica che hanno caratterizzato l’Afghanistan (presenza di “santuari” in Paesi confinati dove gli insorti possono trovare rifugio e supporto).

Mappa di Alberto Bellotto

Il conflitto ucraino, che a Washington era dato per improbabile ma non impossibile almeno sino a novembre 2022, ha costretto gli Stati Uniti a concentrarsi verso il teatro europeo comunque considerato secondario: il supporto militare statunitense a Kiev viene visto, da alcuni ambienti militari Usa, come uno spreco di risorse che sarebbero più utili nell’Indo-Pacifico. Pertanto la Casa Bianca ha ribadito la necessità – diventata impellente – per gli alleati della Nato di aumentare le spese per la Difesa (il 2% del Pil stabilito al vertice del Galles nel 2014) e ha caldeggiato la presenza di partner e alleati asiatici non tanto per coinvolgerli direttamente sul fronte europeo o per allargare la gestione del dossier Indo-Pacifico all’Europa, quanto per cercare di condividere l’onere del supporto all’Ucraina: un segnale in tal senso, sebbene non di tipo diretto, è la recente decisione di inviare all’Ucraina i sistemi da difesa aerea Hawk dismessi da Taiwan attraverso una triangolazione passante per gli Usa.

L’altra rete di Washington

Washington sta rafforzando la sua rete di contenimento a Russia e Cina formalizzando nuove alleanze: con l’Aukus gli Stati Uniti stanno stringendo l’anglosfera oltre il “Five Eyes”, mentre in Europa stanno rivitalizzando legami con i Paesi “al fronte” come la Polonia, sede di nuovi investimenti militari importanti, e la Turchia, che ha aperto all’ingresso della Svezia nella Nato a fronte della possibilità di vedere i propri caccia F-16 modernizzati e di nuove trattative per il suo ingresso nell’Unione Europea. Una rete estesa a nuovi partner: il Vietnam, su tutti, rappresenta il caso emblematico – data la storia passata – della realpolitik statunitense indo-pacifica.

Washington e Pechino, però, nonostante gli attriti, continuano a dialogare alla ricerca non tanto di accordi di collaborazione, quanto di suddivisione degli ambiti geopolitici: il viaggio in Cina di Henry Kissinger può essere letto in questo senso, e non è l’unico esempio recente di tentativi di dialogo bilaterale.

Il futuro appare comunque incerto, e caratterizzato da instabilità diffusa determinata proprio dalla nascita di un mondo multipolare che ha permesso l’ascesa di diversi attori regionali solo parzialmente controllabili – quando non lo sono affatto come l’Iran e la Corea del Nord.

Questa incertezza è resa evidente da alcuni falchi presenti in Cina, in Russia e negli stessi Stati Uniti che, per motivi diversi, caldeggiano il “pugno di ferro” per risolvere le controversie internazionali. Negli Stati Uniti esistono ambienti che ritengono sia necessario risolvere il dossier Indo-Pacifico prima che la Cina diventi una potenza militare di livello, nonostante il Pentagono, almeno ufficialmente, abbia più volte lanciato l’allarme sull’impreparazione statunitense in caso di conflitto aperto col dragone asiatico. Parallelamente anche a Pechino ci sono anime, tra i militari, che ritengono gli Stati Uniti in crisi e quindi sarebbe consigliabile risolvere le questioni territoriali nel breve termine prima che diventi impossibile o altamente dispendioso farlo.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto