Quando si parla di Resistenza, se si pensa a un’opera letteraria rappresentativa di quella stagione di sangue durata 20 mesi che ha forgiato la democrazia di cui oggi godiamo, non può non venire in mente l’opera di Giuseppe “Beppe” Fenoglio: da Il partigiano Johnny a Una questione privata, da Primavera di bellezza a I ventitré giorni della città di Alba, Fenoglio con i suoi romanzi e i suoi racconti ha dato forma e sostanza all’epopea partigiana.
Il libro di una generazione in guerra
Non solo quella combattuta in Piemonte, tra le Langhe (dove sono ambientate le vicende dei suoi protagonisti e dove l’autore stesso ha combattuto), ma nel suo complesso. Resta famosa la frase di Italo Calvino che, riferendosi a Il partigiano Johnny, pubblicato postumo del 1968, disse “Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita”.
Nei suoi libri, Fenoglio racconta la sua esperienza tra le file degli autonomi guidati dal mitico Enrico Martini “Mauri”, mischiandola con esperienze altrui, con storie sentite raccontare durante i lunghi mesi passati a combattere sotto ogni condizione climatica, sfidando la paura e la morte in agguato dietro ogni collina. L’affresco che emerge dalle sue pagine è duro, potente. Il suo romanzo più celebre, benché incompiuto, è senz’altro Il partigiano Johnny. In Italia è il periodo del Neorealismo, ma Fenoglio si muove a margine degli schemi letterari e dà vita a un’opera che colpisce per il linguaggio ibrido (italiano e inglese), che nonostante il crudo realismo è attraversata da una vena poetica palpabile, da un senso quasi mitologico che innalza l’esperienza partigiana e ne fa epica contemporanea, una sorta di Odissea novecentesca dove tutti – partigiani, tedeschi, fascisti, spie, alleati – sono comparse di una storia più grande, una storia che è la vera protagonista.
L’orrore della guerra civile
Una questione privata, anch’esso pubblicato postumo, ma nel 1963, due mesi dopo la morte dell’autore, scomparso a 41 anni, è l’altro romanzo più famoso. Anche qui il protagonista, Milton, è un giovane militare sbandato dopo l’8 settembre; anche qui è prima di tutto uno studente di letteratura americana; anche qui la cruda realtà della guerra civile trascende impercettibilmente in un’atmosfera vagamente onirica, che tuttavia non attenua l’orrore di una lotta fratricida.
In questi romanzi, come anche nei numerosi racconti, la scelta di campo è netta, ma non c’è spazio per l’odio. Il nemico è nemico, certo, ma non per questo meno tragico, meno umano. I suoi protagonisti – esattamente come l’autore – combattono senza ideologia politica, mossi solamente da un senso di giustizia e per amore di una libertà che va conquistata un pezzo alla volta, strappandola ai tedeschi e, soprattutto, ai fascisti, a quegli uomini, spesso a quei ragazzi che hanno fatto un’altra scelta, che spesso sono stati costretti a farla.
Quei fascisti che uccidono a bruciapelo, che rispondono a un governo fantoccio, che si ostinano a combattere per una causa persa e che per questo sono ancora più aggressivi, Fenoglio li tratteggia esattamente come tratteggia i partigiani induriti dalle intemperie e dagli stenti. L’unica differenza è il colore della divisa, nero, e il teschio con le ossa incrociate sul basco, simbolo di morte, la “bella morte” delle canzoni, che quando arriva fa piangere gli uomini come vitelli mandati al macello, che è presente in ogni pagina come una compagnia silenziosa. Perché al di là di tutto, quello che Fenoglio racconta è il disastro di una generazione mandata a morire, l’orrore di una guerra civile che alimenta fratture insanabili. I protagonisti dei suoi libri si chiedono spesso che ne sarà dell’Italia, se sarà possibile tornare a una convivenza civile o se una parte dovrà necessariamente sterminare l’altra.
I rossi, gli azzurri e lo spettacolo della natura
Un altro elemento peculiare della letteratura fenogliana, la contrapposizione tra i vari Johnny, Milton e gli altri partigiani “azzurri” o “badogliani” e quelli delle formazioni garibaldine, i “rossi”, come spesso vengono definiti i partigiani comunisti. La descrizione che Fenoglio ne fa risente della sua breve e traumatica esperienza, durante le prime settimane di attività partigiana, tra le fila di una formazione garibaldina che, più attenta all’aspetto politico che a quello militare, verrà decimata nel corso di un pesante rastrellamento nazifascista. Nei suoi romanzi i rossi e gli azzurri collaborano solo se obbligati a farlo, per il resto c’è reciproca diffidenza, talvolta anche una mal sopita ostilità.
Altro elemento fondamentale che integra il racconto della guerra partigiana in tutte le sue sfumature è la natura. La maestosa natura delle Langhe, luogo meraviglioso, reso straniante da una guerra che ne intacca la pace e la bellezza. Natura matrigna durante gli inverni, con la neve che rallenta gli spostamenti e le fughe, i fiumi in piena che inghiottono i partigiani che vi si gettano per sfuggire alla cattura, il gelo che si infila nelle ossa e buca i polmoni. Natura benevola quando con il verde dei suoi boschi nasconde alla vista dei tedeschi, quando il paesaggio sboccia in primavera lenendo la malinconia di lunghi mesi passati lontani dagli affetti, sotto la costante minaccia di venire catturati, torturati e infine impiccati o fucilati.
Un autore dimenticato dalle nuove generazioni
Autore spesso ai margini dei programmi scolastici, Beppe Fenoglio racconta di un’Italia al bivio della storia. Racconta di campagne e paesi immersi in atmosfere ancestrali, di miserie umane e altrettante virtù. Consegna alle future generazioni la memoria di una guerra civile che, a distanza di quasi 80 anni, mette ancora paura, ma che in pochi conoscono.
La trasposizione cinematografica dei due romanzi più famosi – Il partigiano Johnny diretto da Guido Chiesa nel 2000 e Una questione privata diretto da Paolo e Vittorio Taviani nel 2017 – non ha contribuito molto alla riscoperta di uno scrittore di razza, molto apprezzato dai suoi contemporanei. Uno scrittore che non ebbe la fortuna e la soddisfazione di conoscere la propria fama, di veder pubblicati i suoi due capolavori. Uno scrittore che meriterebbe di essere riscoperto.

